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Il Rosso e il Nero: L’ARTE DI ASPETTARE: I tempi lunghi delle rivoluzioni


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Lenin arriva alla Stazione di Finlandia di Pietrogrado il 3 aprile 1917. Manca dalla Russia da 10 anni e i servizi segreti tedeschi lo hanno infilato a Zurigo su un vagone piombato affinché svolga propaganda disfattista nel suo paese. Le strade della capitale sono percorse da cortei da due mesi. Si chiede pane e si sciopera. Le truppe mandate a reprimere la piazza a un certo punto hanno smesso di obbedire agli ordini. A metà marzo lo zar ha abdicato e si è formato un governo provvisorio con aristocratici liberali e socialisti di varie tendenze. Nessuno nota i bolscevichi, che fino a questo momento hanno avuto un ruolo assolutamente marginale negli eventi.….


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Khomeini scende dall’aereo a Teheran il primo febbraio 1979. Manca dall’Iran da 15 anni. I servizi francesi avevano offerto allo Scià di eliminarlo nei mesi precedenti, ma Pahlavi non se l’era sentita. Le strade di Teheran sono percorse da più di un anno da cortei immensi, ben descritti nelle corrispondenze del filosofo Foucault che fanno il giro del mondo. Nelle manifestazioni si notano le masse di Teheran sud organizzate dai mullah, ma sono forti anche le altre formazioni, dai nazionalisti ai liberali ai comunisti . Ma c’è anche il popolo tutto, o meglio, come direbbe Antonio Negri, la moltitudine. A Foucault, entusiasta, sembra di rivivere il Maggio parigino di 10 anni prima. 03022011 1Al governo c’è Shapour Bakhtiar, storico oppositore del regime e anni prima uomo di Mossadeq. Ha sciolto la polizia segreta, abolito la censura, liberato i prigionieri politici e indetto libere elezioni. L’Iran è un grande laboratorio percorso da fermenti e grandi speranze. Dieci giorni dopo l’arrivo di Khomeini i suoi uomini occupano tutti i centri del potere. Le elezioni vengono trasformate in un referendum sulla Repubblica Islamica. Bakhtiar
va in esilio, ma verrà raggiunto e assassinato a Parigi nel 1991 da agenti del nuovo regime. Oggi l’Iran è pronto per l’atomica.

Rachid Ghannouchi sbarca a Tunisi il 30 gennaio 2011, due mesi dopo l’inizio delle proteste. Manca dal suo paese da vent’anni. E’ islamista, ma a differenza dei Fratelli Musulmani non chiede il ripristino del Califfato universale e non vuole togliere il voto alle donne. E’ probabile che la Tunisia del futuro lo veda come leader.

Lenin, Khomeini e Ghannouchi non sono i protagonisti del primo tempo delle loro rivoluzioni, ma ne decidono l’esito. L’esilio e la vita nell’ombra li hanno temprati in lunghi anni di attesa. A rivoluzione iniziata, quindi, sanno come aspettare ancora qualche mese. Prima o poi la fase romantica lascia il posto al vuoto di potere, ai dissidi nel governo provvisorio, al collasso economico e al riemergere del malcontento. E’ il momento in cui chi ha le idee chiare, maggioranza o minoranza che sia, può cogliere il frutto maturo. Lo studioso Olivier Roy sottolinea la differenza tra l’Egitto e l’Iran. Al Cairo scendono in piazza giovani diversi, cresciuti con Facebook, aperti e democratici. Anche l’egiziano americano El Erian si mostra ottimista. Il vecchio realista Kissinger nota però che siamo solo alla prima scena del primo atto. Il resto è tutto da scrivere.

03022011 2Chi investe deve farsi due domande. La prima è sui tempi, la seconda sul contagio dei grandi produttori di greggio della penisola arabica. Sui tempi abbiamo provato a rispondere. Le rivoluzioni sono tutte diverse tra loro ma hanno comunque un loro ritmo e tempi non brevi. I Fratelli Musulmani aspettano dal 1928 e non hanno fretta. Sono temprati da decenni di conflitti durissimi con i governi arabi laici, non importa se
socialisti, panarabisti o filoccidentali. Con il tempo hanno acquisito abilità politica. Sapranno mimetizzarsi e attendere almeno fino alle elezioni. Non lanceranno proclami altisonanti contro l’America, ma questo non vuole certo dire che la amino.

