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Prospettive 2011 per i mercati globali


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Il 2010 è stato un altro anno eccezionale per il mercato azionario statunitense (l’indice S&P ha guadagnato il 12,78%), eppure la maggior parte dei flussi di capitale sono confluiti nel reddito fisso1. I titoli small-cap hanno messo a segno alcune delle performance migliori…

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nella storia recente (l’indice Russell 2000 ha registrato un rialzo del 25,31%), e tuttavia molti esperti di strategie consigliavano di sovrappesare le large-cap2. Anche i titoli azionari dei mercati emergenti erano un’asset class molto raccomandata dodici mesi fa, ma sono stati negoziati su livelli bassi per la maggior parte dell’anno fino a che il Presidente della Federal Reserve Ben Bernanke ha preannunciato un secondo ciclo di Quantitative Easing (QE2) a fine agosto3. Alcuni di questi trend potrebbero proseguire nel 2011, quantomeno per una parte dell’anno, ma potrebbero altresì verificarsi alcune inversioni di tendenza inattese. Questo primo commento sul 2011 descrive alcuni dei principali temi economici e d’investimento che si delineano per l’anno a venire.

Le lezioni del 2010
Nel 2010, i due principali punti di inflessione del mercato hanno modificato non solo l’andamento dei listini, ma anche la performance di settori e asset class. Questi fenomeni potrebbero offrire spunti per cogliere i trend di mercato che caratterizzeranno anche l’anno in corso.
Il primo punto di inversione si è verificato in aprile, quando la variazione su base annua dell’indice LEI (Leading Economic Indicators) ha raggiunto il picco4. Prima di questo momento, l’indice S&P 500 (il mercato) aveva un andamento tendenziale al rialzo, i titoli small-cap sovraperformavano i large-cap e i settori ciclici evidenziavano performance migliori di quelli non ciclici. Dal picco dell’indice LEI (Leading Economic Indicators) fino a quando hanno iniziato a circolare le voci di un QE2 (Quantitative Easing 2), il mercato ha cambiato traiettoria, mentre il primato a livello di settori e asset class ha subito una rotazione. Nei quattro mesi di questa fase, l’indice S&P 500 ha imboccato un trend ribassista, le large-cap hanno sovraperformato le small-cap e i settori non ciclici (come quello delle telecomunicazioni e dei servizi di pubblica utilità) hanno generato performance superiori ai settori ciclici (ivi compresi quelli dei servizi finanziari, dell’energia e della tecnologia)5.
Il secondo punto di inversione ha coinciso con il discorso che il Presidente della Fed Bernanke ha tenuto a Jackson Hole sulle prospettive del QE2 (Quantitative Easing 2). Le aspettative degli investitori riguardo a un’ulteriore iniezione di liquidità nell’economia hanno posto un freno al mercato e rinvigorito la propensione al rischio. Da fine agosto alla chiusura dell’anno, le smallcap (secondo i dati dell’indice Russell 2000) hanno sbaragliato le large-cap (in base ai dati dell’indice Russell 1000), i mercati emergenti hanno sovraperformato i mercati sviluppati, finché la Cina non ha rialzato i tassi, e i settori ciclici dell’indice S&P 500 hanno conseguito performance migliori di quelli non ciclici6.
Stando a quanto si può dedurre da questi punti di inflessione, gli investitori dovrebbero 1) monitorare la pendenza della curva di variazione dell’indice LEI (Leading Economic Indicators) per calibrare l’asset allocation e le allocazioni settoriali, e 2) monitorare le condizioni finanziarie per stabilire se aumentare o diminuire l’esposizione al rischio. La liquidità, vale a dire il QE2 (Quantitative Easing 2), sembra prendere il sopravvento sui fondamentali, perlomeno a breve termine. Lo scorso anno, la correlazione fra gli indici LEI (Leading Economic Indicators) e S&P 500 è stata pari a 0,87 secondo una ricerca di Wolfe Trahan7. La sovraperformance per asset class è sempre stata determinata dal LEI (Leading Economic Indicators) in ogni ciclo degli ultimi 25 anni, ad eccezione della bolla tecnologica a fine anni Novanta. Naturalmente, le performance passate non sono garanzia di rendimenti futuri.

