Verso la fine del XV secolo apparve in Germania il Tallero, una moneta d’argento coniata con il metallo estratto da una miniera boema. L’espansione del Sacro Romano Impero germanico ne assicurò la rapida diffusione in tutta Europa, tanto che il suo uso si estendeva dalle pianure …
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dell’Abissinia alla penisola arabica. Carlo V la portò in Spagna, paese da cui il Tallero si diffuse diventando la moneta delle colonie inglesi e delle Americhe. Per quattrocento anni il Tallero regnò sul mondo intero. Oggi scomparso, ci ha lasciato il dollaro, che ritroviamo dalla Nuova Zelanda al Canada, e, più vicino a noi, il tallero sloveno, la moneta in corso in Slovenia prima che il paese entrasse a far parte dell’Uem…
Sarebbe pensabile oggi che la forza e la stabilità economica dei nostri vicini d’oltre Reno siano tali da garantire la creazione durevole nel tempo di un Euro paragonabile al Tallero dei tempi passati? Non è ancora del tutto impossibile ma, a breve termine, piuttosto improbabile, tanto le condizioni necessarie alla sua stabilità non risultano al momento soddisfatte. Il piano di “salvataggio” da 750 miliardi di euro annunciato a inizio maggio dall’Unione europea con il sostegno del Fmi (di cui ancora non si conoscono le modalità di attuazione) in realtà concederà solo una breve tregua ai mercati e ai governi della zona Euro, e questo per almeno quattro motivi.
1. Le misure di austerità di bilancio adottate o annunciate sotto la pressione dei mercati e degli altri Stati membri dell’Unione sono brutali. Intervengono prematuramente e in modo concomitante, mentre il contesto economico è ancora molto fragile. Minacciano così di far affondare la zona Euro nella recessione/deflazione già dall’anno prossimo. 2. Tali misure fanno nascere o accentuano la precarietà politica dei governi e dei dirigenti in attività proprio nel momento in cui, in preda a reali difficoltà economiche e sociali, i paesi interessati hanno invece bisogno di unità per affrontare il lungo cammino del risanamento.
3. Questo periodo ha rivelato la debole coesione intraeuropea. Da un lato i tedeschi sono e resteranno ostili ai piani di salvataggio dei paesi meno virtuosi. Come dar loro torto? Non hanno forse dovuto già fare immensi sacrifici per finanziare la riunificazione e per riportare in seguito il paese a un tal livello di competitività nella scena mondiale? Dall’altro lato, all’interno della stessa Bce, i dissensi emersi tra Trichet da una parte, e Weber e Draghi dall’altra, sono per loro natura destabilizzanti e fanno dubitare della capacità delle autorità monetarie di mantenere un cap fisso, in un momento in cui, più che mai i tempi di risposta e la coesione nell’affrontare la situazione sono fondamentali.
4. Il rischio di contagio è attualmente sottovalutato. A tale riguardo, la situazione della Spagna pur non essendo paragonabile a quella di altri paesi europei (con un rapporto debito pubblico/Pil pari solamente al 53% a fine 2009) resta preoccupante. Dal punto di vista economico, il deficit di bilancio resta ancora ad oltre il 9% del Pil e il disavanzo estero (il secondo al mondo a livello nominale dopo gli Stati Uniti) ad oltre il 5% del Pil. Soprattutto, il peso del debito privato totale, a circa il 330% del Pil a fine 2009, evidenzia l’entità della bolla del credito di questo paese, relativamente virtuoso in termini di deficit fiscale sino alla crisi del 2008. Inoltre, questo dato sottolinea l’entità degli adeguamenti necessari. Le misure prese dal governo Zapatero in un contesto in cui la disoccupazione ammonta già al 20% sono sostenibili? Si potrebbe dubitarne. L’esempio dell’Irlanda è schiacciante: sedici mesi consecutivi di deflazione; ad aprile prezzi in calo del 2,1% su base annua. Una contrazione del Pil del 10,4% in termini nominali, tutto insomma per avvertire i brividi lungo la schiena. Inoltre, quali saranno le conseguenze di una tale austerità sull’indebitamento delle banche? Non possiamo che anticipare un aumento dei crediti inesigibili.