Quanto al contagio, va ricordato che i Fratelli Musulmani, già dagli anni Trenta, hanno esteso rapidamente la loro influenza, ma quasi esclusivamente in ambito sunnita. I regimi al potere nella penisola arabica sono sunniti, le popolazioni sono però in maggioranza sciite a sud (Yemen) e a est, dove c’è il petrolio.

Solitamente lo scenario destabilizzante più temuto è quello di una rivolta sciita alimentata dall’Iran negli emirati e nella parte orientale dell’Arabia Saudita. I Fratelli Musulmani, come abbiamo visto, hanno un seguito limitato in queste zone.

Naturalmente il regno saudita ha anche un dissenso sunnita (si pensi ad al Qaeda) che negli ultimi anni è stato però contrastato con una certa efficacia. La casa regnante ha ospitato e tollerato una limitata presenza dei Fratelli, che fino ad oggi non sembrano avere attaccato direttamente la monarchia.

03022011 3La casa di Saud controlla poi direttamente l’esercito, attraverso membri della famiglia. Il controllo è però limitato alle sfere più alte. Eventuali pronunciamenti militari sarebbero quindi opera non di generali ma di colonnelli che godono dell’appoggio dei loro uomini. Gli eventi egiziani non rendono necessariamente più probabile un colpo di stato di quanto già non lo fosse. Storicamente, del resto, non c’è mai stata una correlazione particolare tra i tempi e le direzioni della storia egiziana e quelli della penisola arabica. Il nasserismo, ad esempio, è passato praticamente inosservato, con un contagio limitato allo Yemen del Sud.

In pratica, dunque, chi investe non ha per il momento da reagire più di tanto alla rivoluzione egiziana (sempre che di rivoluzione davvero si tratti e sempre che l’esercito, come è stato fino a qualche anno fa nella Turchia kemalista, non si mantenga comunque garante di un minimo di laicità e dell’alleanza con l’America).

Reagire troppo e troppo in fretta, oltre che per i grandi rivoluzionari, è sbagliato anche per i money manager. Un modesto premio per il rischio per il petrolio è più che sufficiente, anche perché in questi casi i sauditi si mettono subito a produrre di più. Se ne ha conferma dagli ultimi dati sulle scorte americane, in crescita.

03022011 4Certo, la brusca interruzione della correzione del greggio (la scadenza marzo si era portata da 93 a 85) riporta in auge il tema dell’inflazione, in
particolare nei paesi emergenti e in Europa e toglie comunque potere d’acquisto anche negli Stati Uniti. Al momento, in ogni caso, le dimensioni del problema rimangono contenute.

Chi volesse coprirsi da rischi geopolitici dovrebbe a questo punto considerare, più del greggio (penalizzato da un fortissimo contango, cioè da
un carry negativo), azioni legate al settore dell’energia. Petroliferi e carboniferi, per quanto ancora non cari, sono saliti molto. Più interessanti, a
questo punto, le società che producono gas naturale. Rimaste finora piuttosto in ombra, verrebbero molto avvantaggiate da un rialzo del gas,
inevitabile in caso di contagio geopolitico nella penisola arabica.

Per il resto, Egitto a parte, chi investe deve avere la pazienza di lasciare camminare il bull market azionario senza prendere profitto troppo presto. Due fattori molto potenti concorrono in questa fase a rafforzare le borse. Da una parte c’è la riaccelerazione americana, forte e indubitabile. Larry Summers si sbilancia e parla di un’economia che ha ormai raggiunto la velocità di fuga, che è cioè in grado di camminare sulle sue gambe senza ricorrere a sostegni fiscali o monetari.

