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Il Rosso e il Nero: IL CONSENSO DELLE GENTI: A volte il coro è intonato


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Il consensus gentium, a seconda dei contesti, è visto come qualcosa cui essere indifferenti, come un bene in sé o come un male in sé (non c’è quindi nessun consenso sul valore veritativo del consenso).
In politica il consenso è un bene prezioso che legittima chi governa o gli conferisce comunque grande forza. Per un matematico o un ….


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logico il consenso non ha nessun valore, né positivo né negativo (il fatto che praticamente tutti siano d’accordo che due più due fa quattro non significa assolutamente nulla). Per chi sta sui mercati il consenso è invece quasi un male assoluto, qualcosa da fuggire come la peste e di cui vergognarsi se si scopre di esserci finiti dentro.
Pensarla come la maggioranza, sui mercati, non è solo visto come banale, ma come profondamente pericoloso. Una delle leggendarie dieci regole di Bob Farrell, la nona, recita che “Quando tutti gli esperti sono d’accordo nelle loro previsioni, qualcosa di diverso accade”. Nel pensiero farrelliano questa regola discende direttamente dal principio universale unificatore, una specie di legge di Murphy, secondo il quale i mercati, in qualsiasi momento, tendono a preparare il massimo danno per il massimo numero di partecipanti.
10012010 1In giorni come questi, in cui il consiglio di uscire dai bond ed entrare nell’azionario viene presentato come il motivo conduttore per il 2011 in quasi ogni angolo del mondo, appare interessante (e confortante) l’osservazione empirica di Thomas Lee di JP Morgan. Osservando le serie storiche, Lee nota che il consenso rialzista è la regola, non l’eccezione, durante i bull market.
Solo il consenso pressoché unanime (e per il momento non ci siamo ancora arrivati) è da considerare un segnale di pericolo e coincide con un punto d’inversione della tendenza.
Certo, quella di Lee è un’osservazione vera ex post, non ex ante. Noi non sapremo se il 2011 ospiterà un bull market (o la vigilia della fine del mondo ipotizzata dai Maya galattici) fino alla fine dell’anno. Il valore aggiunto della tesi di Lee, per noi che viviamo il 2011 ex ante, non è che poiché siamo quasi tutti ottimisti allora andrà bene bensì, più umilmente, che il fatto di essere rialzisti non significa necessariamente che il mercato scenderà. Detto questo, è dovere popperiano di ogni rialzista, in questo momento, andare a cercare con il massimo impegno e prendere sul serio tutte le tesi ribassiste che si riescano a trovare in giro. Tra gli strategist delle grandi case, l’unico che abbia il coraggio di ipotizzare un SP 500 a fine anno più in basso di adesso (anche se di poco) è Adam Parker di Morgan Stanley. A lui va tutto il nostro rispetto, ma anticipiamo subito che le sue tesi, per quanto argomentate, non appaiono particolarmente convincenti.
Parker ipotizza prima di tutto una crescita degli utili più bassa rispetto al consenso. Cita la diminuzione del free cash flow dovuta alla ripresa degli investimenti, un inizio di aumento del costo del lavoro, le materie prime più care e il dollaro più forte. Sono tutte cose da tenere d’occhio, effettivamente, ma al momento non sembrano davvero preoccupanti. Molti, al contrario di Parker, ipotizzano un’ulteriore crescita dei margini (se i costi totali rimangono quelli che sono e le vendite aumentano grazie alla ripresa di consumi e investimenti, il margine per unità venduta cresce).
10012010 2Il secondo passaggio consiste nella previsione di una contrazione dei multipli. Le serie storiche dimostrano, nota Parker, che la rapida salita dei multipli applicati agli utili dei 12 mesi precedenti prelude a una contrazione nei 12 mesi successivi. Questo, osserviamo, è ben noto a chi sta sui mercati ed è anche piuttosto intuitivo. All’inizio di una ripresa gli utili sono spesso microscopici e il multiplo applicato è per forza alto (e perfino infinito se gli utili non ci sono). Poi le cose si normalizzano e i multipli scendono, ma non tanto da provocare una discesa dei corsi. Basta ricordare il bull market del 2003-2008. I corsi salirono senza interruzione. Notiamo poi, per completezza, che i multipli tendono a risalire nella fase finale di un bull market, quando tipicamente gli utili si stabilizzano o addirittura iniziano a scendere, ma la borsa, inerzialmente, continua a salire.
