Fonte: Borsa e Finanza
11 Luglio 2009
In un contesto che vede Usa e Ue sempre più legati alle economie in via di sviluppo, l’ETF appare lo strumento più adatto a un approccio diversificato ….
I dati pur sempre in rosso ci sono. Anche se, sui Big riuniti per il G8, sono piovuti alcuni numeri meglio del previsto: negli Stati Uniti le richieste di sussidi di disoccupazione sono scese di 52mila unità, battendo le attese che si aspettavano una riduzione di 4mila. Alcoa, il più grande produttore di alluminio, ha chiuso il secondo trimestre con perdite inferiori rispetto alle attese degli analisti. In Europa, la produzione industriale segna ancora il «rosso» (Francia e Italia) ma la frana rallenta. È presto per dire che, nel triangolo Usa-Europa-Giap-pone, il peggio è passato. Ma i Bic (Brasile, India e Cina) accelerano. L’economia globale dispone ormai di due motori con velocità e (in prospettiva) valute diverse. Ma comunque legate tra loro come gli anelli che ruotano attorno a Saturno a diverse velocità. Insomma, un buon portafoglio non può prescindere dalle dinamiche emerse dai dossier del G8 e, più ancora, del G14: valute, azioni, materie prime e sforzi sul climate exchange. Sfida alla portata di ogni investitore grazie all’Etf, strumento flessibile, semplice e adatto a diversificare grazie al basso costo d’accesso. Non a caso, il boom degli Exchange traded fund ha retto, a differenza del gestito, alla crisi dei subprime e alla minor propensione al rischio. In Europa ancor più che negli States. A giugno, per la prima volta, la pattuglia dei prodotti europei ha superato quella americana: 713 contro 697, secondo i dati di Barclays Global Investors. Segno di un trend che, secondo gli esperti, è strettamente connesso con la disaffezione verso i prodotti di natura assicurativa (index linked) e i fondi comuni, meno performanti nel Vecchio Continente (in particolare in Italia) rispetto agli Usa «Stiamo assistendo a una sorta di travaso dal risparmio gestito agli Etf- spiega Enrico Camerini, responsabile Etf advisory & trading per l’Italia di Unicredit – in particolare da parte di alcune casse di previdenza e dei fondi pensione». Risultato: nel primo semestre erano 101 i nuovi Etf lanciati in Europa, più della metà di quelli collocati nel mondo (pari a 180), dove è in programma la quotazione di altri 777 entro l’anno. Parimenti, in Eurolandia le masse gestite sono cresciute del 16,3%, a fronte di un +11% a livello mondiale. Che cosa sta succedendo? «L’Europa, dove il mercato degli Etf è nato con sette anni di ritardo rispetto a quello americano, sta ricucendo il gap nei confronti degli Stati Uniti – spiega Marcelle Chelli, responsabile prodotti quotati per Lyxor – Si tratta di un dato molto positivo: il Vecchio Continente sta vivendo una fase di espansione accentuata del mercato che però lascerà inevitabilmente spazio a una successiva fase di consolidamento» caratterizzata da pochi grandi operatori. Per ora, però, gioca a favore dell’universo Etf l’offerta a 360° gradi, emergenti in testa. Tra i motivi di tanto successo, naturalmente, spiccano i costi, ben inferiori rispetto ai fondi della stessa categoria. «La commissione di gestione è più bassa perché non è inficiata dai costi di distribuzione, dato che gli emittenti non si appoggiano a una rete di promotori -spiega Emanuele Bellingeri, responsabile per il mercato italiano per iShares -Ma anche i costi amministrativi sono inferiori, perché proponendo una gestione passiva non è richiesto, come invece è il caso di una Sgr, un team di analisti e gestori». In Europa, il Ter (l’indicatore dei costi complessivi) di un Etf costruito su un indice azionario si aggira attorno allo 0,42% per toccare punte dello 0,72% (lo 0,75% in Italia). Quanto ai fondi comuni, i costi sono mediamente pari all’1,29% (ma bisogna distinguere tra i fondi a gestione attiva, più cari, con un Ter medio dell’I, 74%, e i fondi a gestione passiva, con un Ter dello 0,85%), mentre in Italia salgono al 2%. Lo stesso vale per gli obbligazionari: 1,6% i costi di un Etf, 0,74% quelli di un fondo (1-1,12% in Italia). A tutto questo si aggiunge, per quanto riguarda il mercato italiano, l’annosa questione fiscale, che vede, per i fondi comuni, l’applicazione di un’aliquota del 12,5% sul maturato. «L’aliquota si applica sul maturato e non sul realizzato – dice Camerini – sfavorendo in questo modo il gestore che in questo modo non può disporre di tutto il patrimonio, peraltro già eroso dagli elevati costì di gestione. Diversa è la questione per l’Etf, dove l’aliquota del 12,5%, il cui pagamento spetta sempre alla banca intermediaria, è infatti applicata sul realizzato». C’è poi la questione della trasparenza. «L’Etf- afferma Andrea Cattapan, analista presso Consultique – annulla i rischi legati alla gestione attiva. Il rischio, in sostanza, è chiaro fin da subito, essendo la composizione del fondo legata a un indice accessibile all’investitore in qualsiasi momento». In Italia, dove i fondi comuni hanno subito i riscatti maggiori, in pochi anni Borsa Italiana è diventata la prima piazza europea per numero di contratti (con una quota di mercato del 21,75%), la terza per controvalore (con una quota del 14,46%). Questi dati (che traducono un elevato numero di operazioni ma di “taglio” inferiore rispetto ad altri Paesi) si spiega con il particolare ruolo del retail sul mercato italiano. Nonostante la mancanza di una rete distributiva, infatti, gli investitori privati in Italia sono estremamente attivi: i contratti minori o uguali a 15.000 euro, quindi retail, sono il 77,7% del totale, in termini di masse gestite (aum) rappresentano il 12,3%, un dato superiore alla media europea.
Ad attirare gli investitori di Piazza Affari, durante questo primo semestre dell’anno, sono stati i mercati «core» (come il Dax o l’Eurostoxx) o quelli molto liquidi (come l’Eonia, che funge da sottostante per il Lyxor Etf Euro Cash, il più scambiato per controvalore). Tra gli obbligazionari, invece, i rendimenti migliori si sono registrati sul mercato corporate, dove ad esempio l’iBox Euro Liquid Corporate di iShare, il più vecchio dei fondi del settore, è cresciuto del 3,2% con 2,65 miliardi di euro di masse gestite. E i prossimi mesi? «Continuerà l’interesse verso gli emerging market – conclude Chelli – mentre è destinato a rientrare il mercato dei bond societari».
Fonte: Borsa e Finanza del 11 luglio 2009