Questi sostegni verranno meno a metà 2011 per la parte monetaria e a fine anno per quella fiscale. Fino all’estate, quindi, il cielo è straordinariamente sereno. Dall’altra parte c’è l’Europa che affronta i suoi problemi con determinazione. L’euro è salvo e i debiti sovrani sono fuori pericolo. Non ci azzardiamo certo a dire che questo varrà per sempre, ma è piuttosto probabile che fino alla prossima recessione si possa stare abbastanza tranquilli (pressione fiscale a parte). Il recupero dei comparti più penalizzati nei mesi scorsi (carta sovrana non tedesca e bancari) è stato notevole, ma ha ancora strada da percorrere.

L’output gap americano non verrà colmato prima della fine del 2012. Significa che gli Stati Uniti possono crescere alla velocità che vogliono senza che aumenti l’inflazione salariale. Nel 2012 avremo però, come è fisiologico in questi casi, ondate di paura temporanee legate all’inflazione, ai tassi o alla (troppa o troppo poca) crescita, alle quali si potranno affiancare preoccupazioni politiche. Nel 2011 questi timori avranno poco fondamento. Non sprechiamo questi prossimi mesi preziosi facendoci prendere dalla paura. Teniamo d’occhio la geopolitica, naturalmente, aperti alla possibilità che abbia perfino sviluppi positivi.

Analisi Weekly

a cura di: Kairos Partners SGR SpA.


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Utili. L’anno prossimo, secondo molte stime, gli utili operativi dell’SP 500 eguaglieranno (e per qualcuno supereranno) il massimo storico del 2007. Forse c’è un eccesso di ottimismo in queste proiezioni. Si sottovaluta l’impatto fiscale crescente e si sopravvaluta la portata del rialzo delle materie prime, il cui prezzo ha molta importanza su un grande numero di titoli ciclici. L’idea di fondo comunque rimane, il decoupling degli utili dai problemi strutturali del mondo è un dato di fatto.

Differenze. Gli stessi utili venivano prezzati 1550 nel 2007 e sono prezzati 1100 oggi. Sono forse saliti i tassi? No di certo, dal 5 di allora siamo scesi a zero. Si tratta allora di una sottovalutazione temporanea? No, nemmeno questo è vero. A fine 2007 le stime per l’SP per fine 2008 erano comprese tra 1500 e 1800 (si finì in realtà a 900). Le stime per il 2011, per quei pochi che hanno il coraggio di farle, non vanno oltre 1300, massimo 1350. Restano sempre 500 punti di scarto. Perché?
Passato. Negli anni Novanta e nei Duemila fino al 2008 i problemi strutturali esistevano già, ma erano perfettamente asintomatici. Si parlava anche allora di squilibri insostenibili (troppo debito privato, troppo risparmio cinese e troppo consumo in America), ma le crisi del 1987, del 1997- 1998 e del 2001 non derivarono direttamente da questioni strutturali (se non localmente, in Thailandia, Indonesia e Corea per qualche mese tra il 1997 e l’anno successivo). I mercati (e alla fine anche i policy maker) avevano quindi imparato a rimuovere questi aspetti, come chi ha sentito troppe volte gridare al lupo e alla fine non ci crede più. Un ambiente privo di freni inibitori, dunque, terreno di coltura ideale per le bolle.

Futuro. Pochi pensano sul serio che un giorno avranno un infarto prima di averlo, anche se i loro parametri sono allarmanti. Dopo l’infarto, l’idea che potrà ricapitare (e magari essere fatale) resta fissa in testa anche se si sta a dieta, si fanno le lunghe passeggiate consigliate dal medico e si correggono gradualmente i parametri. C’è una perfetta simmetria. Prima si peggiora continuando a non preoccuparsi, dopo ci si continua a preoccupare anche se si migliora.