Una seconda ragione invocata per giustificare l’ipotesi di una contrazione dei multipli è la ripresa dell’inflazione, che comporta un aumento dei tassi a lungo. L’inflazione, a dire il vero, comincia a preoccupare non solo Parker ma un numero crescente di osservatori e non solo come rischio che si profila lontano sull’orizzonte, ma come problema già conclamato e presente tra noi.
Che i paesi emergenti stessero sviluppando inflazione si sapeva. Quello che ha colpito molti è stato vedere un’accelerazione anche in Europa, ovvero nell’area percepita come il punto debole del pianeta. Se il Cpi tocca il 2.2 per cento in una fase come questa, ci si è domandati, dove si potrà arrivare più avanti nel ciclo? Quanto agli Stati Uniti, i dati ufficiali continuano a indicare un’inflazione addirittura in discesa, ma si sa che un terzo del Cpi è di fatto costituito dal prezzo delle case (i cultori della scuola austriaca dovrebbero apprezzare l’inclusione di un asset, per quanto mascherato da affitto, nell’indice dei prezzi) e le case stanno ancora scendendo. Ma il resto?
10012010 3In realtà i timori d’inflazione sono per il momento eccessivi. In larghissima misura sono dovuti all’aumento del petrolio e, ancora di più, degli alimentari. Krugman osserva da tempo, con una certa disinvoltura, che si tratta di due comparti che salgono e scendono violentemente da decenni, senza che questo abbia mai inciso se non temporaneamente sul sistema dei prezzi nel suo complesso. Giusto, ma in molti paesi emergenti l’alimentazione si porta ancora via una parte importante del reddito e uno strappo dei prezzi è sempre un problema politico delicato. Dal canto loro, Europa e Stati Uniti non vivranno un’inflazione degna di questo nome nel 2011. Escludendo alimentari ed energia i prezzi dovrebbero continuare (in America) o riprendere (in Europa) a rallentare nei prossimi mesi.
In Cina l’inflazione è certamente sentita come un problema più serio. Da molti indizi si capisce però che il governo considera temporanea e reversibile l’impennata recente. Tutte le misure restrittive annunciate (inclusa la rivalutazione del 5 per cento del renminbi programmata nel 2011) saranno più forti nei primi mesi dell’anno e poi, gradualmente, verranno attenuate.
Più preoccupante, infinitamente più preoccupante, se fondata, ci pare la tesi di un imminente esaurimento del serbatoio di manodopera sottoutilizzata nelle campagne cinesi. Qui non si parla dell’aumento del prezzo dei cavoli e dei peperoni, ma di una possibile svolta strutturale nel costo del lavoro cinese che avrebbe serie implicazioni sul ciclo secolare dell’inflazione globale.
Mark Williams, senior China economist dell’autorevole Capital Economics, ha presentato in un forum organizzato dall’altrettanto autorevole JP Morgan uno studio sul restringimento del mercato del lavoro cinese. La sua tesi è che nelle campagne sono rimasti solo 15 milioni di disoccupati. Ai ritmi attuali di inurbamento fra un paio d’anni non ne resterà più nessuno. Diventato un paese a piena occupazione, la Cina si trasformerà in un attimo in un paese normale e i salari, con o senza sindacati, prenderanno a crescere ancora più rapidamente di adesso (ora siamo al 15-20 per cento l’anno, con punte del 40 nelle aree surriscaldate).
10012010 4Aiuto. Se la Cina si mette a esportare non più deflazione, ma inflazione, torneremo certo competitivi in Occidente, ma che ne sarà dei nostri bond? Calma. Siamo andati a fare qualche conto. Nel ragionamento di Williams si trascura un punto fondamentale. Il serbatoio vero di forza lavoro non è quello dei 15 milioni di disoccupati delle campagne, che possono anche venire tutti riassorbiti in qualche mese, ma si annida tra i quasi 500 milioni di persone formalmente classificate come rurali e occupate. La classificazione formale rurale/urbano in Cina non è sociologica ma legale. Sono due mondi separati e due sistemi di cittadinanza. C’è un sistema pensionistico urbano e ce n’è un altro, più scadente, per le campagne. Anche il servizio sanitario è completamente separato. C’è poi un sistema di passaporti interni sul modello sovietico. Chi nasce rurale resta rurale anche se va a vivere in città. In teoria non potrebbe nemmeno vivere in città, ma da anni le autorità accettano l’immigrazione interna, indispensabile per lo sviluppo.
