Prende le mosse da Manama, la capitale della minuscola isola di Bahrain, il thriller geopolitico The Scorpion’s Gate .…
Se vuoi ricevere le principali notizie riguardanti gli ETF e gli ETC iscriviti alla Nostra Newsletter settimanale gratuita. Clicca qui per iscriverti gratuitamente.
Pubblicato nel 2005, immagina un futuro prossimo (il 2010) in cui l’agitazione della maggioranza sciita del regno, organizzata e sostenuta dall’Iran, mette in moto un meccanismo che nel giro di poche settimane porta a un passo dalla terza guerra mondiale.
Si sa bene, quando in aeroporto si comprano libri del genere per passare le lunghe ore di volo, che gli
autori tendono a spararle grosse, che le loro analisi sono quasi sempre tagliate con l’accetta e che le conclusioni sono tanto inverosimili da sfiorare il comico.
Non in questo caso, perché Richard Clarke, l’autore, conosce perfettamente quello di cui scrive, avendo lavorato come zar dell’antiterrorismo nel Consiglio per la Sicurezza Nazionale con Clinton e con Bush. In questo ruolo nel gennaio 2001 chiese la convocazione urgente del Consiglio per avvertire
della minaccia crescente di al Qaeda. Quando terminò la relazione ebbe l’impressione che nessuno degli altri partecipanti, inclusa Condoleezza Rice, avesse mai sentito parlare di quel gruppo.
Chi ha letto e apprezzato il libro di Clarke ha da qualche giorno orecchie, antenne e parabole orientate verso Manama. Gli eventi di Tunisi e del Cairo (e i prossimi sviluppi a Tripoli e Algeri) sono di importanza storica, ma Manama ha la caratteristica unica di essere comodamente collegata da un lungo elegante ponte con la Provincia Orientale dell’Arabia Saudita. In pratica è a pochi minuti di macchina da mezzo trilione di barili di petrolio (se si crede ai dati ufficiali sulle riserve, le più grandi del mondo).
La Provincia Orientale, quanto meno la sua parte costiera, fa parte dell’Arabia Saudita perché così
vollero gli inglesi, che hanno sempre cercato di dividere sunniti e sciiti favorendo i primi (si pensi all’Iraq). Nella storia, tuttavia, quella zona è stata quasi sempre parte dell’impero persiano. Lo era già, ad esempio, ai tempi di Ciro e Serse, delle Termopili e di Salamina. Per questo è ancora oggi a larga maggioranza sciita, anche se le famiglie regnanti, a Riyadh, Manama, Doha e Abu Dhabi sono tutte sunnite.
A Teheran accarezzano da tempo l’idea di riunificare lo sciismo sotto una sola bandiera politica e, incidentalmente, di mettere le mani sul petrolio saudita. Gli eventi di piazza Tahrir stanno risvegliando i desideri e Bahrain è il punto perfetto per iniziare la Reconquista.
Due settimane fa avevamo scritto che difficilmente la Fratellanza Musulmana, di estrazione sunnita salafita, avrebbe conquistato i cuori degli sciiti del Golfo. Finora del resto non se ne ha segnale. Non avevamo però considerato l’ipotesi che Teheran potesse leggere gli sviluppi egiziani come una bella occasione per iniziare a destabilizzare la sponda meridionale del Golfo. Il re del Bahrain ha regalato nei giorni scorsi 2500 dollari a tutte le famiglie, ma non è servito. Sull’isola è basata niente meno che la Quinta Flotta, ma dopo avere applaudito ai manifestanti di piazza Tahrir gli Stati Uniti non possono mandare i loro marinai a disperdere i cortei lungo le strade di Manama.
L’Egitto è il bullone che tiene insieme Medio Oriente e Africa settentrionale. Per adesso il bullone non si è sfilato, si è solo allentato, ma chi investe deve essere aperto alle sorprese. E’ bello pensare a una primavera araba e a un nuovo 1989, ma la verità è che si naviga a vista nella zona più turbolenta del pianeta. La rivoluzione tunisina, quella più avanti di tutte, è entrata ad esempio nella fase caotica in cui, come ha detto un leader, tutti vogliono tutto e nessuno decide niente.