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Sarà un altro anno difficile per i titoli azionari globali

La strada per i mercati azionari globali potrebbe essere ancora accidentata nel 2011. Gli investitori non devono fare grandi sforzi per individuare potenziali ostacoli, alcuni dei quali potrebbero essere gravi, come il rischio persistente associato al debito sovrano in Europa, il contrasto all’inflazione in Cina e i deficit crescenti di stati e comuni negli USA.

Il debito europeo
Le proporzioni del debito nei paesi europei periferici minacciano di compromettere per anni la crescita futura dell’Europa. Nel 2011, l’Eurozona deve procedere a un rifinanziamento del debito per la cifra impressionante di 750 miliardi USD. Gli spread sui credit default swap (CDS), ovvero il costo per tutelarsi contro il rischio di insolvenza (in questo caso, dei titoli di Stato), in Irlanda, Spagna e Portogallo suggeriscono che gli investitori sono scettici riguardo all’efficacia dei piani di salvataggio.
Inoltre, la Germania, considerata la locomotiva dell’Europa nonché una delle economie principali nel mondo sviluppato, ha una pesante esposizione al debito dei paesi periferici. Secondo i dati forniti dalla Banca dei Regolamenti Internazionali, l’esposizione delle banche tedesche al debito spagnolo è pari a 217 miliardi USD (e le banche spagnole sono titolari per 98 miliardi USD del debito portoghese). La Germania detiene anche titoli del debito greco per 65 miliardi USD e una posizione di 190 miliardi USD su quelli irlandesi9. Sussiste il rischio che uno di questi paesi, nel tentativo di ridurre gli oneri per i cittadini, richieda ai creditori di “condividere” parte del sacrificio.
Gli investitori dovrebbero considerare l’impatto che ulteriori finanziamenti potrebbero avere sui tassi di interesse e, quindi, sui mercati azionari. Inoltre, sebbene i piani di salvataggio finanziario dello scorso anno abbiano messo a disposizione un prestito ponte, non sono stati in grado di risolvere i problemi strutturali esistenti al’interno dei paesi PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna).
È probabile che, risolvendo il problema dell’indebitamento europeo, la valuta risulti indebolita, erodendo i guadagni sull’azionario qualora il mercato tornasse a salire. Gli eventuali effetti di un incremento dei tassi di interesse (dovuto ai costi di finanziamento) sul tasso di cambio euro/dollaro statunitense (USD) dovrebbero essere temporanei. E’ altresì probabile che nei prossimi anni verrà consentito un indebolimento del tasso di cambio euro/USD.

L’inflazione nei mercati emergenti
L’inflazione è il principale fattore di rischio per i titoli azionari dei mercati emergenti. L’aumento dei prezzi per i generi alimentari e la sottovalutazione delle divise locali hanno generato un rialzo del tasso di inflazione in molti paesi con economie emergenti ai livelli più alti dell’ultimo decennio. Fatta eccezione per l’India, dove l’inflazione è in calo, la maggior parte delle banche centrali in questi paesi sta innalzando i tassi di interesse, una misura che non significa adottare una politica monetaria restrittiva. I tassi di interesse reali sono negativi in molti paesi emergenti, non solo in Cina, e dovranno aumentare in misura significativa prima di essere considerati restrittivi.
Detto questo, i mercati azionari si innervosiscono in presenza di un rialzo dei tassi di interesse, come dimostra l’ondata di vendite pari al 13,5% verificatasi alla borsa cinese nei mesi di novembre e dicembre dello scorso anno10. Temiamo che la Cina sia in ritardo nel contrastare le pressioni inflazionistiche e dovrà innalzare aggressivamente i tassi di interesse prima di riuscire a contenerla. È probabile che la banca centrale opti per una soluzione combinata, alzando i tassi e consentendo presumibilmente un apprezzamento della valuta nazionale.
Riteniamo che una valuta più forte possa incrementare i rendimenti per gli investitori statunitensi o quantomeno compensare le perdite se il mercato si muove al ribasso. Potrebbe altresì aumentare il potere di acquisto dei consumatori cinesi, con conseguenti vantaggi per gli esportatori orientati ai consumi in paesi come la Germania, gli Stati Uniti e il Brasile, nonché per i paesi esportatori più piccoli nella regione.
Il rallentamento della crescita economica in Cina, prodotto dal rialzo dei tassi d’interesse, potrebbe ridurre la domanda di alcune materie prime. L’abbassamento dei prezzi delle materie prime tende a indebolire la crescita economica nei paesi esportatori, molti dei quali sono economie emergenti, provocando così una flessione delle quotazioni azionarie e del corso valutario.

