Interesse destinato a durare nel tempo o semplice passione momentanea per un asset class?
La domanda è d’obbligo quando si sofferma l’attenzione sulla raccolta realizzata dagli strumenti del risparmio gestito dedicati all’investimento in commodities….
A cura di: Rocki Gialanella
La risposta al quesito è probabilmente molto più complessa, dovendo necessariamente includere figure diverse dagli speculatori e dagli investitori di lungo termine.
Un numero crescente di investitori considera i fondi azionari risorse naturali come strumenti pilota per investire sulla crescita cinese e indiana.
Altri, più saggi, hanno iniziato ad utilizzare questi prodotti per migliorare la diversificazione del proprio portafoglio. I gestori che si occupano della gestione dei fondi ‘energy’ credono che quello che sta succedendo sia una riscoperta di un settore e di un asset class ignorata per lungo tempo (un quarto di secolo) e sostengono che i fondamentali che stanno alla base di questa impressionante “passione” degli investitori per le risorse naturali siano molto più “sani” (importanza sempre maggiore di risorse limitate e in molti casi già scarse) rispetto al passato (commodities viste come investimento difensivo o che protegge dall’inflazione).
Il sottoscrittore che voglia migliorare la diversificazione della componente azionaria del proprio portafoglio attraverso l’uso di strumenti di investimento offerti dall’industria del risparmio gestito, può optare per due soluzioni: l’acquisto di quote di un fondo comune di investimento tradizionale o di share di un exchange traded fund. La prima soluzione si traduce in una preferenza espressa a favore della gestione attiva ( si delega al gestore del fondo ogni tipo di scelta legata alla costruzione di un portafoglio titoli che punta a battere il benchmark). La seconda indica una chiara preferenza per una gestione di tipo passivo ( l’Etf segue da vicino l’andamento di un indice settoriale).
L’analisi delle performance realizzate nel medio periodo dai migliori fondi comuni di investimento appartenenti alla categoria ‘Azionari Energia e Materie Prime’ rivela che i gestori alla guida di questi prodotti sono riusciti nell’intento – non usuale – di battere il benchmark di riferimento del fondo e l’indice di categoria.
Si tratta di due dati che evidenziano la bontà delle scelte gestionali operate dai money manager alla guida dei migliori prodotti della categoria. Il miglior fondo della categoria a tre e cinque anni è il Fortis Fund Equity Energy Europe, capace di registrare un + 151,4% sui trentasei mesi ( + 12,1% annualizzato rispetto all’andamento del benchmark) e un + 64,2% sui sessanta mesi ( + 5,8% annualizzato rispetto al benchmark). L’analisi delle performance dimostra che la quotazione del fondo ha tratto beneficio dalla forte accelerazione dei prezzi delle commodities verificatasi negli ultimi tre anni. Il secondo posto della classifica è occupato dal Merrill Lynch World Energy Fund su entrambe le distanze temporali ( + 142,3% sui tre anni e + 38,9% sui cinque anni). In entrambi i casi si tratta di prodotti non armonizzati, con rendimenti che vengono tassate sulla performance lorda con un calcolo ex post ( ricordiamo che i rendimenti sono lordi per i prodotti non armonizzati e netti per i prodotti di diritto italiano).
Tuttavia, l’attenzione di un investitore che intenda sottoscrivere quote di un fondo azionario ‘Energy’ non dovrebbe fermarsi all’analisi delle performance.
Il sottoscrittore – ed in modo particolare colui che investe con un orizzonte temporale medio- lungo – farà bene a non tralasciare la raccolta di informazioni relative al costo annuo di gestione ( che per la categoria oscilla tra l’1,5% e il 2%), le commissioni di ingresso e uscita (che possono essere abbattute in modo sensibile servendosi dei canali di negoziazione offerti dai broker on line), la valuta di denominazione del fondo ( che, se diversa dall’euro, apporta un ulteriore elemento di rischio), l’asset allocation geografica prescelta dal gestore ( variabile che incide sugli effetti derivanti dai rischi geo-politici sopportati dalle corporate petrolifere) e quella per tipologia di strumenti finanziari ( azioni, liquidità, derivati etc). La maggior parte dei fondi della categoria investe in titoli di società quotate aventi interessi principalmente nella ricerca, nello sviluppo, nella produzione e nella distribuzione di energia, nello sviluppo e nello sfruttamento di nuove tecnologie energetiche.