Sono possibili gli esiti più disparati, democratici, islamisti, militari, caotici, alla turca. Può anche darsi che in alcuni paesi, alla fine, non succeda nulla di notevole.
Quando l’incertezza sulle variabili esogene è così elevata non bisogna necessariamente modificare l’orientamento sui mercati. Il tema generale del rialzo azionario nei paesi sviluppati rimane intatto e i dati macro degli ultimi giorni, inferiori alle attese, non lo mettono in discussione.
Bisogna però avere due avvertenze. La prima è quella di alzare l’allarme a livello arancione per il risk
management.
Nessun problema se si è semplicemente sovrapesati di azioni. Molta attenzione, invece, alle operazioni di arbitraggio, all’uso della leva, alle put vendute.
La seconda avvertenza è di non andare mai a casa la sera, nelle prossime settimane, sottopesati di petroliferi o aggressivamente corti di oro, Treasuries lunghi e perfino dollari. Gli eventi egiziani hanno mostrato che una paura moderata non aiuta più, come invece usavano fare un tempo, oro, bond e dollaro. Una paura più seria, sospettiamo, indurrebbe ancora il mercato a comprarli.
Attenzione ai petroliferi che si comprano, guardare dove estraggono. Nei paesi produttori i pozzi, dopo il palazzo presidenziale, sono la cosa più difesa, ma possono esserci scioperi, interruzioni della produzione, rinegoziazione o, in caso estremo, cancellazione dei contratti. Il mercato sta già applicando sconti e premi su questa base. I carboniferi, che non hanno operazioni in Medio Oriente e Africa settentrionale, sono già saliti molto, il gas naturale presenta ancora delle opportunità.
Ragionevole prudenza, quindi, ma non paura. Lo scenario peggiore, la caduta della casa di Saud seguita da una fase di turbolenza, avrebbe ovviamente effetti di breve pesantemente negativi, ma nel giro non di anni ma di qualche mese entrerebbero in funzione anticorpi importanti, più forti di quello che si potrebbe pensare.
Spesso, nel campo delle estrazioni minerarie, il lead time tra il momento in cui si decide un investimento e quello in cui la produzione va a regime è di anni (a volte anche parecchi, come in questa fase per il rame). Ci sono però anche situazioni in cui, per calcoli politici, preoccupazioni ambientali o anche semplice convenienza economica, la produzione al momento bloccata o limitata potrebbe partire o ripartire in tempi brevi.
Dopo l’incidente dell’aprile scorso alla Deepwater Horizon, ad esempio, l’amministrazione Obama ha disposto la sospensione, tuttora in vigore, della produzione nelle acque profonde del Golfo del Messico. In caso di revoca tutto potrebbe essere riavviato abbastanza in fretta. Le oil sands canadesi, dal canto loro, potrebbero produrre molto di più se venissero allentati i vincoli ambientali.
Più in generale gli Stati Uniti stanno vivendo una fase in cui le fonti di energia, che sembravano avviate a diventare sempre più scarse, si rivelano ogni giorno (grazie anche alle nuove tecniche di estrazione) sempre più disponibili. C’è il gas naturale, che salta fuori da tutte le parti, il carbone abbondantissimo del Colorado e perfino il vecchio petrolio, che sembrava destinato all’esaurimento, è in vigorosa ripresa in California e nel bacino permiano del Texas, mentre spuntano nuovi protagonisti insospettati, come il North Dakota con i suoi 350mila barili in rapida crescita. C’è talmente tanta produzione interna, anche di buona qualità, che il WTI texano è arrivato a costare 17 dollari meno del Brent inglese. Poi ci sarebbe sempre l’Alaska, nel caso venisse revocata la moratoria sulle nuove prospezioni. E le rinnovabili, naturalmente.
L’inflazione da shock di offerta, nel caso di sviluppi geopolitici negativi, sarebbe comunque inevitabile e non coinvolgerebbe solo il petrolio, ma anche le derrate agricole.