Togliendo i 130 milioni di rurali inurbati, ne restano in campagna 370. Di questi, un centinaio non lavora direttamente nei campi, ma in attività di servizi per i contadini (uffici postali, banche, costruzioni, trasporti). Nei campi rimangono comunque quasi 300 milioni di persone.La Cina ha un output agricolo praticamente uguale a quello americano. Sapete quanti sono gli agricoltori negli Stati Uniti? Nel 1875 erano 33 milioni (il totale della popolazione era di 45), oggi sono 800mila (su 310 milioni di americani). Mettiamoci i messicani clandestini e legali che fanno i braccianti e arriviamo a due milioni, che producono lo stesso output fisico dei 300 milioni cinesi. Ora, la stessa Cina ammette che l’agricoltura sarà l’unica area in cui gli Stati Uniti rimarranno una superpotenza, ma volete che non ci sia spazio per ridurre le distanze in termini di produttività? E che non ci siano 150-200 milioni di persone che potranno lasciare le campagne per le città nei prossimi 10-15 anni?
Lo stesso Williams, in ogni caso, getta acqua sul fuoco dell’inflazione salariale cinese ricordando che i mega aumenti retributivi dell’ultimo anno seguono un 2009 in cui erano cresciuti solo del 5. Ricordiamo che il Pil nominale cinese cresce del 15 per cento l’anno e legittima un aumento delle retribuzioni di altrettanto. Se poi si vuole davvero ribilanciare l’economia cinese dalle esportazioni ai consumi interni occorre che gli aumenti siano superiori al 15.
Nella ricerca di voci fuori dal coro va registrata quella di Lazlo Birinyi, un quantitativo brillante e intelligente che non ha mai paura dei risultati a cui arrivano le sue ricerche e non li censura. I rialzisti degli anni Dieci hanno imparato l’arte della moderazione (il range delle stime per fine anno sull’SP 500, Parker a parte, varia tra 1375 e 1525), ma Birinyi il temerario si proietta nello spazio e ipotizza 2850 nell’autunno 2013 (dà anche la data esatta, il 4 settembre, segnamocela).
Birinyi ricerca pattern ricorrenti e non si limita ai grafici, ma guarda anche le quantità, il posizionamento e altro ancora. Arriva all’ipotesi di un rialzo complessivo del 322 per cento (dai minimi del marzo 2009) osservando i precedenti dei bull market partiti nel 1962, 1982, 1990 e 1998.La prima obiezione che viene in mente è che è praticamente impossibile
che i policy maker permettano oggi rialzi di questo tipo. Il targeting delle borse è ormai considerato un dovere da parte dei banchieri centrali e la 6 lezione della crisi è troppo vicina per essere dimenticata così presto. Sarà per la prossima volta o per quella dopo ancora. Prima o poi tutte le lezioni si dimenticano.
Più che nel merito, in ogni caso, l’ipotesi di Birinyi è interessante per le reazioni che ha suscitato, tra l’ironico e l’indifferente. Ben diversa fu l’accoglienza che fu riservata nel 2009 a un’analisi di Barry Eichengreen che sovrapponeva i dati macro e di borsa del 2007-2009 a quelli del 1929-1931 e li pantografava fino al 1933, ovvero al 2011, ipotizzando sfracelli a non finire. Quel grafico fu ripreso da Krugman e fece il giro dei blog e degli studi per mesi e mesi. Le reazioni a queste analisi con il pantografo, spesso terroristiche, sono un prezioso indicatore di sentiment. Quando vengono prese sul serio e hanno ampia circolazione sono in realtà un perfetto indicatore contrarian. I mercati presero a salire esattamente nelle settimane in cui Eichengreen pubblicava il suo grafico, così come era successo nel 2003, quando altre sovrapposizioni con gli anni Trenta cominciarono ad avere ampia circolazione. Il fatto che oggi nessuno prenda sul serio Birinyi è quindi un segnale positivo. Significa che siamo quasi tutti rialzisti, certo, ma paurosi, moderati e timidi. Abbiamo in mente un bull market, ma piccolo piccolo. Ottimo.

