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Il Rosso e il Nero: IL BENE E IL MALE: La confusione dei cuori e delle menti


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Il pensiero apocalittico in Europa non esiste più (tranne qualche traccia nell’ecologismo e in Toni Negri) ma nelle Americhe e in Africa è vivacissimo. La saga Left Behind, che in sedici volumi raconta la fine dei tempi secondo i principi del dispensazionalismo, ha venduto solo negli Stati Uniti, dal 1995 a oggi, 65 milioni di copie ed è stata spesso in testa alle classifiche. Ne sono già stati tratti tre film che in Europa non arriveranno mai….


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Le fasi finali della storia umana, in queste interpretazioni, sono caratterizzate da un’alternanza drammatica tra il bene e il male, che volta a volta prevalgono o soccombono, secondo una sequenza complessa e predefinita, prima della vittoria finale del bene. Con uno stravolgimento tipicamente gnostico dell’escatologia canonica, alcune scuole di pensiero tardoantiche (assolutamente minoritarie) teorizzarono che praticare il male è doveroso, perché accelera la venuta finale del bene. I Nicolaiti, i Borboriti e i Secundiani si dedicarono finché poterono al libertinaggio esattamente in questo spirito.

30092010 1Un’eco di questo modo di pensare, del male che accelera la venuta del bene, si avverte oggi a vari livelli. Sul piano politico si sostiene da più parti che l’eventuale perdita di una camera il 2 novembre darà a Obama più possibilità di farsi rieleggere nel 2012 perché gli offrirà l’opportunità di incolpare i repubblicani per il permanere di un alto livello di disoccupazione. Molti poi affermano che la paralisi legislativa che caratterizza le fasi di coabitazione tra Congresso di un colore e Casa Bianca di un altro è in realtà, storicamente, un fatto positivo. I politici che litigano e si bloccano a vicenda non fanno danni.

Sui mercati il concetto del male acceleratore del bene è ancora più evidente. Dati palesemente negativi come il calo ulteriore della fiducia dei consumatori fanno salire le borse perché, si ragiona, aumentano la probabilità e la dimensione del quantitative easing, avvicinandone per di più i tempi. Se poi i dati sono buoni le borse salgono ugualmente, ci mancherebbe.

Lo stesso avviene sul dollaro. Il suo indebolimento è del resto l’altra faccia del quantitative easing (è intuitivo, se si creano dollari il prezzo scende). Un dato negativo lo fa arretrare perché significa Fed più espansiva. Un dato positivo lo fa scendere perché aumenta la propensione al rischio dei mercati, che quando sono di buon umore si indebitano in dollari (cioè li vendono) per comprare azioni e materie prime.

30092010 2Anche i T-Bond salgono di prezzo qualsiasi cosa accada perché danno per scontato il quantitative easing. Charles Gave nota malizioso che chi compra i Treasuries lo fa non per il loro rendimento ma con l’obiettivo di rivenderli più cari alla Fed nei prossimi mesi. Che cosa succederebbe però, nota, se i dati macro di ottobre dovessero uscire buoni? La Fed potrebbe rinviare i suoi progetti a data da destinarsi e i detentori di bond si troverebbero con carta di dubbio valore intrinseco e con prezzi in veloce discesa. Alla luce dell’ultimo comunicato del Fomc, che in pratica lega le mani alla Fed e rompe i ponti dietro le spalle, si tratta però di un’ipotesi improbabile. La Fed farà comunque qualcosa, ma non si può escludere che faccia meno di quello che a questo punto il mercato si aspetta.

Nota il Wall Street Journal che la Fed, il 4 novembre, potrebbe annunciare acquisti di Treasuries inizialmente ridotti (ad esempio un quarto di trilione contro il trilione intero che il consenso prevede) riservandosi di allargare il programma nei mesi successivi. Questo permetterebbe a Bernanke di ridurre l’opposizione dei falchi nel Fomc e consentirebbe alla Fed di stendere una rete di protezione più duratura sotto le borse. Inizialmente, alla notizia di un QE più piccolo, bond e borse potrebbero reagire con un moto di stizza, ma nel tempo, sapendo di avere in tasca la put di Bernanke, riprenderebbero a esplorare nuovi massimi con più calma e tranquillità.