Sulle derrate ci sono oggi due scuole di pensiero. La prima, che chiameremo pragmatica, è maggioritaria. Sostiene che le annate di cattivi raccolti sono la cosa più fisiologica che si possa immaginare e che a un anno di forte rialzo dei prezzi segue puntualmente la messa a coltura di più terre e di conseguenza, per l’anno successivo, un raccolto abbondante con prezzi in discesa. La seconda scuola, che definiremo ideologica, è minoritaria ma si rafforza ogni volta che salgono i prezzi. Sostiene che i rialzi saranno sostenuti nel tempo in quanto strutturali, dovuti cioè all’esplosione demografica, alla desertificazione, ai cambiamenti climatici e alla diminuzione delle aree coltivabili.
Avanziamo una terza ipotesi, ovvero che petrolio e derrate abbiano fuso i loro cicli perché sono diventati fungibili. Il nesso è naturalmente l’etanolo. Nel 2008 era diventato pacifico criticare l’amministrazione Bush per avere incentivato la produzione di etanolo da mais. Con la crisi, la domanda di benzina è rapidamente scesa, il prezzo dell’etanolo è crollato e il mais è tornato disponibile per gli usi alimentari tradizionali, scendendo di prezzo e deprimendo anche gli altri cereali. Poiché l’amministrazione Obama non ha toccato gli incentivi (i voti degli stati del Midwest fanno gola a tutti) il prezzo del mais ha accompagnato al rialzo quello del greggio. Nulla fa pensare che le cose cambino prima delle presidenziali del 2012.
E’ paradossale, ma le piazze arabe che protestano per il rincaro del pane spaventano il mercato del petrolio e facendo salire il prezzo del greggio fanno crescere ulteriormente quello dei cereali.
Le incertezze geopolitiche e il livello raggiunto dal mercato ci portano a dire che sia il momento di rallentare temporaneamente i programmi di acquisto sulle borse. Non stiamo in nessun modo suggerendo di vendere ma, semplicemente, di non rincorrere il mercato a tutti i costi.
Richard Clarke, dopo il suo libro del 2005, ne ha pubblicato un altro nel 2010. E’ dedicato anche questo al futuro prossimo, talmente prossimo da essere già tra noi. Parla della cyberguerra. Non pensate che sia meno sanguinosa di quella tradizionale. Immaginatevi bloccati senza via di scampo nell’ascensore di un grattacielo perché un ragazzino cinese inquadrato nelle forze armate è entrato nel software della rete elettrica della vostra città e ha deciso di provocare cortocircuiti e incendi.
Analisi Weekly
a cura di: Kairos Partners SGR SpA.
Se vuoi ricevere le principali notizie riguardanti gli ETF e gli ETC iscriviti alla Nostra Newsletter settimanale gratuita.
Clicca qui per iscriverti gratuitamente.
Disclaimer
Kairos Partners SGR SpA. Via Bigli 21, Milano.
La presente pubblicazione è distribuita da Kairos Partners SGR. Pur ponendo la massima cura nella predisposizione della presente pubblicazione e considerando affidabili i suoi contenuti, Kairos Partners SGR non si assume tuttavia alcuna responsabilità in merito all’esattezza, completezza e attualità dei dati e delle informazioni nella stessa contenuti ovvero presenti sulle pubblicazioni utilizzate ai fini della sua predisposizione. Di conseguenza Kairos Partners SGR declina ogni responsabilità per errori od omissioni.
La presente pubblicazione viene a Voi fornita per meri fini di informazione ed illustrazione, non costituendo in nessun caso offerta al pubblico di prodotti finanziari ovvero promozione di servizi e/o attività di investimento nè nei confronti di persone residenti in Italia nè di persone residenti in altre giurisdizioni, a maggior ragione quando tale offerta e/o promozione non sia autorizzata in tali guirisdizioni e/o sia contra legem se rivolta alle suddette persone.