Analisi Weekly

a cura di: Kairos Partners SGR SpA.


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Utili. L’anno prossimo, secondo molte stime, gli utili operativi dell’SP 500 eguaglieranno (e per qualcuno supereranno) il massimo storico del 2007. Forse c’è un eccesso di ottimismo in queste proiezioni. Si sottovaluta l’impatto fiscale crescente e si sopravvaluta la portata del rialzo delle materie prime, il cui prezzo ha molta importanza su un grande numero di titoli ciclici. L’idea di fondo comunque rimane, il decoupling degli utili dai problemi strutturali del mondo è un dato di fatto.

Differenze. Gli stessi utili venivano prezzati 1550 nel 2007 e sono prezzati 1100 oggi. Sono forse saliti i tassi? No di certo, dal 5 di allora siamo scesi a zero. Si tratta allora di una sottovalutazione temporanea? No, nemmeno questo è vero. A fine 2007 le stime per l’SP per fine 2008 erano comprese tra 1500 e 1800 (si finì in realtà a 900). Le stime per il 2011, per quei pochi che hanno il coraggio di farle, non vanno oltre 1300, massimo 1350. Restano sempre 500 punti di scarto. Perché?
Passato. Negli anni Novanta e nei Duemila fino al 2008 i problemi strutturali esistevano già, ma erano perfettamente asintomatici. Si parlava anche allora di squilibri insostenibili (troppo debito privato, troppo risparmio cinese e troppo consumo in America), ma le crisi del 1987, del 1997- 1998 e del 2001 non derivarono direttamente da questioni strutturali (se non localmente, in Thailandia, Indonesia e Corea per qualche mese tra il 1997 e l’anno successivo). I mercati (e alla fine anche i policy maker) avevano quindi imparato a rimuovere questi aspetti, come chi ha sentito troppe volte gridare al lupo e alla fine non ci crede più. Un ambiente privo di freni inibitori, dunque, terreno di coltura ideale per le bolle.

Futuro. Pochi pensano sul serio che un giorno avranno un infarto prima di averlo, anche se i loro parametri sono allarmanti. Dopo l’infarto, l’idea che potrà ricapitare (e magari essere fatale) resta fissa in testa anche se si sta a dieta, si fanno le lunghe passeggiate consigliate dal medico e si correggono gradualmente i parametri. C’è una perfetta simmetria. Prima si peggiora continuando a non preoccuparsi, dopo ci si continua a preoccupare anche se si migliora.

Ronde. I bond vigilantes degli anni Ottanta erano ferocemente attenti all’inflazione. La generazione attuale è ferocemente attenta al merito di credito. Il risultato è lo stesso, nessuna tregua per i governi individuati volta a volta come carenti o colpevoli. Allora ci vollero 15 anni per debellare l’inflazione, ora occorrerà altrettanto, se non di più, per il debito pubblico. I credit vigilantes lo sanno, ma non faranno sconti sui disavanzi, da portare sotto il tre per cento in tre-quattro anni al massimo.
Sottovalutazione. Probabilmente a Summers non dispiacerebbe avere borse leggermente sopra le righe, il che è comunque positivo perché dimostra sensibilità verso i mercati. Strutturalmente, tuttavia, i rischi di crisi fiscali e bancarie indurranno le borse a rimanere cronicamente sottovalutate, per lo meno rispetto a quello cui ci eravamo abituati nei due decenni passati.

