Telegiornale, ore 20. Siria, guerra civile. Thailandia, si avvicina il colpo di stato. Ungheria, voci di default. Argentina, svalutazione selvaggia. Venezuela, cancellati i voli verso l’estero perché non ci sono più dollari per i viaggi. Egitto, crollato il turismo. Cina, stretta monetaria e inizio della crisi finale della finanza tossica….
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Segue il TG Economia. Gli esperti in studio concordano sulla fine degli emergenti, non solo per quest’anno, ma per sempre. Polvere alla polvere, titola Christopher Potts parlando di loro. Erano nulla, torneranno nulla. François Trahan di Cornerston Macro aggiunge un tocco di compiacimento sadico. Peggio stanno loro, più scendono le loro materie prime e le loro borse e meglio stiamo noi, che ci godiamo i loro capitali che fuggono e i loro prodotti sempre più a buon mercato.
Meno male, pensa l’ascoltatore, che il mio consulente mi ha dissuaso per tempo dal mettere soldi in questi paesi e nelle materie prime. Mi è rimasta solo quella modica quantità di Etf emergenti, avanzo del grande rialzo del 2008-2010 che ci siamo sempre dimenticati di vendere. Che sollievo.
E che importa, si ripete per rassicurarsi, se la borsa americana perde il 7 per cento da inizio anno, la Germania il 5 e il Giappone il 13. La colpa è tutta degli emergenti, si sa, noi stiamo benissimo e le nostre economie sviluppate sono in forte accelerazione. Su quei paesi, invece, non mi farò mai più incantare, dovessero anche andare a zero non li comprerò mai più.
Poi, preso da un soprassalto di pietà, medita solidale sulle disgrazie di queste povere periferie del pianeta. Se sono scese così tanto le nostre borse così sane, che disastri avranno combinato le loro, piagate dal tapering, dalle rivolte e dalla fine ingloriosa delle loro bolle?
Va a documentarsi e parte dalla martoriata Siria, che ormai esporta solo profughi a centinaia di migliaia. I siriani che scappano hanno qualche soldo e non vanno ad annegare a Lampedusa, quella è la sorte dei dannati della terra. Vanno magari a Stoccolma, dove il loro arrivo ha già fatto salire nei sondaggi Svezia Democratica, il partito antiimmigrati.
Per ogni siriano che ripara a Stoccolma, tuttavia, ce ne sono 50 in esilio in Turchia, 100 in Libano e altrettanti in Giordania. Una crisi regionale imponente, dunque, un collasso umanitario capace di schiacciare qualsiasi economia. Strano, però. La borsa di Beirut è in rialzo del 4 da inizio anno (del 6 in euro). Quella di Amman del 6 (8 in euro). Quella di Nablus (sì, c’è una borsa anche in Palestina) addirittura dell’11 (13 in euro).
Anche i produttori di petrolio, evidentemente incuranti del bear market secolare del greggio di cui tanto si parla, non se la stanno passando così male. La borsa saudita sale del 3 (5 in euro), il ricchissimo Qatar (attenzione, multipli bassi in Qatar, mercato molto interessante) sale del 7 (9 in euro) e gli Emirati, sempre da inizio anno, si apprezzano del 15 (17 in euro).
Chissà, si dice l’investitore, sarà un caso. Proviamo a vedere l’Europa orientale e balcanica. Di solito quando noi abbiamo il raffreddore a loro tocca la polmonite. Cominciamo da Budapest, funestata dal crollo del fiorino di cui molto si è parlato. In effetti è scesa dell’uno e, mettendoci anche il cambio, del 5. Budapest come Francoforte, strano anche questo.
Andiamo allora sul sicuro. C’è l’Ucraina in ginocchio, si legge, il paese è sull’orlo della guerra civile, Kiev è in fiamme, lacerata dagli scontri tra i nazieuropeisti e le mummie russofile. La borsa è però salita del 3 per cento in questo gelido inizio anno (meno 15 la temperatura massima a Kiev). Certo, è scesa la grivna, ma non così tanto se la borsa, calcolata in euro, fa meno 2.
E poi c’è la Slovenia che doveva fallire e che sale del 5, la Serbia che si apprezza del 2, la Lettonia del 4, la Lituania del 7, l’Estonia del 2. La Bulgaria, sempre trascurata da tutti e invece così interessante, sale del 14. La Polonia che ci ruba le fabbriche è invariata, ben le sta, ma in compenso la Grecia, che l’anno scorso è stata ufficialmente retrocessa a paese emergente, si apprezza del 7.
