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Nel 2012, rendimento, qualità e diversificazione saranno la chiave degli investimenti in un quadro economico mondiale in progresso ma ancora debole

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Bill O’Neill, Chief Investment Officer for Europe, Middle East and Africa (EMEA) di Merrill Lynch Wealth Management e autore di Merrill Lynch Wealth Management Year Ahead 2012, sostiene che le previsioni sull’andamento dell’economia mondiale, la cui crescita nel 2012 resterà contenuta anche se riuscirà a evitare la recessione, dovrebbero convincere i risparmiatori a preferire gli investimenti in grado di offrire rendimento, qualità e diversificazione….


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Bill O’Neill, Chief Investment Officer for Europe, Middle East and Africa (EMEA) di Merrill Lynch Wealth Management e autore di Merrill Lynch Wealth Management Year Ahead 2012


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L’economia mondiale crescerà con un ritmo del 3,7% e sarà trainata dai paesi emergenti. Secondo O’Neill il tasso di crescita degli Stati Uniti registrerà un modesto incremento (+1,9%) e la Cina attraverserà un periodo di „soft landing’.

L’economia mondiale è sull’orlo del baratro, ma può evitare la recessione La pressante necessità delle economie mature di ridurre l’indebitamento, i limitati investimenti delle aziende e la flessione dei prezzi minacciano di innescare una recessione mondiale, che però secondo l’analisi di Merrill Lynch Wealth Management Year Ahead 2012 potrebbe essere evitata. Si prevede il rallentamento dell’espansione economica cinese, tuttavia in modo graduale anche grazie all’intenzione del governo di introdurre provvedimenti reflattivi all’inizio del 2012.

“Riteniamo probabile un’espansione dell’economia cinese dell’8,6% nel 2012, rispetto al 9,2% previsto per quest’anno”, ha dichiarato O’Neill. “Per l’economia del colosso asiatico i rischi maggiori sono l’impennata dell’inflazione o il calo degli investimenti. L’India e la Russia dovrebbero confermare la brillante crescita del 2011, che nell’anno complessivamente dovrebbe essersi attestata rispettivamente al 7,5% e al 4%”.

“Verosimilmente la Federal Reserve statunitense sosterrà il mercato immobiliare per combattere l’alta disoccupazione e mantenere invariati i tassi almeno fino al 2014”, ha aggiunto O’Neill. “I consumatori dei paesi del G5 (Canada, Eurozona, Giappone, Stati Uniti e Regno Unito) beneficeranno del calo dell’inflazione. Nel G5 la crescita permane debole e nel 2011 in media non è andata oltre l’1,1% invece del previsto 1,4%”.

“I rischi più preoccupanti sono l’insolvenza del debito pubblico fuori controllo in alcuni paesi dell’Eurozona e/o la loro uscita dalla moneta comune. Tra gli altri possibili fattori negativi ricordiamo la costante paralisi politica dell’Europa, l’estensione ad altre aree geografiche delle perdite causate nell’Eurozona dalla riduzione dell’indebitamento, i possibili conflitti valutari, la corsa dei risparmiatori al prelievo dei depositi bancari e un’austerità di bilancio troppo rigida. Tuttavia dall’Europa potrebbero venire anche sorprese positive”, ha precisato O’Neill.

In primo luogo la Banca Centrale Europea potrebbe decidere prima del previsto di monetizzare il debito pubblico e quello bancario, ma tale provvedimento potrebbe intervenire solo dopo un ulteriore peggioramento delle prospettive di crescita nell’Eurozona. Secondariamente, proprio queste prospettive potrebbero essere ravvivate da un’imprevista decisione della BCE di una consistente riduzione allo 0,5% del tasso d’interesse. Il probabile deprezzamento dell’euro nel 2012, determinato dal rallentamento economico nell’Eurozona e dai più incisivi interventi della Banca Centrale, dovrebbe controbilanciare il calo della domanda dei consumatori finali nel vecchio continente.