Né Kairos Partners SGR né alcuna società appartenente al Gruppo Kairos potrà essere ritenuta responsabile, in tutto o in parte, per i danni (inclusi, a titolo meramente esemplificativo, il danno per perdita o mancato guadagno, interruzione dell’attività, perdita di informazioni o altre perdite economiche di qualunque natura) derivanti dall’uso, in qualsiasi forma e per qualsiasi finalità, dei dati e delle informazioni presenti nella presente pubblicazione.
La presente pubblicazione può essere riprodotta unicamente nella sua interezza ed esclusivamente citando il nome di Kairos Partners SGR, restandone in ogni caso vietato ogni utilizzo commerciale. La presente pubblicazione è destinata all’utilizzo ed alla consultazione da parte della clientela professionale e commerciale di Kairos Partners SGR cui viene indirizzata, e, in ogni caso, non si propone di sostituire il giudizio personale dei soggetti a cui si rivolge. Kairos Partners SGR ha la facoltà di agire in base a/ovvero di servirsi di qualsiasi elemento sopra esposto e/o di qualsiasi informazione a cui tale materiale si ispira ovvero è tratto anche prima che lo stesso venga pubblicato e messo a disposizione della sua clientela. Kairos Partners SGR può occasionalmente, a proprio insindacabile giudizio, assumere posizioni lunghe o corte con riferimento ai prodotti finanziari eventualmente menzionati nella presente pubblicazione. In nessun caso e per nessuna ragione Kairos Partners SGR sarà tenuta, nell’ambito dello svolgimento della propria attività di gestione, sia essa individuale o collettiva, ad agire conformemente, in tutto o in parte, alle opinioni riportate nella presente pubblicazione.
Differenze. Gli stessi utili venivano prezzati 1550 nel 2007 e sono prezzati 1100 oggi. Sono forse saliti i tassi? No di certo, dal 5 di allora siamo scesi a zero. Si tratta allora di una sottovalutazione temporanea? No, nemmeno questo è vero. A fine 2007 le stime per l’SP per fine 2008 erano comprese tra 1500 e 1800 (si finì in realtà a 900). Le stime per il 2011, per quei pochi che hanno il coraggio di farle, non vanno oltre 1300, massimo 1350. Restano sempre 500 punti di scarto. Perché?
Passato. Negli anni Novanta e nei Duemila fino al 2008 i problemi strutturali esistevano già, ma erano perfettamente asintomatici. Si parlava anche allora di squilibri insostenibili (troppo debito privato, troppo risparmio cinese e troppo consumo in America), ma le crisi del 1987, del 1997- 1998 e del 2001 non derivarono direttamente da questioni strutturali (se non localmente, in Thailandia, Indonesia e Corea per qualche mese tra il 1997 e l’anno successivo). I mercati (e alla fine anche i policy maker) avevano quindi imparato a rimuovere questi aspetti, come chi ha sentito troppe volte gridare al lupo e alla fine non ci crede più. Un ambiente privo di freni inibitori, dunque, terreno di coltura ideale per le bolle.
Futuro. Pochi pensano sul serio che un giorno avranno un infarto prima di averlo, anche se i loro parametri sono allarmanti. Dopo l’infarto, l’idea che potrà ricapitare (e magari essere fatale) resta fissa in testa anche se si sta a dieta, si fanno le lunghe passeggiate consigliate dal medico e si correggono gradualmente i parametri. C’è una perfetta simmetria. Prima si peggiora continuando a non preoccuparsi, dopo ci si continua a preoccupare anche se si migliora.
Ronde. I bond vigilantes degli anni Ottanta erano ferocemente attenti all’inflazione. La generazione attuale è ferocemente attenta al merito di credito. Il risultato è lo stesso, nessuna tregua per i governi individuati volta a volta come carenti o colpevoli. Allora ci vollero 15 anni per debellare l’inflazione, ora occorrerà altrettanto, se non di più, per il debito pubblico. I credit vigilantes lo sanno, ma non faranno sconti sui disavanzi, da portare sotto il tre per cento in tre-quattro anni al massimo.