Cina. Stiamo diventando sempre più dipendenti dalla crescita cinese e questo è già un problema in sé. Le questioni strutturali cinesi sono quindi a pieno titolo anche questioni nostre. La dirigenza politica, in questi anni, ha tirato molto la corda rispetto alle disuguaglianze sociali, al prezzo delle case che a Shanghai e Pechino è diventato inaccessibile e agli 8200 veicoli d’investimento immobiliare che gli enti locali hanno creato per vendere loro terra ed edificabilità, in un connubio (per non dire coincidenza fisica), tra politici e imprenditori, che fa sembrare oratoriali conflitti vissuti come scandalosi alle nostre latitudini.

Victor Shih. Non ci sono statistiche ufficiali sugli 8200 veicoli. Il mondo intero si sta servendo di un calcolo fatto da un assistente della Northwestern University, un politologo sino-americano di nome Victor Shih che sul suo (molto interessante) blog ha stimato in 11 trilioni di renminbi, il 30 per cento del Pil, il debito totale di queste opache entità. Dalla Cina sono arrivate mezze smentite e dichiarazioni ufficiose che il problema c’è ma è sotto controllo. Pochissime cifre, però, e tutte vecchie.

Subprime. Qualcosa nell’aria fa pensare che la questione ha raggiunto il punto di ebollizione. Un membro del comitato monetario della banca centrale dichiara al Financial Times che il problema immobiliare è molto, molto più fondamentale e più grande di quello che ha portato alla crisi finanziaria in America e in Inghilterra. Si unisca questo allo sciopero negli stabilimenti Honda del Guangdong.

Allarme rosso. Noi in Occidente vediamo questi problemi da un punto di vista economico e finanziario. Nel quartiere murato dove vive la dirigenza cinese queste cose sono viste come un serio, molto serio problema politico. Tienanmen insegna che nel Dna del partito comunista cinese ci può essere uno stupefacente pragmatismo sulle libertà economiche ma quando si tratta di mantenimento del controllo politico e sociale si sfiora la paranoia.
Priorità assoluta. Dopo la crisi dell’euro si è pensato che la Cina avrebbe allentato la morsa sul settore immobiliare, volano insostituibile per la crescita. Una lettura economicista, probabilmente. La dirigenza del partito si è resa invece conto del fatto che il modello seguito finora è viziato e porta a un aumento troppo veloce dei prezzi delle case. La scelta di abbattere le quotazioni immobiliari di almeno un terzo a Pechino e Shanghai e di un 10-20 per cento nel resto del paese è molto lacerante perché danneggia componenti importanti del partito, ma è stata presa e non si tornerà indietro.

Banche. Non sarà certamente sfuggito al gruppo dirigente che una caduta veloce dei prezzi avrà ripercussioni sulle banche che hanno fatto credito ai veicoli. Nelle settimane passate, del resto, le banche sono state invitate a
sostenere uno stress test basato su questi numeri. Grazie agli aumenti di capitale che sono state energicamente invitate a fare in primavera (la borsa è stata tenuta su apposta) si stima che l’urto possa essere retto. Nel caso si ricorrerà al vecchio metodo e si attingerà alle immense riserve valutarie, pari alla metà del Pil, per ricapitalizzare ulteriormente le banche.

Materie prime. La determinazione ad andare avanti nella politica del ridimensionamento dei prezzi delle case è stata letta come una notizia molto negativa sui mercati delle commodities. Al programma compensativo di sviluppo di edilizia pubblica popolare è stato dato poco credito perché in passato annunci analoghi non hanno avuto molto seguito. Se è però corretta la lettura politica della questione, questa volta si farà sul serio. Non si possono tenere troppo a lungo nei dormitori pubblici centinaia di migliaia di persone in ogni grande città. Naturalmente c’è anche una ragione economica. Un governo che ha fatto della crescita una questione di sopravvivenza deve comunque compensare i disincentivi all’edilizia privata.