Verosimilmente la flessione dei consumi e le onde d’urto provenienti dall’Eurozona indurranno la Banca d’Inghilterra a intraprendere ulteriori iniezioni di liquidità nel sistema finanziario, che tuttavia potrebbero non bastare per impedire al Regno Unito di cadere in recessione nella prima metà dell’anno. “Anche se le attuali difficoltà economiche sono molto diverse da quelle sperimentate nei cicli economici precedenti, il 2011 ha messo in luce l’inadeguatezza delle risposte elaborate dalla politica. La mancanza di coordinamento interno ed esterno è stata una delle maggiori delusioni”, ha aggiunto O’Neill. “Un coordinamento più efficace degli interventi internazionali per ridurre l’indebitamento potrebbe ridare forte impulso all’economia non solo dell’Eurozona ma anche del resto del mondo”.

Puntare su rendimento, qualità e diversificazione per diminuire il rischio degli investimenti
Secondo l’analisi di Merrill Lynch Wealth Management’s Year Ahead 2012 la debole crescita preoccupa gli investitori, che temono delusioni ancora più cocenti. “L’obiettivo di diversificare i portafogli è complicato dalla rarefazione degli „investimenti rifugio’”, ci ha dichiarato O’Neill. “Selezioniamo i titoli azionari puntando su rendimento, qualità e crescita”.

“Nel 2012 suggeriamo di scegliere i titoli azionari preferendo le società a capitalizzazione elevata con flussi finanziari consistenti e che aumentano i dividendi”, ha aggiunto O’Neill. “Per il prossimo anno consigliamo cautela, ma non prevediamo alcun tracollo. Sottolineiamo ancora la necessità di un modello strategico in grado di far fronte alla „nuova normalità’ di una crescita economica più lenta in un contesto di rischi più intensi. Per far questo occorrerà giocare d’anticipo sui ribassi periodici delle quotazioni, sulle bolle di volatilità e sui frequenti ripensamenti tra la disponibilità e la non disponibilità degli investitori ad assumersi rischi”.

Per un efficace posizionamento nell’attuale contesto Merrill Lynch Wealth Management EMEA suggerisce di sovraponderare gli U.S.A. e il Regno Unito. Al primo posto tra le nostre preferenze poniamo le società statunitensi ad alta capitalizzazione, protagoniste di performance più corrispondenti alle previsioni sugli utili formulate dagli analisti rispetto alle loro concorrenti estere.

I nostri tre settori preferiti sono i beni di consumo, sia di prima necessità che voluttuari, e l’informatica, che offrono la sintesi più valida tra qualità degli utili, multipli di valutazione e allineamento al quadro macroeconomico. Inoltre Merrill Lynch Wealth Management EMEA privilegia i temi in forte crescita, come i consumi nei paesi emergenti e la costruzione di infrastrutture in tutto il mondo. “Prima di intensificare gli investimenti nei paesi emergenti attendiamo di vedere se la Cina ridurrà i tassi d’interesse”, ha chiarito O’Neill.

Per il 2012 Merrill Lynch Wealth Management EMEA suggerisce anche di sottoponderare i titoli azionari giapponesi e dell’Eurozona. Il 2012 dovrebbe essere l’anno del ritorno del Giappone alla crescita, ma probabilmente gli utili delle aziende saranno inferiori alle attese. I titoli azionari europei sono a buon mercato e il loro gradimento da parte degli investitori è già sceso a livelli bassissimi, ma O’Neill ammonisce che è ancora troppo presto per acquistare perché i rischi nel vecchio continente sono ancora alti.

Per quanto riguarda il reddito fisso, tra titoli di stato e obbligazioni societarie gli investitori dovrebbero preferire queste ultime e particolarmente quelle statunitensi, sia investment grade che ad alto rendimento. I prezzi delle emissioni ad alto rendimento hanno già scontato una percentuale ragionevole di inadempienze di pagamento. In particolare, si consiglia agli investitori di evitare i titoli di stato e le emissioni bancarie dei paesi periferici dell’Eurozona.

“I differenziali di rendimento delle obbligazioni societarie sono convenienti perché scontano un aumento rilevante delle inadempienze di pagamento, che in ogni caso noi non prevediamo. I titoli di stato dei paesi più solidi restano poco appetibili in tutti gli scenari, con l’unica eccezione di una lunga recessione mondiale”, ci ha precisato O’Neill.

Rallenterà la corsa dalle materie prime – Nel Regno Unito il settore immobiliare offre buone opportunità d’investimento
La previsione di un rallentamento dell’inflazione rende meno interessanti gli investimenti nelle materie prime. Nel 2011 le performance di oro e petrolio sono state tra le più brillanti, ma difficilmente potranno essere ripetute nel 2012.