Sottovalutazione. Probabilmente a Summers non dispiacerebbe avere borse leggermente sopra le righe, il che è comunque positivo perché dimostra sensibilità verso i mercati. Strutturalmente, tuttavia, i rischi di crisi fiscali e bancarie indurranno le borse a rimanere cronicamente sottovalutate, per lo meno rispetto a quello cui ci eravamo abituati nei due decenni passati.
Cina. Stiamo diventando sempre più dipendenti dalla crescita cinese e questo è già un problema in sé. Le questioni strutturali cinesi sono quindi a pieno titolo anche questioni nostre. La dirigenza politica, in questi anni, ha tirato molto la corda rispetto alle disuguaglianze sociali, al prezzo delle case che a Shanghai e Pechino è diventato inaccessibile e agli 8200 veicoli d’investimento immobiliare che gli enti locali hanno creato per vendere loro terra ed edificabilità, in un connubio (per non dire coincidenza fisica), tra politici e imprenditori, che fa sembrare oratoriali conflitti vissuti come scandalosi alle nostre latitudini.
Victor Shih. Non ci sono statistiche ufficiali sugli 8200 veicoli. Il mondo intero si sta servendo di un calcolo fatto da un assistente della Northwestern University, un politologo sino-americano di nome Victor Shih che sul suo (molto interessante) blog ha stimato in 11 trilioni di renminbi, il 30 per cento del Pil, il debito totale di queste opache entità. Dalla Cina sono arrivate mezze smentite e dichiarazioni ufficiose che il problema c’è ma è sotto controllo. Pochissime cifre, però, e tutte vecchie.
Subprime. Qualcosa nell’aria fa pensare che la questione ha raggiunto il punto di ebollizione. Un membro del comitato monetario della banca centrale dichiara al Financial Times che il problema immobiliare è molto, molto più fondamentale e più grande di quello che ha portato alla crisi finanziaria in America e in Inghilterra. Si unisca questo allo sciopero negli stabilimenti Honda del Guangdong.
Allarme rosso. Noi in Occidente vediamo questi problemi da un punto di vista economico e finanziario. Nel quartiere murato dove vive la dirigenza cinese queste cose sono viste come un serio, molto serio problema politico. Tienanmen insegna che nel Dna del partito comunista cinese ci può essere uno stupefacente pragmatismo sulle libertà economiche ma quando si tratta di mantenimento del controllo politico e sociale si sfiora la paranoia.
Priorità assoluta. Dopo la crisi dell’euro si è pensato che la Cina avrebbe allentato la morsa sul settore immobiliare, volano insostituibile per la crescita. Una lettura economicista, probabilmente. La dirigenza del partito si è resa invece conto del fatto che il modello seguito finora è viziato e porta a un aumento troppo veloce dei prezzi delle case. La scelta di abbattere le quotazioni immobiliari di almeno un terzo a Pechino e Shanghai e di un 10-20 per cento nel resto del paese è molto lacerante perché danneggia componenti importanti del partito, ma è stata presa e non si tornerà indietro.
Banche. Non sarà certamente sfuggito al gruppo dirigente che una caduta veloce dei prezzi avrà ripercussioni sulle banche che hanno fatto credito ai veicoli. Nelle settimane passate, del resto, le banche sono state invitate a
sostenere uno stress test basato su questi numeri. Grazie agli aumenti di capitale che sono state energicamente invitate a fare in primavera (la borsa è stata tenuta su apposta) si stima che l’urto possa essere retto. Nel caso si ricorrerà al vecchio metodo e si attingerà alle immense riserve valutarie, pari alla metà del Pil, per ricapitalizzare ulteriormente le banche.
Materie prime. La determinazione ad andare avanti nella politica del ridimensionamento dei prezzi delle case è stata letta come una notizia molto negativa sui mercati delle commodities. Al programma compensativo di sviluppo di edilizia pubblica popolare è stato dato poco credito perché in passato annunci analoghi non hanno avuto molto seguito. Se è però corretta la lettura politica della questione, questa volta si farà sul serio. Non si possono tenere troppo a lungo nei dormitori pubblici centinaia di migliaia di persone in ogni grande città. Naturalmente c’è anche una ragione economica. Un governo che ha fatto della crescita una questione di sopravvivenza deve comunque compensare i disincentivi all’edilizia privata.