Il debito del settore pubblico statunitense
È probabile che il 2011 sarà un anno in cui l’economia statunitense apparirà “meno in crisi” e potrebbe facilmente superare le previsioni. Tuttavia, uno shock di provenienza esterna potrebbe innescare una seconda recessione, sebbene il rischio di questo scenario stia diminuendo. Una risposta sul piano fiscale o monetario a un simile shock sarebbe presumibilmente limitata considerando i livelli del debito federale e la politica del tasso zero adottata dal FOMC (Federal Open Market Commitee). Anche il livello di indebitamento esistente nel settore pubblico contribuisce a generare un quadro di incertezza per l’economia. Attualmente, la spesa del governo federale per ogni dollaro incassato dall’erario si aggira intorno a 1,60 USD11. Le amministrazioni statali e locali hanno deficit enormi e mancano di fondi per le pensioni. Ad un certo punto, ma forse dopo il 2011, i mercati azionari e del reddito fisso cominceranno a scontare questo rischio. Il problema si presenta drammaticamente simile alla crisi del credito che si sta consumando in Europa.

I titoli azionari globali continuano ad essere interessanti

Sebbene quest’anno si prospettino potenziali difficoltà di portata significativa, i rischi devono essere ponderati anche a fronte degli sviluppi positivi che si vanno delineando: il miglioramento delle condizioni economiche negli Stati Uniti, la persistente solidità delle economie emergenti e valutazioni azionarie ragionevoli quasi ovunque. A nostro avviso, l’analisi rischio/rendimento favorisce le azioni rispetto al reddito fisso, il mercato statunitense rispetto ad Europa e Giappone, i mercati emergenti in via di sviluppo rispetto ai paesi BRIC (Brasile, Russia, India e Cina).