30092010 3Con un QE più piccolo, inoltre, Bullard dormirebbe più tranquillo. Il presidente della Fed di Saint Louis ha fatto infatti notare con disagio che un QE da un trilione equivarrebbe esattamente al fabbisogno di bilancio del 2011. In pratica, l’intero deficit dell’anno prossimo verrebbe finanziato dalla Fed. Nemmeno in Venezuela o in Argentina hanno mai fatto queste cose. Quando Chàvez ordina al Banco Central di comprargli qualche titolo del Tesoro incontra puntualmente resistenza, fino alle dimissioni di un paio di governatori. Alla fine glieli comprano, ma mai tutti. Lo stesso a Buenos Aires. La presidente Kirchner ha dovuto mettere al Bcra la sua compagna di partito Mercedes Marcò del Pont (e mandare via Martìn Redrado che vi si opponeva strenuamente) per monetizzare (indirettamente, attraverso le riserve, ma è uguale) una parte del disavanzo, neanche tutto.

Incapaci di affrontare seriamente e strategicamente i loro problemi di bilancio, gli Stati Uniti ricorrono al pilota automatico del dollaro debole e della monetizzazione e aggiungono in sovramercato un fervore populista di iniziative congressuali che richiedono al Tesoro dazi punitivi se la Cina non rivaluta. La Cina di solito non dà mai giudizi sugli altri, ma quando viene attaccata reagisce con estrema durezza. Più che il discorso vittimista di Wen (se ci fate rivalutare avremo disoccupazione e tensioni sociali incontrollabili) colpiscono le dichiarazioni di Yu Yongding, vicino alla banca centrale, che suggeriscono alla Cina di abbandonare il dollaro e l’America al loro tristissimo destino e all’inevitabile collasso. Yu, più libero di parlare di Wen, tradisce il disprezzo dell’élite cinese verso gli Stati Uniti, considerati incapaci di governarsi. E’ il disprezzo del pusher verso il suo cliente.

30092010 4L’esperienza degli anni Settanta mostra che bisogna stare attenti a dare per finiti gli Stati Uniti, ma è anche vero che in questo momento i problemi dell’America appaiono molto più profondi e strutturali di quelli dell’Europa.

Tutti parliamo tutti i giorni di Irlanda e Grecia, ma del fatto che il piccolo New Jersey, il dormitorio di New York e di Philadelphia che tassa i buoni redditi dei pendolari a una delle aliquote più alte d’America, sia underfunded di 85 miliardi sulle pensioni dei suoi statali e di 67 sulla sanità non parla quasi nessuno. Si parla della California, ma l’Illinois obamiano, underfunded di 80 miliardi sulle pensioni, è quasi alla bancarotta. E così via, stato dopo stato, a parte i virtuosi della Bible Belt come il Texas.

La percezione della crisi fiscale è comunque vicina al punto di ebollizione nell’opinione pubblica e dopo il 2 novembre non si parlerà d’altro per mesi. Nel frattempo il dollaro molto difficilmente recupererà terreno.

L’altra faccia della debolezza del dollaro è data dagli utili che le società americane conseguono all’estero in valute sempre più forti. L’accelerazione della caduta in prossimità del 30 settembre, fine trimestre, fa pensare (maliziosamente) a una bella spinta agli utili che le società cominceranno a pubblicare fra dieci giorni. La borsa ne prenderà atto con soddisfazione, gli elettori vedremo.