L’oro, pur favorito dai bassissimi tassi d’interesse reali, probabilmente sarà frenato dall’apprezzamento del dollaro statunitense; tuttavia le massicce iniezioni di liquidità nel sistema finanziario potrebbero mettere le ali alla quotazione del metallo giallo. Il contingentamento delle forniture dovrebbe imbrigliare il potenziale di ribasso del
prezzo del greggio.

“Non escludiamo di aumentare gli investimenti nelle materie prime se la reflazione in Cina avverrà prima del previsto. Per i metalli industriali, come il rame, sarebbe un vantaggio notevole”, ha concluso O’Neill.

Nel 2012 gli immobili a uso commerciale, particolarmente nel Regno Unito, potrebbero offrire redditi molto apprezzabili. Seguiamo con attenzione soprattutto gli immobili di prima scelta; secondo Merrill Lynch Wealth Management EMEA, proseguirà la divaricazione tra i prezzi di questi ultimi e di quelli di buona seconda scelta da una parte e gli immobili di qualità inferiore dall’altra.

Tre anni dopo la crisi finanziaria del 2008-9, in questo ciclo economico molto atipico i risparmiatori si trovano di fronte a valori degli investimenti ampiamente scontati, ha aggiunto O’Neill. “Nel 2012, nonostante la crescente rarefazione delle opportunità di diversificazione degli investimenti, i risparmiatori dovrebbero privilegiare il rendimento e la qualità, riconfigurando i loro portafogli in modo da inserirvi le tematiche più significative per la crescita economica nel lungo periodo”.

Fonte: ETFWorld – Merrill Lynch Global Wealth Management

Utili. L’anno prossimo, secondo molte stime, gli utili operativi dell’SP 500 eguaglieranno (e per qualcuno supereranno) il massimo storico del 2007. Forse c’è un eccesso di ottimismo in queste proiezioni. Si sottovaluta l’impatto fiscale crescente e si sopravvaluta la portata del rialzo delle materie prime, il cui prezzo ha molta importanza su un grande numero di titoli ciclici. L’idea di fondo comunque rimane, il decoupling degli utili dai problemi strutturali del mondo è un dato di fatto.

Differenze. Gli stessi utili venivano prezzati 1550 nel 2007 e sono prezzati 1100 oggi. Sono forse saliti i tassi? No di certo, dal 5 di allora siamo scesi a zero. Si tratta allora di una sottovalutazione temporanea? No, nemmeno questo è vero. A fine 2007 le stime per l’SP per fine 2008 erano comprese tra 1500 e 1800 (si finì in realtà a 900). Le stime per il 2011, per quei pochi che hanno il coraggio di farle, non vanno oltre 1300, massimo 1350. Restano sempre 500 punti di scarto. Perché?
Passato. Negli anni Novanta e nei Duemila fino al 2008 i problemi strutturali esistevano già, ma erano perfettamente asintomatici. Si parlava anche allora di squilibri insostenibili (troppo debito privato, troppo risparmio cinese e troppo consumo in America), ma le crisi del 1987, del 1997- 1998 e del 2001 non derivarono direttamente da questioni strutturali (se non localmente, in Thailandia, Indonesia e Corea per qualche mese tra il 1997 e l’anno successivo). I mercati (e alla fine anche i policy maker) avevano quindi imparato a rimuovere questi aspetti, come chi ha sentito troppe volte gridare al lupo e alla fine non ci crede più. Un ambiente privo di freni inibitori, dunque, terreno di coltura ideale per le bolle.

Futuro. Pochi pensano sul serio che un giorno avranno un infarto prima di averlo, anche se i loro parametri sono allarmanti. Dopo l’infarto, l’idea che potrà ricapitare (e magari essere fatale) resta fissa in testa anche se si sta a dieta, si fanno le lunghe passeggiate consigliate dal medico e si correggono gradualmente i parametri. C’è una perfetta simmetria. Prima si peggiora continuando a non preoccuparsi, dopo ci si continua a preoccupare anche se si migliora.

