Girls of Riyadh, scritto nel 2005 da una giovane donna saudita, è un Sex and the City più emozionante dell’originale e scritto molto meglio. Lamees, Qamrah, Sadeem e Mashael non sono antropologicamente molto diverse da Carrie, Miranda, Charlotte e Samantha, ma si trovano a vivere in circostanze difficili. Lamees, sunnita, deve interrompere l’amicizia con …
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Fatima perché è sciita e deve lasciare il fidanzato perché la Polizia della Morale e della Virtù (che esiste veramente) li ha colti insieme in un caffè e il dating è illegale se non si è promessi sposi. Qamrah ha visto il marito sceltole dalla famiglia solo per un attimo prima di sposarlo, lo segue a
Chicago, litiga sul velo e viene tradita e ripudiata mentre è incinta. Sadeem si concede a Walid poco prima del matrimonio e Walid le manda subito le carte per il divorzio, ritenendola di scarsa virtù. Mashael, la Samantha del gruppo, lavora in televisione e conosce Faisal davanti a un centro commerciale quando lui le chiede di fingersi sua sorella per potere entrare (i giovani maschi single non possono andare da soli nelle mall per evitare che avvicinino le ragazze). La storia è romantica ma agitata, alla fine lui sposa un’altra. Lei sceglierà di rimanere da sola per godere del bene più prezioso, la libertà.
Il greggio sale ogni giorno, il rialzo azionario è sospeso e Bernanke per la prima volta parla di QE3 (una terza fase di espansione dello stato patrimoniale della Fed dopo la conclusione in giugno del QE2) perché le ragazze e le donne saudite, che hanno sicuramente letto il libro di RajaaAlsanea, hanno dato molte adesioni su Facebook alla proposta di un Giorno della Rabbia per l’11 marzo. Nell’appello si chiedono tra le altre cose meno tasse e più libertà per le donne. Niente di socialista, niente di integralista.I mercati temono che questo appello possa fare da catalizzatore per altre proteste. Quelle che fanno più paura sono di due tipi.
Il primo è la protesta contro malgoverno e corruzione. Esemplare (e molto discusso in questi giorni) il caso del lago di Muschio. Come la luccicante Dubai, anche Gidda (una città di tre milioni e mezzo di persone) non ha le fogne. Al loro posto, nelle cantine dei condomini, ci sono dei contenitori che vengono prelevati da camion una volta alla settimana. I camion scaricano tutto in un lago artificiale a monte della città. Questa grande pozzanghera, chiamata poeticamente lago di Muschio, è trattenuta da una diga. La diga rischia ora di cedere e di riversare il
contenuto su Gidda.
La seconda paura è che gli sciiti della Provincia Orientale, quella che contiene tutto il petrolio del regno, si lascino contagiare dai confratelli del Bahrain. Gli sciiti, in tutta l’area del Golfo, sono cittadini di seconda classe e l’Iran lavora attivamente per organizzarli contro la monarchia.
C’è poi un terzo timore. Che capacità di risposta può avere una casa regnante in cui il re ha 88 anni e l’erede al trono ne ha 83 e secondo alcuni soffre di Alzheimer? Si può obiettare che quella saudita è da sempre una gerontocrazia. Come dice il principe Faisal, splendidamente interpretato da Alec Guiness nel mitico Lawrence d’Arabia, “la guerra è per i giovani, la politica è meglio lasciarla a noi vecchi”. Quanto al malgoverno, ci sono i soldi per coprirne i misfatti. L’Arabia è praticamente senza debito pubblico e la famiglia regnante ha ricchezze immense.
La Provincia Orientale non è nuova alle proteste. Tra il 1979 e il 1980, durante la rivoluzione iraniana, ci sono state numerose sollevazioni. Dopo l’11 settembre al Qaeda ha messo radici in particolare a Dhahran, la città del petrolio, e nel 2004 è stato necessario un intervento militare per riconquistare il controllo della zona.