Lungo termine. Si sente spesso dire che il governo cinese, dopo avere riempito il paese di dighe, autostrade, ferrovie ad alta velocità e aeroporti potrebbe presto trovarsi a corto di idee per la crescita e con una capacità produttiva in eccesso preoccupante. In realtà le case popolari e gli ospedali saranno la nuova frontiera per i prossimi anni. Un metro quadrato di casa popolare non divora meno cemento, ferro o rame di una casa da edilizia privata. Quanto ai 600 milioni di tonnellate di acciaio che la Cina è in grado di produrre (il mondo intero ne fabbricava 700 nel 1980) ci sarà certo una contenuta compressione dei margini per i produttori ma non bisogna dimenticare la scelta strategica di spingere sull’auto privata. Goldman Sachs parla di una crescita annua a due cifre dell’auto nei prossimi tre anni. Nel 2020, che è dietro l’angolo, la produzione di sole auto leggere raggiungerà un livello che fa sgranare gli occhi, ovvero 30 milioni di unità, tre volte la produzione americana di oggi.
A tutto gas. A proposito di materie prime si parla poco di una rivoluzione silenziosa in pieno corso. Dopo tante false partenze su etanolo, idrogeno, fusione fredda, vento e sole ecco finalmente uno shock da offerta positivo su una scala che diventa ogni giorno più larga. Il gas naturale non convenzionale (triturazione di rocce con perforazione orizzontale) sta cambiando non solo il futuro ma anche il presente dell’America e ha grandi prospettive anche in Cina e perfino in
qualche angolo della nostra Europa, oltre alla solita Australia che ha già tutto. Se Obama può fare la faccia feroce con BP e cacciare dalle acque profonde del Golfo del Messico tutti i produttori, americani inclusi, è perché il gas (e anche il carbone) sono oggi così abbondanti da supplire perfettamente alla minore estrazione di greggio. I mercati, comprensibilmente preoccupati per il problema strutturale del debito pubblico, non hanno ancora metabolizzato pienamente le implicazioni di lungo termine di questo shock positivo. In un mondo disperatamente a caccia di crescita la garanzia di energia abbondante, a buon mercato e geopoliticamente sicura può essere un fattore decisivo.
Marea nera. Macondo è la Chernobyl del petrolio, quanto meno quello estratto in acque profonde, e sta generando in America reazioni molto simili. Come allora il nucleare fu fermato solo in Europa occidentale, così le acque profonde continueranno a essere oggetto d’interesse in Brasile e nel Golfo di Guinea. In questi giorni il petrolio è sceso, trascinando i titoli del settore e deprimendo per questa via le borse, perché i mercati si sono fissati con l’idea del rallentamento ciclico. In realtà, almeno sulle scadenze lontane, l’interdizione dell’estrazione nel Golfo del Messico dovrebbe sostenere le quotazioni del greggio, sia pure marginalmente, e rallentare la discesa dei prezzi di gas e carbone, molto compressi anche da un forte short.
Mercati. Nell’ultimo mese i dati macro sono stati sistematicamente ignorati. La contemplazione del debito pubblico ha ipnotizzato e depresso borse e crediti, impedendo una ripresa a V dei corsi dopo la correzione. Ora si va verso un maggiore equilibrio. Confusi e storditi, molti investitori hanno chiuso le loro posizioni e si sono messi a guardare. La liquidità è scesa e la microvolatilità è salita, con bruschi salti nelle quotazioni da un’ora all’altra e chiusure a Wall Street che rovesciano in dieci minuti l’impostazione delle 24 ore precedenti. Il mercato è prezzato per un rallentamento del ciclo globale già iniziato. In realtà i segni di indebolimento sono modesti e i portafogli scarichi, condizione ideale per un cauto recupero dei corsi.