Ronde. I bond vigilantes degli anni Ottanta erano ferocemente attenti all’inflazione. La generazione attuale è ferocemente attenta al merito di credito. Il risultato è lo stesso, nessuna tregua per i governi individuati volta a volta come carenti o colpevoli. Allora ci vollero 15 anni per debellare l’inflazione, ora occorrerà altrettanto, se non di più, per il debito pubblico. I credit vigilantes lo sanno, ma non faranno sconti sui disavanzi, da portare sotto il tre per cento in tre-quattro anni al massimo.
Sottovalutazione. Probabilmente a Summers non dispiacerebbe avere borse leggermente sopra le righe, il che è comunque positivo perché dimostra sensibilità verso i mercati. Strutturalmente, tuttavia, i rischi di crisi fiscali e bancarie indurranno le borse a rimanere cronicamente sottovalutate, per lo meno rispetto a quello cui ci eravamo abituati nei due decenni passati.

Cina. Stiamo diventando sempre più dipendenti dalla crescita cinese e questo è già un problema in sé. Le questioni strutturali cinesi sono quindi a pieno titolo anche questioni nostre. La dirigenza politica, in questi anni, ha tirato molto la corda rispetto alle disuguaglianze sociali, al prezzo delle case che a Shanghai e Pechino è diventato inaccessibile e agli 8200 veicoli d’investimento immobiliare che gli enti locali hanno creato per vendere loro terra ed edificabilità, in un connubio (per non dire coincidenza fisica), tra politici e imprenditori, che fa sembrare oratoriali conflitti vissuti come scandalosi alle nostre latitudini.

Victor Shih. Non ci sono statistiche ufficiali sugli 8200 veicoli. Il mondo intero si sta servendo di un calcolo fatto da un assistente della Northwestern University, un politologo sino-americano di nome Victor Shih che sul suo (molto interessante) blog ha stimato in 11 trilioni di renminbi, il 30 per cento del Pil, il debito totale di queste opache entità. Dalla Cina sono arrivate mezze smentite e dichiarazioni ufficiose che il problema c’è ma è sotto controllo. Pochissime cifre, però, e tutte vecchie.

Subprime. Qualcosa nell’aria fa pensare che la questione ha raggiunto il punto di ebollizione. Un membro del comitato monetario della banca centrale dichiara al Financial Times che il problema immobiliare è molto, molto più fondamentale e più grande di quello che ha portato alla crisi finanziaria in America e in Inghilterra. Si unisca questo allo sciopero negli stabilimenti Honda del Guangdong.

Allarme rosso. Noi in Occidente vediamo questi problemi da un punto di vista economico e finanziario. Nel quartiere murato dove vive la dirigenza cinese queste cose sono viste come un serio, molto serio problema politico. Tienanmen insegna che nel Dna del partito comunista cinese ci può essere uno stupefacente pragmatismo sulle libertà economiche ma quando si tratta di mantenimento del controllo politico e sociale si sfiora la paranoia.
Priorità assoluta. Dopo la crisi dell’euro si è pensato che la Cina avrebbe allentato la morsa sul settore immobiliare, volano insostituibile per la crescita. Una lettura economicista, probabilmente. La dirigenza del partito si è resa invece conto del fatto che il modello seguito finora è viziato e porta a un aumento troppo veloce dei prezzi delle case. La scelta di abbattere le quotazioni immobiliari di almeno un terzo a Pechino e Shanghai e di un 10-20 per cento nel resto del paese è molto lacerante perché danneggia componenti importanti del partito, ma è stata presa e non si tornerà indietro.

Banche. Non sarà certamente sfuggito al gruppo dirigente che una caduta veloce dei prezzi avrà ripercussioni sulle banche che hanno fatto credito ai veicoli. Nelle settimane passate, del resto, le banche sono state invitate a
sostenere uno stress test basato su questi numeri. Grazie agli aumenti di capitale che sono state energicamente invitate a fare in primavera (la borsa è stata tenuta su apposta) si stima che l’urto possa essere retto. Nel caso si ricorrerà al vecchio metodo e si attingerà alle immense riserve valutarie, pari alla metà del Pil, per ricapitalizzare ulteriormente le banche.