Nessuno è in grado di dire che cosa succederà, ma non va dimenticato che la casa di Saud controlla il centro della penisola arabica da quasi tre secoli con notevole abilità. In caso di pericolo grave per il petrolio, poi, entrerebbe in scena l’enorme apparato militare che gli Stati Uniti hanno costruito lungo la costa, a pochi chilometri dai confini del regno. Un intervento non eviterebbe al greggio di impennarsi e alle borse di scendere molto, ma salverebbe gli impianti e, probabilmente, anche la produzione. Si osservi quanta disponibilità c’è a intervenire se necessario in Libia per un milione e mezzo di barili e si moltiplichi questa disponibilità per sei o per otto (l’Arabia estrae 9 milioni di barili e può arrivare se necessario a 12).
Nella grande sollevazione dei popoli in corso, oltre all’Arabia i mercati hanno da tenere d’occhio solo un altro paese, l’Algeria. Tutti gli altri sono rilevanti politicamente, non economicamente. In Algeria c’è un malcontento diffuso e più povertà che in Arabia. Il governo è controllato politicamente dal partito che ha portato il paese all’indipendenza, dai militari e dai servizi segreti. Sono tre entità coriacee, temprate dalla guerra contro la Francia e da una guerra civile feroce contro gli integralisti che ha fatto 150mila morti.
C’è molta corruzione, ma il paese è stanco di guerra e probabilmente immunizzato contro l’islamismo, che durante la guerra civile ha dato pessima prova di sé. Il cartello dell’opposizione formato in gennaio dai vecchi partiti è diviso e screditato. Diversamente dall’Arabia, Internet costa caro e ce l’hanno solo i ricchi, gli altri devono andare nei caffé e fare lunghe code.
E’ una grande fortuna che gli sconquassi geopolitici coincidano con una fase di espansione globale che va al di là delle previsioni. Il mondo sta crescendo a una velocità del 6 per cento, da raffrontare con le stime del Fondo Monetario che per il 2011 sono del 4.5. C’è un minimo di perplessità sui consumi americani del primo trimestre e qualche timore per gli effetti del rincaro della benzina sugli altri acquisti, ma dal lato della produzione si procede ad alta velocità perché ci sono da ricostituire le scorte consumate nel 2010.
E’ poi confortante vedere che governi e banche centrali intendono procedere a testa bassa sulla loro strada. Questa determinazione ha forse il sapore della disperazione (il mondo non può permettersi una nuova recessione) ma proprio per questo le va dato credito.
L’America reagisce alzando il tiro sulla politica monetaria. La Fed non è preoccupata per l’inflazione neanche un po’, in parte perché non la ritiene un problema imminente e in parte perché non le importerebbe più di tanto anche se dovesse arrivare sul serio. Ai rincari di alimentari e petrolio la Fed è pronta a reagire con una linea non restrittiva, non neutrale bensì ulteriormente accomodante. Il messaggio alle borse e ai mercati è chiaro.
Combatteremo la recessione con ogni mezzo, con il coltello tra i denti. Due settimane fa ci si attardava a discutere su una possibile sospensione anticipata del QE2 (peraltro mai accreditata dalla Fed) e oggi siamo già all’anticamera del QE3.
L’Europa reagisce a modo suo, ma non inganni la retorica sull’inflazione, che si farà presto assordante. Il contributo europeo a sostegno dell’espansione non passa tanto per i tassi bassi (se a fine anno venissero alzati non sarebbe la fine del mondo) quanto per la difesa della coesione di Eurolandia. La Merkel che dà dieci e lode al Portogallo per quello che sta facendo (mentre i mercati lo bastonano per pigrizia mentale e ne portano il decennale al 7.60) garantisce, a chi rispetta gli obiettivi, il sostegno a oltranza da parte tedesca.
Che il Portogallo vada avanti da solo, o chieda assistenza come Grecia e Irlanda,diventa a questo punto di rilevanza locale e non sistemica.