Stati Uniti
Alla data del 9 dicembre, la stima di consensus per il PIL statunitense nel 2011 era pari al 2,60% secondo Bloomberg12. Da allora, le prospettive per l’economia USA sono migliorate notevolmente con la proroga del taglio delle imposte volute da Bush, la riconferma dei sussidi per i disoccupati, le riduzioni dell’imposta sui salari e altre misure di incentivazione che potrebbero sostenere la crescita economica nell’ordine dello 0,5-1% secondo alcune stime. Dal secondo dopoguerra, un incremento del PIL nell’ordine dell’1% si è di norma tradotto in un aumento degli utili calcolati sull’indice S&P 500 pari al 4%13. Quest’anno, la spesa aziendale potrebbe riservare grandi sorprese. Il suo contributo al PIL si fa attendere ormai da lungo tempo. La quota di investimento del PIL (ovvero la quota del PIL destinata alle spese in conto capitale) negli Stati Uniti resta del 23% al di sotto del picco raggiunto nel 2007, mentre il PIL nominale ha superato dell’1,8% il proprio massimo14. Inoltre, la redditività e la fiducia delle imprese, due fattori trainanti essenziali per la spesa aziendale, appaiono incoraggianti. I margini di profitto sono prossimi a livelli record assoluti, tanto che secondo le previsioni gli utili dell’indice S&P 500 dovrebbero superare i livelli di picco già raggiunti quest’anno, e la fiducia dei CEO continua a migliorare.
I consumatori dovranno impegnarsi maggiormente a sostenere la crescita del PIL nel 2011 per controbilanciare l’esaurimento delle misure di incentivazione fiscale nella seconda parte dell’anno. In una certa misura, non dovrebbe essere troppo difficile. Il patrimonio netto dei consumatori (uno dei motori principali della spesa al consumo) è aumentato negli ultimi 12 mesi, grazie al progresso delle quotazioni azionarie. La fiducia dei consumatori è salita e l’occupazione potrebbe tornare presto a crescere, considerata la redditività aziendale, l’aumento dei lavoratori a tempo determinato e il miglioramento del sentiment dei CEO. Abbiamo un cauto ottimismo riguardo al potenziale dei consumatori e siamo propensi a concedere il beneficio del dubbio ai dati di consensus attualmente in circolazione. Tuttavia, i timori sono frutto di dati econometrici, stando ai quali risulta evidente che gli sgravi fiscali temporanei, come la riduzione dell’imposta sui salari, tendono a confluire nel risparmio e non modificano il comportamento dei consumatori.
Inoltre, la disparità fra abbienti e meno abbienti potrebbe alterare le abitudini di spesa dei consumatori nonostante una maggiore crescita del PIL. La creazione di ricchezza sembra essere prerogativa di chi è già facoltoso. Il 20% più ricco dei percettori di reddito americani origina quasi il 50% della spesa per beni discrezionali e possiede circa il 90% di tutti i titoli azionari15. Un aumento della domanda o un cambiamento nelle abitudini di spesa di questo gruppo facoltoso è improbabile.
Inoltre, data la volatilità di mercato, la spesa al consumo potrebbe risentire in misura minore delle variazioni di valore degli asset, soprattutto considerando che il bene di maggiore entità per la maggior parte dei consumatori, ovvero la casa, è tuttora in fase di deprezzamento in quasi tutti gli Stati Uniti. Le quotazioni medie per gli immobili abitativi sono crollate negli ultimi quattro mesi ad un tasso annuo del 30% per le case nuove e del 20% per quelle esistenti16. La flessione da 54,3 a 52,5 subita dall’indice della fiducia dei consumatori del Conference Board a dicembre potrebbe essere un cattivo presagio per la futura spesa al consumo17. Non dimentichiamo che la fiducia media dei consumatori era al 73,0 nelle precedenti recessioni e a 100 durante le fasi espansionistiche18.
Infine, con l’inizio del nuovo anno, i prezzi della benzina hanno raggiunto una media di 3,07 USD alla data del 1° gennaio, in rialzo rispetto al minimo di 2,68 USD segnato a settembre19. I prezzi della benzina hanno l’effetto di un’imposta sui consumatori. Secondo le stime di Morgan Stanley Research, ogni centesimo di rincaro sui prezzi della benzina produce una contrazione di circa di 1,3 miliardi USD nella spesa al consumo. Pertanto, l’incremento di 0,39 USD da settembre a inizio anno potrebbe diminuire il reddito discrezionale di quasi 52 miliardi USD se i prezzi correnti restassero inalterati20.
A prescindere da questi potenziali ostacoli, riteniamo che la spesa di consumatori e aziende aumenterà e che l’economia continuerà lentamente a progredire nonostante il rischio di un aumento dei tassi d’interesse. L’intervallo di rendimento per i buoni del Tesoro a 10 anni si è attestato fra il 2,385% e il 3,988% nel 201021. Quest’anno, i prestiti del governo federale sembrano muoversi sugli stessi livelli dell’esercizio precedente, dato che l’incentivazione del secondo ciclo di quantitative easing è pressoché identica al primo. Si prevede quindi che, nel 2011, i tassi d’interesse non si discosteranno molto dalle fluttuazioni degli ultimi 12 mesi. Sul fronte dei titoli azionari statunitensi, prevediamo che il nuovo intervallo di contrattazione dell’indice S&P 500 nel 2011 si attesterà fra 1100 e 1400, sostenuto in larga misura dai programmi di incentivazione monetaria e fiscale, utili aggregati record e crescita del fatturato, in un contesto caratterizzato da inflazione bassa, tassi di interesse ridotti e valutazioni ragionevoli. Gli utili societari per azione potrebbero aumentare in seguito alla crescita del fatturato nonché alla riduzione delle azioni in circolazione per effetto di operazioni di riacquisto, fusioni e acquisizioni.
L’attrattività relativa dei titoli azionari rispetto al reddito fisso dovrebbe protrarsi nel 2011, anche se le valutazioni azionarie non sono più così convenienti. Le rilevazioni sul sentiment degli investitori effettuate dall’American Association of Individual Investors Bull/Bear Sentiment Index manifestano un estremo ottimismo, segnalando che la maggior parte delle buone notizie è già stata scontata nell’indice S&P 50022. Inoltre, dopo il recente rally dei titoli azionari e l’incremento dei tassi di interesse, il premio al rischio azionario (ovvero l’extra rendimento che un investitore si aspetta a fronte del rischio assunto) è sceso verso la media di lungo termine23. Il tasso di crescita degli utili implicito nell’indice S&P 500, che si è portato al 5,1% a fine dicembre, non è lontano dal tasso medio di crescita degli utili societari nel secondo dopoguerra (6,5%)24. Queste rilevazioni suggeriscono che il mercato potrebbe essere prossimo ad un’ondata di vendite. La prima correzione di mercato probabilmente definirà il restante corso dell’anno. Se la prima correzione sarà compresa in un intervallo di variazione del 5-7%, è presumibile che il mercato si muoverà al di sopra di 1400. Se, invece, la correzione sarà più drastica, il mercato azionario potrebbe attraversare un anno faticoso con rendimenti piatti o leggermente negativi.