L’opzione Etf comporta la preferenza per una gestione passiva e minori costi di gestione annui ( che oscillano nel range 0,45% – 0,60%), ma non elimina i problemi legati alle oscillazioni che interessano i rapporti di cambio tra le valute.
La preferenza per un Etf che segue un indice che raccoglie le energy companies statunitensi comporterà un’esposizione alle variazioni del cambio euro/ dollaro, così come l’acquisto di un Etf che si propone di replicare un indice settoriale europeo implicherà un livello di esposizione al cambio euro/ sterlina ed euro/ franco svizzero.
Del primo gruppo fanno parte due Etf quotati sul listino di New York: l’MSCI US Energy I.M (che ha l´obiettivo di replicare fedelmente l´andamento dell´indice azionario statunitense MSCI U.S. Investable Market Energy, che rappresenta i titoli delle società operanti nel settore dell´energia più importanti del mercato statunitense), il Dow Jones Us Energy I.S (ha l´obiettivo di replicare fedelmente l´andamento dell´indice azionario statunitense DJ US Energy). Entrambi gli Etf Usa non sono armonizzati.
Nel secondo gruppo troviamo alcuni Etf quotati sui listini europei: l’MSCI Europe Energy (che ha l´obiettivo di rappresentare il settore energy europeo). Esso è costituito da circa 20 azioni di società operanti nel settore energetico: l´assegnazione dei pesi dei titoli componenti il paniere è determinata in base alla capitalizzazione di mercato), il DJ Stoxx 600 Oil & Gas-EX ( che ha l´obiettivo di replicare fedelmente l´andamento dell´indice azionario europeo DJ STOXX 600 Oil & Gas, che rappresenta i titoli delle società operanti nel settore dell´energia più importanti d´Europa), e il DJ Euro Stoxx Energy-EE ( che ha l´obiettivo di replicare fedelmente l´andamento dell´indice azionario europeo DJ Euro STOXX Oil & Gas, che rappresenta i titoli delle società operanti nel settore dell´energia più importanti della zona euro).
Lo S&P Global Energy-IS quotato sul listino newyorkese è invece un Etf che ingloba tutti i mercati energy del pianeta e che ha l´obiettivo di replicare fedelmente l´andamento dell´indice azionario globale S&P Global Energy, che rappresenta i titoli delle società pù importanti al mondo operanti nel settore dell´energia. Oltre alla ben rappresentata Europa (Gran Bretagna in primis) che rappresenta circa il 35% complessivo del paniere, un peso, seppur marginale, è assegnato anche ai paesi emergenti come Brasile e Cina. Sono comunque gli USA a detenere la posizione preponderante all´interno dell´indice con quasi il 50% della capitalizzazione complessiva.
L’investitore che preferisce la gestione passiva non deve dimenticare che esistono Etf che non si limitano a replicare il benchmark, ma adottano una gestione che punta a fare meglio dell’indicatore sintetico di riferimento ( è questo il caso del Dynamic Oil and Gas Services P.S che ha l’obiettivo di replicare l’andamento dell’indice azionario statunitense Dynamic Oil & Gas Services , costruito per tentare di battere il rispettivo benchmark focalizzato su titoli di società statunitensi operanti nel settore dei servizi all’energia.
Va infine precisato che, oltre a quelli di gestione, vi sono altre tre categorie di costi che un investitore deve prendere in considerazione quando decide di investire in un ETF: i costi di transazione ( previsti nella forma di un ammontare fisso o variabile per ciascuna transazione, ed il loro peso tende a ridursi al crescere dell’ammontare investito, mentre iniziano ad essere un po’ troppo penalizzanti per investimenti inferiori a 1000 euro) e lo spread denaro- lettera ( che rappresenta il profitto trattenuto dal market maker per assicurare un adeguato livello di liquidità sul mercato).
E’ importante sottolineare che i costi di transazione divengono più sensibili quando la strategia di investimento si basa sul conferimento, ad intervalli regolari nel tempo, di piccole somme di denaro. Strategie che sono solitamente impiegate per ridurre la volatilità dell’investimento, come i PAC ( Piani di Accumulo). Una soluzione a questo problema può essere quella di diminuire la frequenza dei conferimenti, trasformandoli, ad esempio, da mensili a trimestrali.