Dal canto loro i paesi emergenti combattono una battaglia difficile e rischiosa con lo stesso obiettivo di evitare in tutti i modi la ricaduta in una recessione. Per loro l’inflazione è un problema più serio per due motivi. Il primo è che alimentari e petrolio incidono sul loro paniere in misura abnorme. Il secondo è che il loro output gap è in via di esaurimento. Sono, molti di loro, in piena occupazione e rischiano (loro, non noi) l’inflazione salariale.
Questo quadro ha ripercussioni sui cambi. A parte alcune tigri asiatiche, gli emergenti non hanno spazio per rivalutare e devono semmai prendere fiato e svalutare. La Turchia in primo luogo, ma anche il Brasile. Non potendo più svalutare contro gli emergenti (Cina e tigri a parte) il dollaro cerca di indebolirsi nei confronti dell’Europa. L’apertura verso il QE3 da parte americana e la retorica europea sull’inflazione convergono su un euro forte. Forse non vedremo questa forza in marzo, dal momento che le discussioni dure in corso a Bruxelles sulle politiche di stabilizzazione fiscale daranno ogni tanto l’impressione di avviarsi alla rottura, ma la vedremo nel resto dell’anno.
Le borse rimarranno in range fino a quando i rischi geopolitici e la forte crescita continueranno a bilanciarsi. Sapere che cosa prevarrà è impossibile, ma rimanere strategicamente sovrapesati in azioni continua ad avere senso per una semplice ragione. La determinazione dei governi a sostenere la crescita è una certezza. I danni gravi derivanti dagli sconquassi geopolitici di portata sistemica sono solo una possibilità. L’asimmetria è evidente.
Analisi Weekly
a cura di: Kairos Partners SGR SpA.
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Differenze. Gli stessi utili venivano prezzati 1550 nel 2007 e sono prezzati 1100 oggi. Sono forse saliti i tassi? No di certo, dal 5 di allora siamo scesi a zero. Si tratta allora di una sottovalutazione temporanea? No, nemmeno questo è vero. A fine 2007 le stime per l’SP per fine 2008 erano comprese tra 1500 e 1800 (si finì in realtà a 900). Le stime per il 2011, per quei pochi che hanno il coraggio di farle, non vanno oltre 1300, massimo 1350. Restano sempre 500 punti di scarto. Perché?
Passato. Negli anni Novanta e nei Duemila fino al 2008 i problemi strutturali esistevano già, ma erano perfettamente asintomatici. Si parlava anche allora di squilibri insostenibili (troppo debito privato, troppo risparmio cinese e troppo consumo in America), ma le crisi del 1987, del 1997- 1998 e del 2001 non derivarono direttamente da questioni strutturali (se non localmente, in Thailandia, Indonesia e Corea per qualche mese tra il 1997 e l’anno successivo). I mercati (e alla fine anche i policy maker) avevano quindi imparato a rimuovere questi aspetti, come chi ha sentito troppe volte gridare al lupo e alla fine non ci crede più. Un ambiente privo di freni inibitori, dunque, terreno di coltura ideale per le bolle.
Futuro. Pochi pensano sul serio che un giorno avranno un infarto prima di averlo, anche se i loro parametri sono allarmanti. Dopo l’infarto, l’idea che potrà ricapitare (e magari essere fatale) resta fissa in testa anche se si sta a dieta, si fanno le lunghe passeggiate consigliate dal medico e si correggono gradualmente i parametri. C’è una perfetta simmetria. Prima si peggiora continuando a non preoccuparsi, dopo ci si continua a preoccupare anche se si migliora.
Ronde. I bond vigilantes degli anni Ottanta erano ferocemente attenti all’inflazione. La generazione attuale è ferocemente attenta al merito di credito. Il risultato è lo stesso, nessuna tregua per i governi individuati volta a volta come carenti o colpevoli. Allora ci vollero 15 anni per debellare l’inflazione, ora occorrerà altrettanto, se non di più, per il debito pubblico. I credit vigilantes lo sanno, ma non faranno sconti sui disavanzi, da portare sotto il tre per cento in tre-quattro anni al massimo.
