Fonte: Borsa e Finanza
29 Agosto 2009
Autore: Marco Frojo
E numero dei «cloni» a Piazza Affari è esploso grazie a performance, semplicità e bassi costi. Ora sugli strutturati (short o in leva) piovono critiche. E quindi vanno maneggiati con cura .….
Sbarcati a Piazza Affari nel settembre 2002, gli Etf hanno conosciuto un’enorme diffusione grazie a semplicità, commissioni e per il fatto che stare a «benchmark» con il sottostante si rivela spesso più performante dei fondi a gestione attiva. Adesso, però, a distanza di sette anni esatti, i fondi indice rischiano di cadere vittime del proprio successo. Il numero di questi prodotti sulTEtfplus ha superato la soglia delle 300 unità e il loro funzionamento è diventato sempre più complicato. «La fortuna degli Etf era data dai bassi costi, dalle performance fedeli al sottostante e dalla semplicità – spiega il private banker di un istituto svizzero -Gli emittenti stanno ora riuscendo nell’impresa di rovinare questo prezioso strumento portando sul mercato Etf in leva e Etf dai sottostanti di difficile comprensione che disorientano il sottoscrittore».
Gli Etf non sono nuovi alle critiche, ma fino a poco tempo fa erano solo quelle interessate degli specialisti del gestito. Adesso invece sono decisamente più preoccupanti e incisive visto che arrivano da autorità come la Security Exchange Commission (Sec) e la Financial Industry Regulatory Authority (Finra) statunitensi, a cui si è aggiunta l’associazione di tutela degli investitori North America Securities Administration. «Questi prodotti possono essere utili se usati all’interno di sofisticate strategie di trading – ha spiegato il presidente della Finra, Richard G. Ketchum – ma si tratta comunque di strumenti estremamente complicati, pensati per conseguire i risultati preposti su base giornaliera». Insomma, sugli Etf si sta concentrando una potenza di fuoco forse eccessiva, ma che usa comunque un argomento difficilmente confutabile: i fondi a gestione passiva stanno diventando troppo rischiosi e poco trasparenti. E di questi tempi non è un’accusa da poco. Il dibattito sulla rischiosità degli Etf è nato negli Stati Uniti per poi varcare l’Atlantico e arrivare in Europa dove però, a oggi, non si è registrato nessun allarme da parte delle autorità di vigilanza sulla loro pericolosità nel caso finiscano in mani inesperte. Sotto accusa sono soprattutto i fondi indice che usano swap (operazioni che consistono nello scambio tra il rendimento del patrimonio investito e quello dell’indice), anziché investire nei titoli che compongono il paniere di riferimento. Ma il discorso è ben più ampio e riguarda tutti gli Etf «strutturati», ossia quelli che impiegano strumenti derivati. In comune con gli Etf tradizionali, quelli strutturati hanno la strategia di gestione passiva, ossia basata su un modello matematico che lascia poca discrezionalità al fund manager. Inoltre, sono quotati in Borsa, per cui l’investitore può entrare e uscire in qualsiasi momento. Differiscono, invece, nella composizione del portafoglio, che comprende derivati anziché singole azioni o obbligazioni. Ad attrarre gli investitori è soprattutto la possibilità di guadagnare di più dell’indice di riferimento quando i mercati salgono (Etf a leva) o di puntare sul ribasso (Etf short). Pochi, però, sanno che questa regola vale su base giornaliera, mentre su orizzonti più lunghi i rendimenti possono deludere le aspettative.
A esemplificare nella pratica in che cosa consistano i rischi ci ha pensato lo specialista dei fondi d’investimento Morningstar. «Se abbiamo 100 euro e li mettiamo in un conto di deposito che offre un interesse del 10% annuo, dopo il primo anno avremo 110 euro (100+10), dopo il secondo 121 (110+11), e così via – spiegano gli esperti della società americana – Dopo sette anni, il conto sarà quasi raddoppiato, con un ritorno medio del 13,55%. In Borsa, però, non funziona così, perché periodi di crescita si alternano a ribassi. Per questa ragione gli Etf a leva e corti diventano un’arma a doppio taglio. Se un giorno l’indice sale del 10% e la leva è due il guadagno è del 20% per cui con base 100 si ottengono 120 euro. Ma se nel secondo giorno l’indice fa -10% non si torna a 100, bensì si scende a 96 euro (la perdita infatti è di 24 euro, cioè il 20% di 120). Lo stesso calcolo si può fare nel caso si scommetta sul ribasso di un indice».
Dunque, una prima lezione da trarre è che questi Etf non possono essere usati come strumenti di investimento di lungo periodo, ma funzionano generalmente solo su base giornaliera (per le azioni) e mensile (per le materie prime). Più che condannare lo strumento, bisogna semmai deprecare gli usi scorretti e magari la promozione da parte degli intermediari che non tiene conto del reale profilo di rischio-investimento degli investitori, ma dettata esclusivamente da ragioni commerciali. Una seconda riflessione riguarda invece la struttura più complessa degli Etf di nuova generazione rispetto a quelli tradizionali. Chi investe in questi ultimi, a differenza dei primi, sa che replicano un certo paniere, può verificarne la composizione e attendersi un risultato sostanzialmente in linea con il benchmark. La crisi finanziaria ci ha insegnato che opacità e sofisticazione spesso sono un moltiplicatore di guadagni per i venditori, ma non per i risparmiatori. «Non vorremmo che la storia si ripetesse in un’industria, quella degli Etf, che ha retto alla crisi grazie alla trasparenza e alla semplicità», è la conclusione di Morningstar.
Fonte: Borsa e Finanza del 029 agosto 2009