Chi ha dollari dovrà tenerli esclusivamente in azioni americane. I Treasuries e gli altri bond in dollari per qualche tempo non scenderanno, ma scenderà il dollaro sottostante. Chi non ha dollari non comperi Etf sull’America (in qualsiasi valuta denominati, tanto sotto ci sono sempre dollari) ma acquisti index futures su SP o Nasdaq. In questo modo godrà senza penalizzazioni dell’outperformance del mercato americano rispetto all’Europa. Se si vorranno comperare azioni particolari, si copra il cambio.

Molti paesi emergenti, dal canto loro, stanno pensando di tassare i nostri soldi europei, americani e giapponesi che continuano ad affluire nelle loro casse. Non ne hanno bisogno e non li vogliono. Una volta erano loro a portare i soldi a Miami e a Zurigo, ora gira tutto al contrario. Chi vuole investire in Sud Africa o in Brasile lo faccia subito, se non vorrà pagare tasse d’ingresso sempre più alte.

Analisi Weekly

a cura di: Kairos Partners SGR SpA.


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Utili. L’anno prossimo, secondo molte stime, gli utili operativi dell’SP 500 eguaglieranno (e per qualcuno supereranno) il massimo storico del 2007. Forse c’è un eccesso di ottimismo in queste proiezioni. Si sottovaluta l’impatto fiscale crescente e si sopravvaluta la portata del rialzo delle materie prime, il cui prezzo ha molta importanza su un grande numero di titoli ciclici. L’idea di fondo comunque rimane, il decoupling degli utili dai problemi strutturali del mondo è un dato di fatto.

Differenze. Gli stessi utili venivano prezzati 1550 nel 2007 e sono prezzati 1100 oggi. Sono forse saliti i tassi? No di certo, dal 5 di allora siamo scesi a zero. Si tratta allora di una sottovalutazione temporanea? No, nemmeno questo è vero. A fine 2007 le stime per l’SP per fine 2008 erano comprese tra 1500 e 1800 (si finì in realtà a 900). Le stime per il 2011, per quei pochi che hanno il coraggio di farle, non vanno oltre 1300, massimo 1350. Restano sempre 500 punti di scarto. Perché?
Passato. Negli anni Novanta e nei Duemila fino al 2008 i problemi strutturali esistevano già, ma erano perfettamente asintomatici. Si parlava anche allora di squilibri insostenibili (troppo debito privato, troppo risparmio cinese e troppo consumo in America), ma le crisi del 1987, del 1997- 1998 e del 2001 non derivarono direttamente da questioni strutturali (se non localmente, in Thailandia, Indonesia e Corea per qualche mese tra il 1997 e l’anno successivo). I mercati (e alla fine anche i policy maker) avevano quindi imparato a rimuovere questi aspetti, come chi ha sentito troppe volte gridare al lupo e alla fine non ci crede più. Un ambiente privo di freni inibitori, dunque, terreno di coltura ideale per le bolle.

Futuro. Pochi pensano sul serio che un giorno avranno un infarto prima di averlo, anche se i loro parametri sono allarmanti. Dopo l’infarto, l’idea che potrà ricapitare (e magari essere fatale) resta fissa in testa anche se si sta a dieta, si fanno le lunghe passeggiate consigliate dal medico e si correggono gradualmente i parametri. C’è una perfetta simmetria. Prima si peggiora continuando a non preoccuparsi, dopo ci si continua a preoccupare anche se si migliora.

Ronde. I bond vigilantes degli anni Ottanta erano ferocemente attenti all’inflazione. La generazione attuale è ferocemente attenta al merito di credito. Il risultato è lo stesso, nessuna tregua per i governi individuati volta a volta come carenti o colpevoli. Allora ci vollero 15 anni per debellare l’inflazione, ora occorrerà altrettanto, se non di più, per il debito pubblico. I credit vigilantes lo sanno, ma non faranno sconti sui disavanzi, da portare sotto il tre per cento in tre-quattro anni al massimo.
Sottovalutazione. Probabilmente a Summers non dispiacerebbe avere borse leggermente sopra le righe, il che è comunque positivo perché dimostra sensibilità verso i mercati. Strutturalmente, tuttavia, i rischi di crisi fiscali e bancarie indurranno le borse a rimanere cronicamente sottovalutate, per lo meno rispetto a quello cui ci eravamo abituati nei due decenni passati.