Sottovalutazione. Probabilmente a Summers non dispiacerebbe avere borse leggermente sopra le righe, il che è comunque positivo perché dimostra sensibilità verso i mercati. Strutturalmente, tuttavia, i rischi di crisi fiscali e bancarie indurranno le borse a rimanere cronicamente sottovalutate, per lo meno rispetto a quello cui ci eravamo abituati nei due decenni passati.
Cina. Stiamo diventando sempre più dipendenti dalla crescita cinese e questo è già un problema in sé. Le questioni strutturali cinesi sono quindi a pieno titolo anche questioni nostre. La dirigenza politica, in questi anni, ha tirato molto la corda rispetto alle disuguaglianze sociali, al prezzo delle case che a Shanghai e Pechino è diventato inaccessibile e agli 8200 veicoli d’investimento immobiliare che gli enti locali hanno creato per vendere loro terra ed edificabilità, in un connubio (per non dire coincidenza fisica), tra politici e imprenditori, che fa sembrare oratoriali conflitti vissuti come scandalosi alle nostre latitudini.
Victor Shih. Non ci sono statistiche ufficiali sugli 8200 veicoli. Il mondo intero si sta servendo di un calcolo fatto da un assistente della Northwestern University, un politologo sino-americano di nome Victor Shih che sul suo (molto interessante) blog ha stimato in 11 trilioni di renminbi, il 30 per cento del Pil, il debito totale di queste opache entità. Dalla Cina sono arrivate mezze smentite e dichiarazioni ufficiose che il problema c’è ma è sotto controllo. Pochissime cifre, però, e tutte vecchie.
Subprime. Qualcosa nell’aria fa pensare che la questione ha raggiunto il punto di ebollizione. Un membro del comitato monetario della banca centrale dichiara al Financial Times che il problema immobiliare è molto, molto più fondamentale e più grande di quello che ha portato alla crisi finanziaria in America e in Inghilterra. Si unisca questo allo sciopero negli stabilimenti Honda del Guangdong.
Allarme rosso. Noi in Occidente vediamo questi problemi da un punto di vista economico e finanziario. Nel quartiere murato dove vive la dirigenza cinese queste cose sono viste come un serio, molto serio problema politico. Tienanmen insegna che nel Dna del partito comunista cinese ci può essere uno stupefacente pragmatismo sulle libertà economiche ma quando si tratta di mantenimento del controllo politico e sociale si sfiora la paranoia.
Priorità assoluta. Dopo la crisi dell’euro si è pensato che la Cina avrebbe allentato la morsa sul settore immobiliare, volano insostituibile per la crescita. Una lettura economicista, probabilmente. La dirigenza del partito si è resa invece conto del fatto che il modello seguito finora è viziato e porta a un aumento troppo veloce dei prezzi delle case. La scelta di abbattere le quotazioni immobiliari di almeno un terzo a Pechino e Shanghai e di un 10-20 per cento nel resto del paese è molto lacerante perché danneggia componenti importanti del partito, ma è stata presa e non si tornerà indietro.
Banche. Non sarà certamente sfuggito al gruppo dirigente che una caduta veloce dei prezzi avrà ripercussioni sulle banche che hanno fatto credito ai veicoli. Nelle settimane passate, del resto, le banche sono state invitate a
sostenere uno stress test basato su questi numeri. Grazie agli aumenti di capitale che sono state energicamente invitate a fare in primavera (la borsa è stata tenuta su apposta) si stima che l’urto possa essere retto. Nel caso si ricorrerà al vecchio metodo e si attingerà alle immense riserve valutarie, pari alla metà del Pil, per ricapitalizzare ulteriormente le banche.
Materie prime. La determinazione ad andare avanti nella politica del ridimensionamento dei prezzi delle case è stata letta come una notizia molto negativa sui mercati delle commodities. Al programma compensativo di sviluppo di edilizia pubblica popolare è stato dato poco credito perché in passato annunci analoghi non hanno avuto molto seguito. Se è però corretta la lettura politica della questione, questa volta si farà sul serio. Non si possono tenere troppo a lungo nei dormitori pubblici centinaia di migliaia di persone in ogni grande città. Naturalmente c’è anche una ragione economica. Un governo che ha fatto della crescita una questione di sopravvivenza deve comunque compensare i disincentivi all’edilizia privata.