Lungo termine. Si sente spesso dire che il governo cinese, dopo avere riempito il paese di dighe, autostrade, ferrovie ad alta velocità e aeroporti potrebbe presto trovarsi a corto di idee per la crescita e con una capacità produttiva in eccesso preoccupante. In realtà le case popolari e gli ospedali saranno la nuova frontiera per i prossimi anni. Un metro quadrato di casa popolare non divora meno cemento, ferro o rame di una casa da edilizia privata. Quanto ai 600 milioni di tonnellate di acciaio che la Cina è in grado di produrre (il mondo intero ne fabbricava 700 nel 1980) ci sarà certo una contenuta compressione dei margini per i produttori ma non bisogna dimenticare la scelta strategica di spingere sull’auto privata. Goldman Sachs parla di una crescita annua a due cifre dell’auto nei prossimi tre anni. Nel 2020, che è dietro l’angolo, la produzione di sole auto leggere raggiungerà un livello che fa sgranare gli occhi, ovvero 30 milioni di unità, tre volte la produzione americana di oggi.

A tutto gas. A proposito di materie prime si parla poco di una rivoluzione silenziosa in pieno corso. Dopo tante false partenze su etanolo, idrogeno, fusione fredda, vento e sole ecco finalmente uno shock da offerta positivo su una scala che diventa ogni giorno più larga. Il gas naturale non convenzionale (triturazione di rocce con perforazione orizzontale) sta cambiando non solo il futuro ma anche il presente dell’America e ha grandi prospettive anche in Cina e perfino in
qualche angolo della nostra Europa, oltre alla solita Australia che ha già tutto. Se Obama può fare la faccia feroce con BP e cacciare dalle acque profonde del Golfo del Messico tutti i produttori, americani inclusi, è perché il gas (e anche il carbone) sono oggi così abbondanti da supplire perfettamente alla minore estrazione di greggio. I mercati, comprensibilmente preoccupati per il problema strutturale del debito pubblico, non hanno ancora metabolizzato pienamente le implicazioni di lungo termine di questo shock positivo. In un mondo disperatamente a caccia di crescita la garanzia di energia abbondante, a buon mercato e geopoliticamente sicura può essere un fattore decisivo.

Marea nera. Macondo è la Chernobyl del petrolio, quanto meno quello estratto in acque profonde, e sta generando in America reazioni molto simili. Come allora il nucleare fu fermato solo in Europa occidentale, così le acque profonde continueranno a essere oggetto d’interesse in Brasile e nel Golfo di Guinea. In questi giorni il petrolio è sceso, trascinando i titoli del settore e deprimendo per questa via le borse, perché i mercati si sono fissati con l’idea del rallentamento ciclico. In realtà, almeno sulle scadenze lontane, l’interdizione dell’estrazione nel Golfo del Messico dovrebbe sostenere le quotazioni del greggio, sia pure marginalmente, e rallentare la discesa dei prezzi di gas e carbone, molto compressi anche da un forte short.

Mercati. Nell’ultimo mese i dati macro sono stati sistematicamente ignorati. La contemplazione del debito pubblico ha ipnotizzato e depresso borse e crediti, impedendo una ripresa a V dei corsi dopo la correzione. Ora si va verso un maggiore equilibrio. Confusi e storditi, molti investitori hanno chiuso le loro posizioni e si sono messi a guardare. La liquidità è scesa e la microvolatilità è salita, con bruschi salti nelle quotazioni da un’ora all’altra e chiusure a Wall Street che rovesciano in dieci minuti l’impostazione delle 24 ore precedenti. Il mercato è prezzato per un rallentamento del ciclo globale già iniziato. In realtà i segni di indebolimento sono modesti e i portafogli scarichi, condizione ideale per un cauto recupero dei corsi.

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