Il Nord Africa, terra disertata dai turisti e tornata quindi misteriosa, vede il Marocco crescere dell’uno da inizio anno, la Tunisia del 4 (9 in euro) e l’Egitto dell’8 (10 in euro). Si sarà notato come in molti di questi paesi, oltre alla borsa, si è apprezzata anche la valuta locale.
L’Africa subsahariana, la regione in cui al 99.99 per cento degli investitori non passa nemmeno per la testa di investire (mentre lo 0.01 che sarebbe disposto a farlo si trova generalmente di fronte la faccia disgustata degli intermediari, che cercano in tutti i modi di impedirglielo) ha iniziato anche il 2014 battendo gli indici globali. Il Ghana è salito del 12 (non solo in cedi, ma anche in euro), il Botswana del 4, la Tanzania dell’uno. Un poco deludente il Kenya, che dopo il 43 per cento di rialzo dell’anno scorso, quest’anno sale solo in euro. Anche la Nigeria, del resto, dopo il 45 per cento dell’anno scorso sta perdendo quest’anno l’uno per cento. Un disastro.
L’unico mercato in cui gli intermediari accettano di solito di accompagnare il cliente, il Sudafrica, è anche quello che scende più di tutti. Non è un caso. Scendono, in questo periodo, i mercati frequentati dagli stranieri. Gli altri sono tranquilli.
Della situazione in Argentina e Venezuela si dice tutto il peggio che può venire in mente (e spesso con ragione). È però un fatto che il Merval di Buenos Aires, pur perdendo l’8 in euro, è almeno salito del 10 in pesos, offrendo qualche difesa ai poveri investitori locali. Quanto a Caracas, crescita del 3 in bolivares e (al cambio ufficiale finto) del 4 in euro.
Concludiamo con l’Asia, dove la tormentata Thailandia, anch’essa disertata dai turisti, vive la vigilia del colpo di stato guadagnando l’uno in euro. Il Pakistan sale del 6 (del 7 in euro) e il Vietnam in pieno turnaround guadagna il 10 in dong e il 12 in euro. Invariate le Filippine. In compenso l’Indonesia, uno dei Fragile Eight che dovrebbero farci saltare per aria, guadagna il 3 (il 4 in euro). Certo, c’è l’India (peraltro ormai espulsa da tutti i portafogli rispettabili) che perde il 3 in euro. Sempre meglio di Parigi che perde il 4.
Poi c’è la Cina. Ogni dibattito, in questo periodo, non è considerato soddisfacente se non include la considerazione che finché la crisi rimane in Argentina o in Turchia il problema è locale, se però si ammala anche la Cina allora siamo tutti spacciati. Le borse cinesi non sembrano tuttavia così preoccupate. Shanghai, appesantita dai monopoli di stato senza profitti, perde il 3 per cento in euro da inizio anno. Shenzhen, che contiene meno carrozzoni pubblici, guadagna il 4. Non male per un paese che per molti resta sull’orlo del crollo.
Alla fine, a ben vedere, la crisi degli emergenti coinvolge Russia, Brasile, Turchia e Sudafrica. Sono paesi molto importanti, senza dubbio, ma non rappresentano l’intero universo emergente. Sono gestiti male (troppe nazionalizzazioni in Russia, troppo populismo in Brasile, troppo sindacalismo anni Settanta in Sudafrica) ma non malissimo e hanno un cambio troppo forte che dovranno aggiustare. Non sono però casi disperati da qualunque parte li si guardi.
Alla fine, come dice Larry Fink, la discesa delle nostre borse è solo una normalissima correzione vecchio stile. Non c’è da scomodare l’universo emergente o la misteriosa Cina. C’è un banalissimo ciclo delle scorte che ora è negativo e fa più freddo del solito. Gli aerei non partono e la gente, con le strade ghiacciate, evita di andare al centro commerciale. Problemi, questi, che si esauriranno in poche settimane.
Ora che i mercati hanno perso la schiuma di fine anno, le valutazioni sono di nuovo interessanti, mentre i portafogli che si erano troppo esposti hanno già venduto. Il flusso dei dati macro resterà poco entusiasmante in febbraio e in una parte di marzo, ma poi tornerà positivo. Chi è leggero può cominciare a comprare fin da adesso.
a cura di: Kairos Partners SGR SpA.
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