In questo contesto, vi sono tre motivi per credere che i titoli small-cap potrebbero continuare a sovraperformare nella prima parte dell’anno. In primo luogo, la sovraperformance delle small-cap è fortemente correlata all’incremento della massa monetaria (vedere il grafico sottostante)25. Inoltre, c’è ancora spazio per un miglioramento dei margini di profitto in attesa che questi raggiungano i precedenti massimi di periodo. E infine, nel corso degli ultimi 60 anni, i titoli small-cap hanno registrato un unico anno negativo nei 12 mesi successivi alle elezioni di medio termine. I rendimenti dell’indice small-cap sono scesi al di sotto del 13,5% solo due volte in questo arco di tempo26.
Tuttavia, il profilo rischio/rendimento dei titoli a piccola capitalizzazione non è allettante come lo scorso anno. Le valutazioni sono meno interessanti, il tasso di crescita degli utili e il premio al rischio impliciti sono più prossimi alle medie di lungo termine, ma gli utili possono ancora raggiungere buoni livelli. Restiamo del parere che i titoli small-cap stiano esaurendo la spinta alla sovraperformance e che debbano pertanto essere tenuti sotto osservazione.
Gli investitori a più lungo termine e meno orientati al rischio potrebbero continuare ad incrementare le posizioni su titoli large-cap di tipo growth. Questi valori mobiliari sono scambiati a livelli inferiori del 33% rispetto al proprio multiplo prezzo/utile medio a 20 anni e del 18% rispetto alla norma in termini di rapporto prezzo/book value27. Quando la liquidità (QE2 – Quantitative Easing 2) si esaurisce e non è più conveniente mantenere la propensione al rischio (ovvero la predilezione per uno stile d’investimento che replica l’andamento corrente e/o punta su titoli di bassa qualità), i fondamentali tendono a determinare l’andamento delle quotazioni. I titoli large-cap, soprattutto nel segmento growth del mercato, hanno i fondamentali più interessanti e il potenziale maggiore di crescita. Sono da preferire i profili rischio/rendimento delle small-cap a breve termine, ma è meglio puntare sulle società a grande capitalizzazione in un orizzonte temporale che supera i sei mesi fino a un anno.

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Le performance passate non sono garanzia di rendimenti futuri. I titoli large-cap sono rappresentati dall’indice Russell 1000; i titoli small-cap sono rappresentati dall’indice Russell 2000. La massa monetaria è rappresentata da M2, una misura comune che quantifica l’ammontare di denaro in circolazione.