Ronde. I bond vigilantes degli anni Ottanta erano ferocemente attenti all’inflazione. La generazione attuale è ferocemente attenta al merito di credito. Il risultato è lo stesso, nessuna tregua per i governi individuati volta a volta come carenti o colpevoli. Allora ci vollero 15 anni per debellare l’inflazione, ora occorrerà altrettanto, se non di più, per il debito pubblico. I credit vigilantes lo sanno, ma non faranno sconti sui disavanzi, da portare sotto il tre per cento in tre-quattro anni al massimo.
Sottovalutazione. Probabilmente a Summers non dispiacerebbe avere borse leggermente sopra le righe, il che è comunque positivo perché dimostra sensibilità verso i mercati. Strutturalmente, tuttavia, i rischi di crisi fiscali e bancarie indurranno le borse a rimanere cronicamente sottovalutate, per lo meno rispetto a quello cui ci eravamo abituati nei due decenni passati.

Cina. Stiamo diventando sempre più dipendenti dalla crescita cinese e questo è già un problema in sé. Le questioni strutturali cinesi sono quindi a pieno titolo anche questioni nostre. La dirigenza politica, in questi anni, ha tirato molto la corda rispetto alle disuguaglianze sociali, al prezzo delle case che a Shanghai e Pechino è diventato inaccessibile e agli 8200 veicoli d’investimento immobiliare che gli enti locali hanno creato per vendere loro terra ed edificabilità, in un connubio (per non dire coincidenza fisica), tra politici e imprenditori, che fa sembrare oratoriali conflitti vissuti come scandalosi alle nostre latitudini.

Victor Shih. Non ci sono statistiche ufficiali sugli 8200 veicoli. Il mondo intero si sta servendo di un calcolo fatto da un assistente della Northwestern University, un politologo sino-americano di nome Victor Shih che sul suo (molto interessante) blog ha stimato in 11 trilioni di renminbi, il 30 per cento del Pil, il debito totale di queste opache entità. Dalla Cina sono arrivate mezze smentite e dichiarazioni ufficiose che il problema c’è ma è sotto controllo. Pochissime cifre, però, e tutte vecchie.

Subprime. Qualcosa nell’aria fa pensare che la questione ha raggiunto il punto di ebollizione. Un membro del comitato monetario della banca centrale dichiara al Financial Times che il problema immobiliare è molto, molto più fondamentale e più grande di quello che ha portato alla crisi finanziaria in America e in Inghilterra. Si unisca questo allo sciopero negli stabilimenti Honda del Guangdong.

Allarme rosso. Noi in Occidente vediamo questi problemi da un punto di vista economico e finanziario. Nel quartiere murato dove vive la dirigenza cinese queste cose sono viste come un serio, molto serio problema politico. Tienanmen insegna che nel Dna del partito comunista cinese ci può essere uno stupefacente pragmatismo sulle libertà economiche ma quando si tratta di mantenimento del controllo politico e sociale si sfiora la paranoia.
Priorità assoluta. Dopo la crisi dell’euro si è pensato che la Cina avrebbe allentato la morsa sul settore immobiliare, volano insostituibile per la crescita. Una lettura economicista, probabilmente. La dirigenza del partito si è resa invece conto del fatto che il modello seguito finora è viziato e porta a un aumento troppo veloce dei prezzi delle case. La scelta di abbattere le quotazioni immobiliari di almeno un terzo a Pechino e Shanghai e di un 10-20 per cento nel resto del paese è molto lacerante perché danneggia componenti importanti del partito, ma è stata presa e non si tornerà indietro.

Banche. Non sarà certamente sfuggito al gruppo dirigente che una caduta veloce dei prezzi avrà ripercussioni sulle banche che hanno fatto credito ai veicoli. Nelle settimane passate, del resto, le banche sono state invitate a
sostenere uno stress test basato su questi numeri. Grazie agli aumenti di capitale che sono state energicamente invitate a fare in primavera (la borsa è stata tenuta su apposta) si stima che l’urto possa essere retto. Nel caso si ricorrerà al vecchio metodo e si attingerà alle immense riserve valutarie, pari alla metà del Pil, per ricapitalizzare ulteriormente le banche.

Materie prime. La determinazione ad andare avanti nella politica del ridimensionamento dei prezzi delle case è stata letta come una notizia molto negativa sui mercati delle commodities. Al programma compensativo di sviluppo di edilizia pubblica popolare è stato dato poco credito perché in passato annunci analoghi non hanno avuto molto seguito. Se è però corretta la lettura politica della questione, questa volta si farà sul serio. Non si possono tenere troppo a lungo nei dormitori pubblici centinaia di migliaia di persone in ogni grande città. Naturalmente c’è anche una ragione economica. Un governo che ha fatto della crescita una questione di sopravvivenza deve comunque compensare i disincentivi all’edilizia privata.