Lungo termine. Si sente spesso dire che il governo cinese, dopo avere riempito il paese di dighe, autostrade, ferrovie ad alta velocità e aeroporti potrebbe presto trovarsi a corto di idee per la crescita e con una capacità produttiva in eccesso preoccupante. In realtà le case popolari e gli ospedali saranno la nuova frontiera per i prossimi anni. Un metro quadrato di casa popolare non divora meno cemento, ferro o rame di una casa da edilizia privata. Quanto ai 600 milioni di tonnellate di acciaio che la Cina è in grado di produrre (il mondo intero ne fabbricava 700 nel 1980) ci sarà certo una contenuta compressione dei margini per i produttori ma non bisogna dimenticare la scelta strategica di spingere sull’auto privata. Goldman Sachs parla di una crescita annua a due cifre dell’auto nei prossimi tre anni. Nel 2020, che è dietro l’angolo, la produzione di sole auto leggere raggiungerà un livello che fa sgranare gli occhi, ovvero 30 milioni di unità, tre volte la produzione americana di oggi.
A tutto gas. A proposito di materie prime si parla poco di una rivoluzione silenziosa in pieno corso. Dopo tante false partenze su etanolo, idrogeno, fusione fredda, vento e sole ecco finalmente uno shock da offerta positivo su una scala che diventa ogni giorno più larga. Il gas naturale non convenzionale (triturazione di rocce con perforazione orizzontale) sta cambiando non solo il futuro ma anche il presente dell’America e ha grandi prospettive anche in Cina e perfino in
qualche angolo della nostra Europa, oltre alla solita Australia che ha già tutto. Se Obama può fare la faccia feroce con BP e cacciare dalle acque profonde del Golfo del Messico tutti i produttori, americani inclusi, è perché il gas (e anche il carbone) sono oggi così abbondanti da supplire perfettamente alla minore estrazione di greggio. I mercati, comprensibilmente preoccupati per il problema strutturale del debito pubblico, non hanno ancora metabolizzato pienamente le implicazioni di lungo termine di questo shock positivo. In un mondo disperatamente a caccia di crescita la garanzia di energia abbondante, a buon mercato e geopoliticamente sicura può essere un fattore decisivo.
Marea nera. Macondo è la Chernobyl del petrolio, quanto meno quello estratto in acque profonde, e sta generando in America reazioni molto simili. Come allora il nucleare fu fermato solo in Europa occidentale, così le acque profonde continueranno a essere oggetto d’interesse in Brasile e nel Golfo di Guinea. In questi giorni il petrolio è sceso, trascinando i titoli del settore e deprimendo per questa via le borse, perché i mercati si sono fissati con l’idea del rallentamento ciclico. In realtà, almeno sulle scadenze lontane, l’interdizione dell’estrazione nel Golfo del Messico dovrebbe sostenere le quotazioni del greggio, sia pure marginalmente, e rallentare la discesa dei prezzi di gas e carbone, molto compressi anche da un forte short.
Mercati. Nell’ultimo mese i dati macro sono stati sistematicamente ignorati. La contemplazione del debito pubblico ha ipnotizzato e depresso borse e crediti, impedendo una ripresa a V dei corsi dopo la correzione. Ora si va verso un maggiore equilibrio. Confusi e storditi, molti investitori hanno chiuso le loro posizioni e si sono messi a guardare. La liquidità è scesa e la microvolatilità è salita, con bruschi salti nelle quotazioni da un’ora all’altra e chiusure a Wall Street che rovesciano in dieci minuti l’impostazione delle 24 ore precedenti. Il mercato è prezzato per un rallentamento del ciclo globale già iniziato. In realtà i segni di indebolimento sono modesti e i portafogli scarichi, condizione ideale per un cauto recupero dei corsi.