Europa
Se è vero che l’incertezza genera opportunità, gli investitori dovrebbero soffermarsi a riflettere se le caratteristiche di rischio/rendimento giustifichino un investimento nella regione.
Nonostante i timori per l’indebitamento dei paesi europei periferici e la conseguente volatilità di mercato prodottasi lo scorso anno, la flessione del mercato azionario non ha raggiunto il 4% secondo i dati dell’indice MSCI Europe28. Il premio al rischio azionario dell’indice Stoxx Europe 600 si è attestato al 6,0% in data 17 dicembre, mentre la media a lungo termine è al 3,1%29. Attualmente, le valutazioni sono al di sotto delle medie a lungo termine. Sembra quindi che la maggior parte delle cattive notizie sia già stata scontata. Inoltre, gli investitori si stanno in una certa misura abituando al problema del debito esistente nella regione. In altre parole, ulteriori scossoni su questo fronte potrebbero avere un impatto minore sul mercato azionario. Riteniamo quindi che gli sviluppi positivi potrebbero influire maggiormente sull’andamento rialzista dei listini azionari rispetto a quanto potrebbero fare le notizie negative sui ribassi del mercato.
I rendimenti dei titoli azionari europei potrebbero costituire la migliore opportunità del 2011 sul fronte rischio/rendimento. È probabile che i titoli ciclici, sia small-cap che large-cap, mettano a segno sovraperformance se la Banca Centrale Europea (BCE) mantiene condizioni monetarie favorevoli o se si attenuano i timori riguardanti il debito nella regione. Gli investitori con uno stile aggressivo potrebbero considerare l’idea di posizionarsi su queste asset class. Un approccio più conservativo all’investimento in Europa potrebbe puntare a trarre vantaggio dal rendimento elevato in dividendi e dalle valutazioni ridotte di società large-cap non cicliche.
Mercati emergenti
I mercati emergenti continuano a maturare. Dopo essere sopravvissuti al crisi del debito in America Latina all’inizio degli anni Ottanta, alla crisi finanziaria asiatica del 1997 e all’insolvenza dei titoli di Stato russi nel 1998, i mercati emergenti sono divenuti più solidi e resistenti.
Continuano a primeggiare sui mercati sviluppati, rispetto ai quali vantano una crescita del PIL superiore di due o tre volte, una maggiore produttività e bilanci aziendali più solidi30. Si considerino i seguenti fattori31:
• I mercati emergenti hanno una crescita della produttività superiore che si attesta al 7,6% (PIL reale pro capite) rispetto all’1,9% dei principali mercati sviluppati.
• Il rapporto medio debito pubblico/PIL è pari al 36% contro il 93% degli Stati Uniti.
• Il deficit di bilancio medio dei paesi emergenti è al 3,2% del PIL, mentre il dato comparabile statunitense raggiunge il 9%.
• Inoltre, i settori privati sono scarsamente indebitati; il rapporto credito/PIL è del 77% contro il 173% degli USA.
• Nella regione Asia escluso Giappone, l’indebitamento bancario è ridotto.
Passando ai mercati azionari, le valutazioni sono ragionevoli ma non convenienti. Gli scambi su titoli dell’indice MSCI Emerging Markets superano di 11,5 volte le stime di consensus, in linea con la media di lungo termine (12,7) e con quella dei mercati sviluppati (12,1). Sul fronte del rapporto prezzo/book value, i titoli azionari dei mercati emergenti appaiono più costosi, con scambi al di sopra della media di lungo termine a 2,1 volte il book value, ma indubbiamente al di sotto dei picchi precedenti (3,5x)32.
Riteniamo che i profili rischio/rendimento siano migliori nei mercati emergenti secondari, spesso chiamati mercati emergenti di frontiera o in via di sviluppo, rispetto ai paesi BRIC (Brasile, Russia, India e Cina). Prediligere le società che traggono vantaggio dall’incremento della domanda al consumo potrebbe ridurre le oscillazioni di mercato che di norma caratterizzano i paesi maggiormente orientati alle materie prime o sensibili al ciclo economico. I paesi BRIC potrebbero consentire investimenti a livelli di prezzo inferiori. Nel complesso l’asset class dei mercati emergenti ha un enorme potenziale di accumulo della ricchezza, ma non senza qualche scossone di tanto in tanto. La solida crescita globale e l’ampia liquidità dovrebbero premiare l’assunzione di rischi e favorire i titoli azionari dei mercati emergenti.

