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IL KATÉCHON: Teologia politica dell’Europa e dell’euro


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Dice l’antropologa Ida Magli  che l’Europa unita dei tecnocrati  di Bruxelles è una  violenza  inaudita contro la storia, la  cultura e le tradizioni millenarie  dei popoli che la abitano. Vero,  ma è altrettanto vero che la  pulsione verso l’unificazione è  anch’essa millenaria. ..….


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L’impero romano, la prima  forma di Europa unita, si scioglie  nella  cristianità, che nella sua  forma politica è così tanto  europea da espellere fin dal V  secolo il cristianesimo nestoriano  della Persia, dell’India e della  Cina. La cristianità europea si  costituisce politicamente nel  Sacro Romano Impero, che  evolve nel Sacro Romano Impero  della Nazione Germanica e nella  monarchia asburgica, che tramonta nel 1918. La parentesi napoleonica è anch’essa paneuropea e si  limita a sostituire l’universalismo giuridico romano e quello cristiano  dell’Impero con l’universalismo secolarizzato giacobino.

Anche il Generalplan nazionalsocialista del 1940 è geopoliticamente  paneuropeo, ma inverte completamente di segno il carattere universalista del  primo e del secondo Reich. Primato dell’Herrenvolk, sterminio degli ebrei e  schiavizzazione degli slavi contraddicono alla radice il modello dell’unità dei  popoli europei sotto l’imperatore cristiano.

Risorta dalle rovine della guerra, l’Europa adotta nuovamente un  progetto di unificazione basato sull’universalismo delle regole.  È  europeo  chiunque accetti l’Acquis Communautaire, l’insieme delle leggi europee. Il  repubblicanesimo francese e il patriottismo della costituzione, l’ideologia che  Habermas elabora per la Bundesrepublik,  sono il modello dell’ideologia  europea.

L’universalismo  europeo, nei suoi  venti secoli di storia,  non varca mai la  soglia geopolitica  continentale.
L’Inghilterra  normanna prova a  installarsi in Francia,  ma dopo la guerra  dei cent’anni e la  sconfitta se ne va per  sempre  dall’Europa,  le dà  le spalle e si  rivolge agli oceani.

Vi rimetterà piede  solo per togliere di  mezzo  Napoleone, Guglielmo II e Hitler e per controllare, aderendo all’Unione Europea, che i  burocrati di Bruxelles non le procurino danni. La Svezia se ne scende in  Germania durante la guerra dei trent’anni ma da quel momento si ritira in  uno splendido isolamento. L’adesione svedese e danese all’Europa è  pragmatica, non ideologica. Metà dentro, metà fuori. E niente euro. La  Turchia, dal canto suo, mette l’universalismo delle regole di Bruxelles di  fronte a una contraddizione insanabile.

Il progetto europeo trova un limite non solo nella geopolitica, ma nella  sua stessa genealogia. L’Europa, lungo i secoli, non si costituisce solo come  fortezza tendenzialmente unificata per difendere dagli attacchi esterni la sua  fede e il suo diritto, ma anche per difendersi da se stessa. L’Europa, da  quando esiste, ha paura di se stessa, della guerra di tutti contro tutti e  dell’anarchia in cui tende a precipitare quando perde la  bussola  dell’universalismo.

Nella seconda lettera ai Tessalonicesi, scritta nel 52 d.C., Paolo invita la  comunità cristiana ad avere pazienza. La Parousia, il ritorno del Cristo nel  mondo, non è imminente. Prima del ritorno, come indica il libro  dell’Apocalisse, sarà l’Anticristo a conquistare e sedurre i cuori degli uomini.  Se l’Anticristo non ha ancora portato nel mondo il disordine (mysterium  iniquitatis nella versione latina, anomia in quella greca) è perché qualcosa lo  trattiene.  

Il trattenitore (katéchon), in una tradizione teologico-politica  bimillenaria che va da Tertulliano a Carl Schmitt, è l’imperatore romano,  carolingio, asburgico, fino ad arrivare ai giorni nostri, volendo,  all’Unione  Europea, a Van Rompuy e alla Merkel. Il soggetto politico paneuropeo,  nell’elaborazione di una corrente potente di giuristi, teologi e filosofi filoimperiali, diventa la difesa ultima contro l’anomia, la mancanza di regole  e il disordine interno connaturato all’Europa.

Nella teologia della storia, come si  vede, esiste una fortissima tensione  irrisolta.  È  meglio arginare il  disordine il più a lungo possibile,  ritardando però in questo modo, oltre  al disordine, anche l’instaurazione  dell’ordine finale e la fine della storia  o è invece meglio accelerare il  disordine per renderne possibile la  sconfitta finale? Robespierre, Lenin,
Trotzkij  e gli apocalittici in generale  teorizzano l’accelerazione del  disordine nel nome di un nuovo  ordine che verrà. Il resto del pensiero  occidentale preferisce arginare il  disordine il più a lungo possibile.  La crisi politica italiana ripropone  questa tensione. È meglio contenere il  disordine e restare aggrappati all’euro  (il nuovo katéchon) o è preferibile  fare saltare tutto, mollare gli  ormeggi, navigare da soli per qualche  tempo e poi ricostruire l’Europa su  basi nuove e finalmente durature?

Per ragionare bene è meglio sgombrare il campo dall’europeismo bigotto,  quello che giudica incivile chi si colloca fuori dall’orizzonte tecnocratico di  Bruxelles e considera l’euro un tabù. Diciamo quindi che si può benissimo  vivere senza euro e che Svezia e Danimarca, che se ne stanno fuori (la corona  danese è agganciata all’euro, ma può sganciarsi quando vuole), sono anzi indicate   a qualche anno come esempi eccellenti di conservazione di uno  stato sociale snellito (e in via di privatizzazione), di crescita economica  (niente decrescita felice) e di tassazione in costante diminuzione.

