Non c’è bisogno di essere laureati in scienza della comunicazione per sapere che per catturare l’attenzione di un lettore distratto da mille pensieri bisogna dipingere tutto a tinte forti, possibilmente fosforescenti. Ecco perché nelle pagine economiche dei giornali tutto crolla oppure vola.….
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In realtà i primi giorni dell’anno sono il momento peggiore per fare previsioni. I mercati sono volatili perché poco liquidi e perché i trader si trovano il libro azzerato e possono piazzare le loro scommesse senza che il risk manager li assilli con richieste ultimative di ridurre la posizione. Negli anni, e sono la maggioranza, in cui nel mondo reale, durante le feste, succede poco o nulla, il vuoto favorisce la rapida fioritura di credenze e pensieri unici. Negli anni, come il 2013, in cui invece succede qualcosa di importante (come il fiscal cliff), il rischio di enfatizzare la notizia del giorno e di proiettarla sui 12 mesi successivi è ancora più grande.
Per questo vanno prese con le pinze le previsioni più aggressivamente favorevoli al rischio (e quindi alle borse e all’euro) che circolano in queste ore. L’euforia è spiegabile. È stato superato il fiscal cliff, è l’inizio del mese (quasi sempre positivo) ed è anche l’inizio dell’anno (anch’esso quasi sempre positivo). Non bastasse, non c’è stato il rally di fine anno e quindi il posizionamento è più leggero rispetto ai valori stagionali medi. C’è ancora più spazio del solito, quindi, per il rialzo di gennaio, che è a sua volta una specie di diritto sindacale acquisito.
Tutto giusto, ma proprio per questo sono ancora più interessanti le dichiarazioni di pessimismo che vengono da due dei più incrollabili ottimisti del nostro tempo, Laurence Fink di Blackrock e Byron Wien di Blackstone. Fink non è un money manager qualsiasi, è tra i candidati in pectore alla sostituzione di Geithner al Tesoro e può darsi che in lui parli più il politico che il gestore. Sta di fatto che Fink si dice particolarmente deluso dall’accordo sul fiscal cliff e tanto preoccupato dallo scontro politico nei prossimi due mesi da proporsi di vendere azioni e comprare Treasuries nei prossimi giorni.
Dal canto suo Byron Wien parla per il 2013 di un SP 500 sotto 1300, di borse europee in caduta del 10 per cento, di utili in discesa e di emergenti e Giappone, i grandi dimenticati di questi anni, in brillante ripresa. Al fondo del pessimismo di Wien sta forse la più minacciosa delle sue previsioni, quella dell’annuncio da parte dell’Iran di avere raggiunto la quantità di uranio arricchito necessaria a fabbricare la bomba.
Quanto al fiscal cliff, va benissimo che ci si sia messo sopra un cerottone, ma non bisogna dimenticare due cose. La prima è che il cerottone contiene solo tasse e la seconda è che sulla questione delle spese i repubblicani cercheranno una rivincita in febbraio, minacciando fuoco e fiamme.
Si sa che le tasse degli altri sono sempre giuste, sopportabili e doverose. Quando la Grecia ha aumentato le sue, i mercati internazionali sono stati contenti, i greci meno. Lo stesso è accaduto per le tasse italiane e, adesso, per quelle americane.
Che cosa pensare, allora, e che cosa fare tra tante incognite?
Partiamo dall’esperienza degli ultimi anni. L’economia è cresciuta poco, ma è cresciuta e così continuerà a essere, verosimilmente, fino al 2015, l’anno in cui la disoccupazione avrà raggiunto un livello fisiologico. Fino ad allora le banche centrali saranno estremamente espansive. Questo vuol dire che il mare della liquidità continuerà ad alzarsi e a sollevare le due barche dell’azionario e dell’obbligazionario. Per motivi tecnici i bond troveranno gradualmente un limite fisico. Un’obbligazione, per quanto conduca una vita brillante, morirà inevitabilmente a 100 e non ci sono macumbe che possano evitarle questo triste destino. Un’azione, al contrario, ha più libertà e per questo, a un certo punto, vedremo i bond salire sempre più lentamente e le azioni dare loro il cambio nel rialzo.
Un mare che si solleva non è però necessariamente un mare piatto. Ci sono onde, a volte molto ampie e, soprattutto, irregolari. Provare a indovinare il timing di entrata e di uscita da queste onde è arte nobile, ma molto difficile. Nel 2011, ad esempio, gli utili sono saliti molto e la borsa non si è mossa. Nel 2012 è successo esattamente il contrario.
Più che puntare a entrare e uscire dalle onde conviene dunque limitarsi a galleggiare. Vista oggi, la crisi libica (più Fukushima) del 2011 appare una modesta increspatura, anche se a suo tempo sembrò eterna e molto pesante. È possibile che, vista dal 2015, un’eventuale crisi iraniana del 2013 faccia la stessa impressione. Lo stesso vale per le schermaglie sul tetto del debito negli Stati Uniti o per le tristi vicende della crisi europea.
Analisi Weekly
a cura di: Kairos Partners SGR SpA.
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