Materie prime. La determinazione ad andare avanti nella politica del ridimensionamento dei prezzi delle case è stata letta come una notizia molto negativa sui mercati delle commodities. Al programma compensativo di sviluppo di edilizia pubblica popolare è stato dato poco credito perché in passato annunci analoghi non hanno avuto molto seguito. Se è però corretta la lettura politica della questione, questa volta si farà sul serio. Non si possono tenere troppo a lungo nei dormitori pubblici centinaia di migliaia di persone in ogni grande città. Naturalmente c’è anche una ragione economica. Un governo che ha fatto della crescita una questione di sopravvivenza deve comunque compensare i disincentivi all’edilizia privata.

Lungo termine. Si sente spesso dire che il governo cinese, dopo avere riempito il paese di dighe, autostrade, ferrovie ad alta velocità e aeroporti potrebbe presto trovarsi a corto di idee per la crescita e con una capacità produttiva in eccesso preoccupante. In realtà le case popolari e gli ospedali saranno la nuova frontiera per i prossimi anni. Un metro quadrato di casa popolare non divora meno cemento, ferro o rame di una casa da edilizia privata. Quanto ai 600 milioni di tonnellate di acciaio che la Cina è in grado di produrre (il mondo intero ne fabbricava 700 nel 1980) ci sarà certo una contenuta compressione dei margini per i produttori ma non bisogna dimenticare la scelta strategica di spingere sull’auto privata. Goldman Sachs parla di una crescita annua a due cifre dell’auto nei prossimi tre anni. Nel 2020, che è dietro l’angolo, la produzione di sole auto leggere raggiungerà un livello che fa sgranare gli occhi, ovvero 30 milioni di unità, tre volte la produzione americana di oggi.

A tutto gas. A proposito di materie prime si parla poco di una rivoluzione silenziosa in pieno corso. Dopo tante false partenze su etanolo, idrogeno, fusione fredda, vento e sole ecco finalmente uno shock da offerta positivo su una scala che diventa ogni giorno più larga. Il gas naturale non convenzionale (triturazione di rocce con perforazione orizzontale) sta cambiando non solo il futuro ma anche il presente dell’America e ha grandi prospettive anche in Cina e perfino in
qualche angolo della nostra Europa, oltre alla solita Australia che ha già tutto. Se Obama può fare la faccia feroce con BP e cacciare dalle acque profonde del Golfo del Messico tutti i produttori, americani inclusi, è perché il gas (e anche il carbone) sono oggi così abbondanti da supplire perfettamente alla minore estrazione di greggio. I mercati, comprensibilmente preoccupati per il problema strutturale del debito pubblico, non hanno ancora metabolizzato pienamente le implicazioni di lungo termine di questo shock positivo. In un mondo disperatamente a caccia di crescita la garanzia di energia abbondante, a buon mercato e geopoliticamente sicura può essere un fattore decisivo.

Marea nera. Macondo è la Chernobyl del petrolio, quanto meno quello estratto in acque profonde, e sta generando in America reazioni molto simili. Come allora il nucleare fu fermato solo in Europa occidentale, così le acque profonde continueranno a essere oggetto d’interesse in Brasile e nel Golfo di Guinea. In questi giorni il petrolio è sceso, trascinando i titoli del settore e deprimendo per questa via le borse, perché i mercati si sono fissati con l’idea del rallentamento ciclico. In realtà, almeno sulle scadenze lontane, l’interdizione dell’estrazione nel Golfo del Messico dovrebbe sostenere le quotazioni del greggio, sia pure marginalmente, e rallentare la discesa dei prezzi di gas e carbone, molto compressi anche da un forte short.

Mercati. Nell’ultimo mese i dati macro sono stati sistematicamente ignorati. La contemplazione del debito pubblico ha ipnotizzato e depresso borse e crediti, impedendo una ripresa a V dei corsi dopo la correzione. Ora si va verso un maggiore equilibrio. Confusi e storditi, molti investitori hanno chiuso le loro posizioni e si sono messi a guardare. La liquidità è scesa e la microvolatilità è salita, con bruschi salti nelle quotazioni da un’ora all’altra e chiusure a Wall Street che rovesciano in dieci minuti l’impostazione delle 24 ore precedenti. Il mercato è prezzato per un rallentamento del ciclo globale già iniziato. In realtà i segni di indebolimento sono modesti e i portafogli scarichi, condizione ideale per un cauto recupero dei corsi.

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