Lungo termine. Si sente spesso dire che il governo cinese, dopo avere riempito il paese di dighe, autostrade, ferrovie ad alta velocità e aeroporti potrebbe presto trovarsi a corto di idee per la crescita e con una capacità produttiva in eccesso preoccupante. In realtà le case popolari e gli ospedali saranno la nuova frontiera per i prossimi anni. Un metro quadrato di casa popolare non divora meno cemento, ferro o rame di una casa da edilizia privata. Quanto ai 600 milioni di tonnellate di acciaio che la Cina è in grado di produrre (il mondo intero ne fabbricava 700 nel 1980) ci sarà certo una contenuta compressione dei margini per i produttori ma non bisogna dimenticare la scelta strategica di spingere sull’auto privata. Goldman Sachs parla di una crescita annua a due cifre dell’auto nei prossimi tre anni. Nel 2020, che è dietro l’angolo, la produzione di sole auto leggere raggiungerà un livello che fa sgranare gli occhi, ovvero 30 milioni di unità, tre volte la produzione americana di oggi.

A tutto gas. A proposito di materie prime si parla poco di una rivoluzione silenziosa in pieno corso. Dopo tante false partenze su etanolo, idrogeno, fusione fredda, vento e sole ecco finalmente uno shock da offerta positivo su una scala che diventa ogni giorno più larga. Il gas naturale non convenzionale (triturazione di rocce con perforazione orizzontale) sta cambiando non solo il futuro ma anche il presente dell’America e ha grandi prospettive anche in Cina e perfino in
qualche angolo della nostra Europa, oltre alla solita Australia che ha già tutto. Se Obama può fare la faccia feroce con BP e cacciare dalle acque profonde del Golfo del Messico tutti i produttori, americani inclusi, è perché il gas (e anche il carbone) sono oggi così abbondanti da supplire perfettamente alla minore estrazione di greggio. I mercati, comprensibilmente preoccupati per il problema strutturale del debito pubblico, non hanno ancora metabolizzato pienamente le implicazioni di lungo termine di questo shock positivo. In un mondo disperatamente a caccia di crescita la garanzia di energia abbondante, a buon mercato e geopoliticamente sicura può essere un fattore decisivo.

Marea nera. Macondo è la Chernobyl del petrolio, quanto meno quello estratto in acque profonde, e sta generando in America reazioni molto simili. Come allora il nucleare fu fermato solo in Europa occidentale, così le acque profonde continueranno a essere oggetto d’interesse in Brasile e nel Golfo di Guinea. In questi giorni il petrolio è sceso, trascinando i titoli del settore e deprimendo per questa via le borse, perché i mercati si sono fissati con l’idea del rallentamento ciclico. In realtà, almeno sulle scadenze lontane, l’interdizione dell’estrazione nel Golfo del Messico dovrebbe sostenere le quotazioni del greggio, sia pure marginalmente, e rallentare la discesa dei prezzi di gas e carbone, molto compressi anche da un forte short.

Mercati. Nell’ultimo mese i dati macro sono stati sistematicamente ignorati. La contemplazione del debito pubblico ha ipnotizzato e depresso borse e crediti, impedendo una ripresa a V dei corsi dopo la correzione. Ora si va verso un maggiore equilibrio. Confusi e storditi, molti investitori hanno chiuso le loro posizioni e si sono messi a guardare. La liquidità è scesa e la microvolatilità è salita, con bruschi salti nelle quotazioni da un’ora all’altra e chiusure a Wall Street che rovesciano in dieci minuti l’impostazione delle 24 ore precedenti. Il mercato è prezzato per un rallentamento del ciclo globale già iniziato. In realtà i segni di indebolimento sono modesti e i portafogli scarichi, condizione ideale per un cauto recupero dei corsi.

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