Cina. Stiamo diventando sempre più dipendenti dalla crescita cinese e questo è già un problema in sé. Le questioni strutturali cinesi sono quindi a pieno titolo anche questioni nostre. La dirigenza politica, in questi anni, ha tirato molto la corda rispetto alle disuguaglianze sociali, al prezzo delle case che a Shanghai e Pechino è diventato inaccessibile e agli 8200 veicoli d’investimento immobiliare che gli enti locali hanno creato per vendere loro terra ed edificabilità, in un connubio (per non dire coincidenza fisica), tra politici e imprenditori, che fa sembrare oratoriali conflitti vissuti come scandalosi alle nostre latitudini.

Victor Shih. Non ci sono statistiche ufficiali sugli 8200 veicoli. Il mondo intero si sta servendo di un calcolo fatto da un assistente della Northwestern University, un politologo sino-americano di nome Victor Shih che sul suo (molto interessante) blog ha stimato in 11 trilioni di renminbi, il 30 per cento del Pil, il debito totale di queste opache entità. Dalla Cina sono arrivate mezze smentite e dichiarazioni ufficiose che il problema c’è ma è sotto controllo. Pochissime cifre, però, e tutte vecchie.

Subprime. Qualcosa nell’aria fa pensare che la questione ha raggiunto il punto di ebollizione. Un membro del comitato monetario della banca centrale dichiara al Financial Times che il problema immobiliare è molto, molto più fondamentale e più grande di quello che ha portato alla crisi finanziaria in America e in Inghilterra. Si unisca questo allo sciopero negli stabilimenti Honda del Guangdong.

Allarme rosso. Noi in Occidente vediamo questi problemi da un punto di vista economico e finanziario. Nel quartiere murato dove vive la dirigenza cinese queste cose sono viste come un serio, molto serio problema politico. Tienanmen insegna che nel Dna del partito comunista cinese ci può essere uno stupefacente pragmatismo sulle libertà economiche ma quando si tratta di mantenimento del controllo politico e sociale si sfiora la paranoia.
Priorità assoluta. Dopo la crisi dell’euro si è pensato che la Cina avrebbe allentato la morsa sul settore immobiliare, volano insostituibile per la crescita. Una lettura economicista, probabilmente. La dirigenza del partito si è resa invece conto del fatto che il modello seguito finora è viziato e porta a un aumento troppo veloce dei prezzi delle case. La scelta di abbattere le quotazioni immobiliari di almeno un terzo a Pechino e Shanghai e di un 10-20 per cento nel resto del paese è molto lacerante perché danneggia componenti importanti del partito, ma è stata presa e non si tornerà indietro.

Banche. Non sarà certamente sfuggito al gruppo dirigente che una caduta veloce dei prezzi avrà ripercussioni sulle banche che hanno fatto credito ai veicoli. Nelle settimane passate, del resto, le banche sono state invitate a
sostenere uno stress test basato su questi numeri. Grazie agli aumenti di capitale che sono state energicamente invitate a fare in primavera (la borsa è stata tenuta su apposta) si stima che l’urto possa essere retto. Nel caso si ricorrerà al vecchio metodo e si attingerà alle immense riserve valutarie, pari alla metà del Pil, per ricapitalizzare ulteriormente le banche.

Materie prime. La determinazione ad andare avanti nella politica del ridimensionamento dei prezzi delle case è stata letta come una notizia molto negativa sui mercati delle commodities. Al programma compensativo di sviluppo di edilizia pubblica popolare è stato dato poco credito perché in passato annunci analoghi non hanno avuto molto seguito. Se è però corretta la lettura politica della questione, questa volta si farà sul serio. Non si possono tenere troppo a lungo nei dormitori pubblici centinaia di migliaia di persone in ogni grande città. Naturalmente c’è anche una ragione economica. Un governo che ha fatto della crescita una questione di sopravvivenza deve comunque compensare i disincentivi all’edilizia privata.