Conclusioni
La solida crescita globale dovrebbe premiare nuovamente le scelte d’investimento cicliche, quantomeno nella prima parte dell’anno: azioni small-cap, titoli ciclici large-cap, materie prime e mercati emergenti. È probabile che i mercati azionari statunitensi trarranno vantaggio dalle manovre coordinate di politica fiscale e monetaria mirate all’inflazione degli asset, in particolare il mercato azionario. Anche se l’economia statunitense potrebbe registrare una crescita inferiore al tasso tendenziale, c’è da considerare che gli utili S&P 500 sono maggiormente sostenuti dalle esportazioni e dalla spesa aziendale piuttosto che dalla spesa al consumo. Gli attuali margini di profitto e le valutazioni correnti dovrebbero consentire al mercato di mettere a segno un altro anno in territorio positivo. L’Europa e il Giappone, invece, hanno banche centrali meno accomodanti ed è quindi probabile che manifestino una crescita più lenta, valute più deboli e rendimenti azionari inferiori rispetto agli Stati Uniti. Se le banche centrali dei mercati emergenti riescono a tenere l’inflazione sotto controllo, i loro mercati azionari hanno buone probabilità di sovraperformare. Le stime di consensus per il 2011 potrebbero essere smentite da alcuni fenomeni inattesi, quali una sovraperformance dell’Europa sugli Stati Uniti, una sottoperformance dei mercati azionari emergenti rispetto a quelli sviluppati e una sovraperformance dei titoli value su quelli growth trainati dal settore finanziario.

Fonte: ETFWorld – Invesco Asset Management SA


Note:

1 Fonte: Bloomberg L.P., 31 dicembre 2010
2 Fonte: Bloomberg L.P., 31 dicembre 2010
3 Fonte: Bloomberg L.P., 1° settembre 2010
4 Fonte: Bloomberg L.P., 4 gennaio 2011
5 Fonte della performance settoriale e per asset class: Bloomberg L.P., 31 dicembre 2011
6 Fonte della performance settoriale e per asset class: Bloomberg L.P., 31 dicembre 2011
7 Fonte: Wolfe Trahan, 14 dicembre 2010
8 Fonte: Gluskin Sheff, 13 dicembre 2010
9 Fonte: Gluskin Sheff, 13 dicembre 2010
10 Fonte: Bloomberg L.P., dati rilevati dall’8 novembre 2010 al 28 dicembre 2010
11 Fonte: Credit Suisse via Reuters Knowledge, 15 dicembre 2010
12 Fonte: Bloomberg L.P., 9 dicembre 2010
13 Fonte: Citigroup, 17 dicembre 2010
14 Fonte: Credit Suisse via Reuters Knowledge, 17 dicembre 2010
15 Fonte: Morgan Stanley Smith Barney, dicembre 2010
16 Fonte: Gluskin Sheff, 29 novembre 2010
17 Fonte: Bloomberg L.P., 31 dicembre 2010
18 Fonte: Gluskin Sheff, 1° dicembre 2010
19 Fonte: Bloomberg L.P., 1° gennaio 2011
20 Il calcolo si basa su stime inizialmente fornite da Morgan Stanley Research, 7 gennaio 2008
21 Fonte: Bloomberg L.P., 31 dicembre 2010
22 Fonte: Ned Davis Research Inc., 28 dicembre 2010
23 Fonte: Barclays Capital via Reuters Knowledge, 17 dicembre 2010
24 Fonte: Nomura Securities International via Reuters Knowledge, 15 ottobre 2010 e 28 dicembre 2010
25 Fonte: Bloomberg L.P., 31 dicembre 2010
26 Fonte per analisi sull’anno successivo alle elezioni di medio termine: Furey Research Partners, 31 dicembre 2010
27 Fonte: Morgan Stanley Smith Barney, dicembre 2010
28 Fonte: Bloomberg L.P., 31 dicembre 2010
29 Fonte per i dati dell’indice Stoxx 600 Europe: Goldman Sachs via Reuters Knowledge, dicembre 2010
30 Fonte per la comparazione del PIL: Morgan Stanley Smith Barney, dicembre 2010
31 Fonte per la comparazione dei dati su produttività e bilanci: Credit Suisse via Reuters Knowledge, 17 dicembre 2010
32 Fonte: Morgan Stanley Smith Barney, dicembre 2010


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