Questi problemi interessano tutta l’Europa e non solo Grecia, Portogallo o Spagna. A fine 2009 gli istituti di credito europei membri della Bri (Banca dei regolamenti internazionali) detenevano 193 miliardi di euro di debito greco. Queste stesse banche detenevano altresì oltre 240 miliardi di euro di debito portoghese e non meno di 832 miliardi di debito spagnolo. E i principali detentori erano le banche francesi e tedesche. Per di più, a tale riguardo, la Francia dispone di aggregati finanziari pubblici che suscitano preoccupazioni quanto i paesi dell’Europa meridionale. In tale
contesto manteniamo un’esposizione ridotta, anzi nulla, all’euro nella nostra gestione globale. È chiaro che la flessione dell’euro costituisce un mezzo per alleggerire (esportare) le pressioni deflazionistiche che scaturiscono dal contesto economico europeo. Inoltre, abbiamo limitato l’esposizione dei nostri asset obbligazionari ai titoli di Stato tedeschi e statunitensi.
Gli Stati Uniti rimangono di fatto immuni per il momento al contagio della crisi europea delle finanze pubbliche. Eppure, le loro finanze publiche non sono certo in miglior condizioni. Si stima che il debito pubblico statunitense superi il 90% del Pil, e questo senza considerare i debiti accumulati dalle agenzie parastatali (le cosiddette “Government Sponsored Entreprises”) come le società di credito ipotecario Fannie Mae e Freddie Mac. Nazionalizzate nel 2008, il loro debito dovrebbe logicamente essere sommato a quello dello Stato, e questo ammonta a quasi il 35% del Pil! Pertanto, anche negli Stati Uniti, un ritorno a maggior virtù e parsimonia in materia di finanze pubbliche sembra ormai inevitabile.
Verso la fine del XV secolo apparve in Germania il Tallero, una moneta d’argento coniata con il metallo estratto da una miniera boema. L’espansione del Sacro Romano Impero germanico ne assicurò la rapida diffusione in tutta Europa, tanto che il suo uso si estendeva dalle pianure dell’Abissinia alla penisola arabica. Carlo V la portò in Spagna, paese da cui il Tallero si diffuse diventando la moneta delle colonie inglesi e delle Americhe. Per quattrocento anni il Tallero regnò sul mondo intero. Oggi scomparso, ci ha lasciato il dollaro, che ritroviamo dalla Nuova Zelanda al Canada, e, più vicino a noi, il tallero sloveno, la moneta in corso in Slovenia prima che il paese entrasse a far parte dell’Uem.
Certo, con una banca centrale incaricata di salvaguardare l’occupazione e capace di esprimersi con un’unica voce, nonché un solo governo, la capacità di adottare provvedimenti di emergenza, è decisamente più rassicurante rispetto alla situazione dell’Europa. Certo, il potenziale rimbalzo economico è più vigoroso rispetto a quello del Vecchio Continente. È per questo motivo che abbiamo mantenuto l’esposizione azionaria alla ripresa americana a partire dal secondo trimestre del 2009 (posizione alleggerita di due punti nel corso del mese). Tuttavia, la situazione economica americana, per quanto invidiabile in termini relativi rispetto al nostro brodo di cultura, non è per questo meno precaria. La crescita così ritrovata, trainata dal fenomeno temporaneo della ricostituzione delle scorte e da un nuovo ciclo di investimenti, continua a rimanere incerta.
Gli indicatori avanzati che seguiamo puntano già su una decelerazione, una flessione di questo momentum economico che ha permesso di riallineare economia reale e mercati di borsa. L’economia crea occupazione, tuttavia a livelli inferiori rispetto a quanto auspicato. Gli indici dei direttori d’acquisto sono ancora robusti, ma meno dei mesi precedenti. Quindi, anche se al momento l’economia resta solida, si preannuncia già un rallentamento. Inoltre, gli ultimi dati sulle transazioni immobiliari risultano gonfiati dalla fine degli sgravi fiscali concessi ai primi acquirenti. Tali dati non devono nascondere il fatto che la bolla immobiliare non si è ancora del tutto sgonfiata, e questa fragilità graverà sulla futura domanda finale così come oggi inizia a pesare sui mercati azionari. Una crisi europea ancora in parte inespressa unitamente ad un’economia americana che inizia a mostrare i primi segnali di delusione economica ci hanno indotto ad un atteggiamento prudente nei confronti dei mercati azionari. Di conseguenza, nel corso del mese appena trascorso Carmignac Investissement e Carmignac Patrimoine, in media, hanno rispettivamente mantenuto un’esposizione netta azionaria limitata a quasi il 60% e il 6%.