Lungo termine. Si sente spesso dire che il governo cinese, dopo avere riempito il paese di dighe, autostrade, ferrovie ad alta velocità e aeroporti potrebbe presto trovarsi a corto di idee per la crescita e con una capacità produttiva in eccesso preoccupante. In realtà le case popolari e gli ospedali saranno la nuova frontiera per i prossimi anni. Un metro quadrato di casa popolare non divora meno cemento, ferro o rame di una casa da edilizia privata. Quanto ai 600 milioni di tonnellate di acciaio che la Cina è in grado di produrre (il mondo intero ne fabbricava 700 nel 1980) ci sarà certo una contenuta compressione dei margini per i produttori ma non bisogna dimenticare la scelta strategica di spingere sull’auto privata. Goldman Sachs parla di una crescita annua a due cifre dell’auto nei prossimi tre anni. Nel 2020, che è dietro l’angolo, la produzione di sole auto leggere raggiungerà un livello che fa sgranare gli occhi, ovvero 30 milioni di unità, tre volte la produzione americana di oggi.

A tutto gas. A proposito di materie prime si parla poco di una rivoluzione silenziosa in pieno corso. Dopo tante false partenze su etanolo, idrogeno, fusione fredda, vento e sole ecco finalmente uno shock da offerta positivo su una scala che diventa ogni giorno più larga. Il gas naturale non convenzionale (triturazione di rocce con perforazione orizzontale) sta cambiando non solo il futuro ma anche il presente dell’America e ha grandi prospettive anche in Cina e perfino in
qualche angolo della nostra Europa, oltre alla solita Australia che ha già tutto. Se Obama può fare la faccia feroce con BP e cacciare dalle acque profonde del Golfo del Messico tutti i produttori, americani inclusi, è perché il gas (e anche il carbone) sono oggi così abbondanti da supplire perfettamente alla minore estrazione di greggio. I mercati, comprensibilmente preoccupati per il problema strutturale del debito pubblico, non hanno ancora metabolizzato pienamente le implicazioni di lungo termine di questo shock positivo. In un mondo disperatamente a caccia di crescita la garanzia di energia abbondante, a buon mercato e geopoliticamente sicura può essere un fattore decisivo.

Marea nera. Macondo è la Chernobyl del petrolio, quanto meno quello estratto in acque profonde, e sta generando in America reazioni molto simili. Come allora il nucleare fu fermato solo in Europa occidentale, così le acque profonde continueranno a essere oggetto d’interesse in Brasile e nel Golfo di Guinea. In questi giorni il petrolio è sceso, trascinando i titoli del settore e deprimendo per questa via le borse, perché i mercati si sono fissati con l’idea del rallentamento ciclico. In realtà, almeno sulle scadenze lontane, l’interdizione dell’estrazione nel Golfo del Messico dovrebbe sostenere le quotazioni del greggio, sia pure marginalmente, e rallentare la discesa dei prezzi di gas e carbone, molto compressi anche da un forte short.

Mercati. Nell’ultimo mese i dati macro sono stati sistematicamente ignorati. La contemplazione del debito pubblico ha ipnotizzato e depresso borse e crediti, impedendo una ripresa a V dei corsi dopo la correzione. Ora si va verso un maggiore equilibrio. Confusi e storditi, molti investitori hanno chiuso le loro posizioni e si sono messi a guardare. La liquidità è scesa e la microvolatilità è salita, con bruschi salti nelle quotazioni da un’ora all’altra e chiusure a Wall Street che rovesciano in dieci minuti l’impostazione delle 24 ore precedenti. Il mercato è prezzato per un rallentamento del ciclo globale già iniziato. In realtà i segni di indebolimento sono modesti e i portafogli scarichi, condizione ideale per un cauto recupero dei corsi.

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