Spingiamoci ancora più in là e sgombriamo il campo anche dal tabù della  svalutazione. Non è vero che sia sempre una rovina, anzi. Se ben gestita può  ridare energia e slancio. Tutto il mondo (tranne i concorrenti coreani  e  tedeschi) si sta complimentando con il Giappone per il rapido deprezzamento  dello yen. Perché dovrebbe essere diverso per Italia e Spagna?

Nella vita, d’altra parte, non si può avere tutto. Non si può mantenere a  lungo un sistema rigido al suo interno e un cambio rigido sull’esterno. Troppo  bello. Si devono quindi fare delle scelte. Si può mantenere rigida la struttura  interna e scaricare le tensioni su un cambio flessibile (modello argentino). Si  può mantenere fisso il cambio e rendere flessibile la struttura interna  (modello irlandese ed estone). Si può rendere più flessibile la struttura interna  e allo stesso tempo svalutare, come fu fatto in Svezia dopo la crisi bancaria  dagli anni Novanta. In quel caso, grazie all’accresciuta flessibilità interna, la
svalutazione fu temporanea e fu seguita più tardi, dal 2009 a oggi, da una  costante rivalutazione.

Se invece si vuole tenere rigido  tutto, mercato del lavoro e cambio,  le tensioni si scaricano sulle imprese,  che piano piano fanno ciao con la  mano e se ne vanno all’estero. È  la  deindustrializzazione, il modello  italiano.
È a questo punto che dobbiamo  guardarci negli occhi e fare qualche  discussione da adulti. Se usciamo  dall’euro saremo capaci di fare come  la Svezia e di accompagnare la  svalutazione con una  flessibilizzazione della nostra  struttura o non seguiremo piuttosto  la via argentina, quella di  mantenerci eternamente rigidi  ricorrendo periodicamente alla  svalutazione? La via argentina  porta a un rimpicciolimento  costante dell’economia in rapporto agli altri paesi. Questo ridimensionamento, nel caso argentino, è rallentato  dalla scoperta  continua  di risorse naturali abbondanti. Noi, queste risorse,  non le abbiamo. Quanto alla nostalgia degli anni pre-euro, non dimentichiamo che tranquillità e benessere ce li compravamo, oltre che  svalutando, con un debito pubblico crescente.

Messe contro il muro, le singole classi dirigenti nazionali del nostro  continente  continuano dunque a scegliere l’Europa e l’euro non per  idealismo, ma perché hanno paura di se stesse. Detto questo, l’euro è  costruito così male e l’austerità disegnata dalla Germania è così  controproducente che lo spazio per migliorare il progetto complessivo è  davvero ampio.

Qualcosa sta già cambiando e non è poco. Tutti gli obiettivi di disavanzo  pubblico sono rinviati di un anno. Ha cominciato la Spagna, ha proseguito il  Portogallo e ora tocca a Francia e Italia. Tutta la politica fiscale europea sta  passando da fortemente restrittiva a neutrale e perfino espansiva. A questo  sta corrispondendo un modesto irrigidimento della politica monetaria, ma  l’effetto combinato monetario e fiscale è di fatto espansivo. Non si può dirlo  forte, ma l’austerità è rinviata e forse è finita.

Guadagnare un anno non è una brutta cosa, ma per massimizzare e  prolungare nel tempo gli effetti di questa boccata d’ossigeno bisognerà che la  Germania sostituisca obiettivi  qualitativi ai target numerici che ha fin qui  imposto ai suoi partner. È meglio una riforma strutturale di un aumento di  tasse, è meglio un taglio di spese accompagnato da una riduzione di tasse  piuttosto che un disavanzo tagliato con stangate fiscali.

La crisi italiana, per il momento, ha comunque la fortuna quasi sfacciata  di cadere in un momento di mercato assolutamente magico. Le imprese  americane producono e assumono per ricostituire scorte. I consumi vanno  piano, ma la discesa appena iniziata del prezzo della benzina li farà risalire.  Sia come sia, una crescita debole conferma la Fed nella sua volontà di  perseguire una politica monetaria aggressivamente espansiva  a perdita  d’occhio. La politica fiscale leggermente restrittiva, grazie anche ai tagli  automatici di bilancio che stanno per scattare, non cambia la natura  complessivamente pro-crescita della politica economica americana.   Il Giappone si è ormai avviato verso una strada di reflazione a tappe  forzate. In Cina la nuova leadership si sta mostrando prudente, ma è  probabile che nei prossimi mesi accentui gradualmente il suo profilo pro- crescita. La Germania ha ripreso a camminare (piano) e il resto d’Europa va  un po’ meno peggio del previsto. Le borse si trovano poco al di sotto dei  massimi storici del 2008 e si sa che in questi casi la voglia di fare segnare un  nuovo record è praticamente irresistibile.

Nel breve tutti i semafori sono verdi e i vigili delle  banche centrali  sorridono e fanno segno di accelerare. La crisi italiana è un motivo in più per  allestire un cordone sanitario fatto di buonumore e propensione al rischio.  Nelle prossime settimane le cose cominceranno a complicarsi. Fatti nuovi  massimi, i mercati si sentiranno più incerti. I tagli americani toglieranno 50mila nuovi occupati al mese. I dati macro che verranno pubblicati in  maggio e giugno saranno piuttosto grigi. C’è però ancora tempo.

a cura di: Kairos Partners SGR SpA.


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