La posizione difensiva da noi adottata è tanto più giustificata che, contrariamente alle rispettive economie, i mercati emergenti non si sono “sganciati” dagli omologhi dei paesi sviluppati. Le economie emergenti stanno troppo bene, anzi quasi in situazione di surriscaldamento, per quanto paradossale ciò possa apparire dall’Europa. Il Brasile ha registrato una crescita vicina all’8% creando oltre un milione di posti di lavoro dall’inizio dell’anno. Il credito è esploso e con esso i consumi. La banca centrale dovrebbe quindi proseguire con il processo di inasprimento monetario iniziato ad aprile. L’economia indiana è in fase di accelerazione. A fronte di una produzione industriale in rialzo del 13,5% su base annua e di un Prodotto interno lordo in crescita di quasi il 9% rispetto al 1o trimestre del 2009, i prezzi all’ingrosso hanno registrato un balzo superiore al 9% su base annua. Anche in questo caso, la Reserve Bank of India dovrebbe mantenere ancora per qualche tempo una politica di irrigidimento del credito.
La Cina rappresenta un indicatore avanzato. Il governo aveva rilanciato l’economia già da inizio novembre 2008, prima e con più vigore di ogni altro paese, con un successo superiore a qualsiasi aspettativa: una crescita superiore all’11%, una produzione industriale in rialzo del 19%, vendite al dettaglio in aumento del 18% e un mercato immobiliare privo di intralci sotto l’effetto moltiplicatore del credito. Dalla fine dell’anno scorso sappiamo che il governo e la People’s Bank of China vogliono far rallentare la locomotiva per evitare che la sua corsa diventi incontrollabile, e dato che ci troviamo di fronte ad un’economia di tipo dirigista le misure prese, ben mirate, generano i loro effetti concreti: gli indicatori avanzati invertono la rotta, il numero di transazioni immobiliari crolla. In breve, la crescita rallenta. E tanto meglio! I dirigenti dei paesi emergenti hanno fatto tesoro degli errori passati e dei recenti errori dei paesi occidentali.
È tanto più importante per le economie emergenti contenere le pressioni inflazionistiche a breve che il potenziale di crescita a lungo termine continua ad essere considerevole. I consumi interni si sviluppano, il potere di acquisto aumenta velocemente, l’indebitamento del settore privato non è eccessivo e gli sforzi in materia di investimenti infrastrutturali continueranno a sostenere la crescita. Il processo di urbanizzazione è ancora lungi dall’essere concluso. Per di più, queste economie dovrebbero continuare a beneficiare della manna occidentale. Ogni azienda di sana costituzione concentrerà gli investimenti in questi paesi per molti anni ancora, non tanto per beneficiare della manodopera a basso costo, ma semplicemente per servire una domanda interna che rivela una crescita a doppia cifra.
Certo, i mercati emergenti così come quelli delle materie prime, indissociabili dalle prospettive di crescita dei paesi emergenti, sono stati nuovamente colpiti nel mese appena trascorso, ma non meno dei principali indici di borsa mondiali. Una flessione di circa il 10% nel mese per la maggior parte dei mercati in valute locali (ad eccezione del Dax tedesco). Tuttavia, come affermava con convinzione Churchill: «If you are going through hell, keep going» (se si sta attraversando l’inferno non è il caso di sostare). La prudenza tattica di cui abbiamo dato prova tanto nei mercati obbligazionari che in quelli azionari e valutari non altera le nostre convinzioni. Il contesto economico occidentale richiederà per un lungo periodo, delle politiche monetarie estremamente accomodanti. Il rallentamento delle economie interessate, fardello della crescita mondiale, permetterà alle economie emergenti di non applicare misure troppo restrittive per arrivare ad un livello di crescita soddisfacente che non generi tensioni inflazionistiche eccessive. In tale contesto la rivalutazione dei titoli in portafoglio dovrebbe permetterci di conseguire performance estremamente positive, una volta rimossa l’ipoteca europea. Il futuro a breve poggia sul futuro dell’Eurozona.
Ègiunto il momento di agire. Helmut Kohl e François Mitterrand in altre circostanze si erano dati la mano. Signora Merkel, presidente Sarkozy, per favore, prendetevi per mano e disegnate una nuova tappa dell’Unione europea, costruite un’Europa di bilancio e fiscale, un’Europa solidale. I mercati finanziari non operano contro di voi ma per voi, e fino ad oggi hanno agito al vostro posto. Vi mostrano la strada, esigono questi progressi. In questo modo garantirete all’Eurozona il suo legittimo posto nel mondo e farete dell’euro una valuta stabile e solida, come lo fu ai suoi tempi il Solidus, una moneta d’oro coniata nel 310 d.C. dal primo imperatore romano cristiano Costantino I. Non perdete tempo, non abbiate paura, e potremo tutti sentirci del tutto europei.
Eric Le Coz – Nota redatta il 4 giugno 2010
Fonte: ETFWorld – Testo tratto da: CARMIGNAC views > > Giugno 2 0 1 0









