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Il Rosso e il Nero: FRANCE ÉTERNELLE: Hollande disubbidirà alla Merkel?


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Ogni paese ha i radicalismi che si merita. Studiarli è interessante, perché per il loro tramite si possono intravedere i sentimenti inespressi, ma ben presenti, dell’opinione pubblica moderata. Il voto elettorale, in altre parole, obbliga a schierarsi, ma in quel guazzabuglio caotico di idee raccogliticce, frasi fatte e credenze per sentito dire che sono le teste degli umani (la definizione è del biologo Henri Laborit), le idee radicali e quelle moderate si mescolano in tutti noi come in un caleidoscopio…..


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In Germania c’è la Linke, una nicchia dell’8 per cento che sa di antico (viene diritta dalla Sed della Ddr) e non ha forza propulsiva. Poi ci sono i Verdi, i sessantottini imborghesiti che hanno disciolto il loro radicalismo ecologista sul fondo romantico dell’anima tedesca e hanno avuto in questo tanto successo che ora la Merkel è antinuclearista come loro. Con i tetti delle case coperti da pannelli solari dalle Alpi bavaresi al Baltico, i Verdi sono in crisi d’identità. Un anno fa erano dati al 25 per cento nei sondaggi e ora sono scesi all’11. Sono stati mangiati vivi dalla Piratenpartei che, con il 14 per cento dei consensi, è oggi la terza forza politica della nazione guida dell’Unione Europea.
I Pirati sono essenzialmente dei libertari. L’unica cosa sicuramente di sinistra che chiedono è il salario di cittadinanza, ma per il resto ricordano molto di più il Tea Party che non i liberal o i progressive americani. Libertà assoluta sulla rete, poche tasse, stato minimo. Sì all’euro, sì all’Europa. Il 100 per cento delle forze politiche tedesche dice sì all’euro e sì all’Europa, con convinzione.

In Germania si respira dunque aria fresca. Tutto il contrario che in Francia.

12042012_1A destra il Front National, con il 16 per cento dei consensi, raccoglie il voto un po’ fangoso dei Pieds Noirs fuggiti dall’Algeria, dei bianchi poveri delle banlieues islamizzate e dei nostalgici di Vichy. E’ eurofobico e sempre più antieuro.

A sinistra spopola il fascinoso massone-socialista-trotzkista Jean-Luc Mélenchon, uomo colto e brillante. Visto il successo travolgente della proposta di Hollande di tassare al 75 per cento i redditi sopra il milione, ha pensato bene di proporre l’aliquota del 100 per cento per il reddito che supera i 350mila euro e ha avuto ancora più successo, visto che i sondaggi lo danno al 14 per cento. Per non farsi mancare nulla, Mélenchon chiede anche di riabbassare l’età della pensione a 60 anni. Alle domande sull’Europa risponde soavemente e abilmente che l’euro gli va benissimo.

Considerando altre forze minori, più di un francese su tre è pronto a votare per candidati che vogliono uscire dall’euro o che, pur dicendo di volervi restare, lo farebbero collassare in pochi minuti nel caso uscissero vincitori.

In questi anni si è insistito sulle angosce dei tedeschi nei confronti dell’Europa e se ne è tratta la conclusione errata che la Germania se ne vuole andare. In realtà, la loro, quando c’è, è l’angoscia di chi crede sul serio al progetto e, proprio perché ci crede e si sente caricato di responsabilità, ne vede anche le gigantesche difficoltà di realizzazione.
12042012_2L’Europa ha tanti problemi. Tre paesi, Grecia, Irlanda e Portogallo, sono ospedalizzati e vivono con la flebo della Bce e del Fondo Monetario. La Spagna è in una situazione straordinariamente difficile. L’Italia non se la passa molto bene. Tutti questi paesi sono profondamente malati, ma i loro problemi nei confronti dell’Europa sono più economici che politici. Questo vuol dire che, se nel mondo non succede niente di grave e se non cadiamo tutti in una nuova recessione globale, sarà possibile, almeno in teoria, continuare a camminare sulle uova tenendoci per mano.
Se però il problema assume natura politica, allora la crisi può diventare fulminante. E il problema politico non è, come abbiamo visto, la Germania, ma la Francia postsarkozista. Se a un terzo dei francesi non importa nulla dell’Europa vuol dire che anche gli altri due terzi hanno dei dubbi. Hollande è un europeista classico, ma sa fiutare bene l’aria del tempo. Riaprire il discorso sul fiscal compact con Mélenchon che riempie le piazze e gli soffia sul collo, per quanto perfettamente legittimo, suonerebbe malissimo alle orecchie tedesche e a quelle dei mercati.

Se non ci fossero le elezioni francesi non saremmo particolarmente preoccupati né del voto greco né del referendum irlandese. Anche la missione impossibile di Rajoy in Spagna diventa possibile se la Germania decide che debba esserlo. Nonostante le sbavature del suo piano e la mancanza, per ora, di un progetto credibile a lungo termine, Rajoy gode in Germania di un forte appoggio. Nessun ministro o parlamentare liberale o cristiano-sociale rilascia dichiarazioni antispagnole. Ci sono solo parole di incoraggiamento e di stima.

12042012_3Le elezioni francesi, però, ci saranno e sono l’elemento che ci fa passare qualsiasi tentazione di suggerire di approfittare della correzione in corso per comprare. Meglio vedere il voto e studiare le prime mosse di Hollande (se i sondaggi saranno confermati).

Se non ci fossero le elezioni francesi i livelli attuali delle borse ci sembrerebbero equilibrati. Studi accurati hanno smontato le illusioni sul boom dell’occupazione americana. L’inverno è stato caldissimo e le assunzioni in più sono state solo negli stati solitamente freddi. Negli stati caldi non c’è stata nessuna differenza. I dati relativi alla produzione continuano però a essere buoni e non fanno pensare a un’imminente riduzione di attività.

Se i dati sugli utili del primo trimestre saranno, come probabile, buoni, i mercati non risaliranno subito, ma arresteranno la loro discesa. Il ritorno sui massimi sarà possibile più tardi, fra qualche settimana, se dall’Europa saranno arrivati messaggi rassicuranti.

Il ciclo borsistico in corso è molto simile a quello del 2011 slittato in avanti di un mese. Stessa la durata e la portata del rialzo (sei mesi), stessa, per ora, la dinamica della prima correzione. L’anno scorso si trattò della Libia e di Fukushima, quest’anno si parla di Spagna e fra poco ci sarà la Francia. Il sell in May, nel 2011, funzionò benissimo, perché in maggio furono toccati i massimi dell’anno. Ai ritardatari fu data una seconda possibilità in luglio, con il mercato di nuovo ai massimi.
I più agili potranno sfruttare anche quest’anno le oscillazioni della fase laterale che si è probabilmente aperta e che potrebbe durare fino all’estate. Per chi non bada ai dettagli l’anno è forse finito qui e nel prossimo periodo si tratterà di alleggerire su forza più che di comprare su debolezza.

L’ultima parte dell’anno è carica di incognite. La falesia fiscale, il fiscal cliff, sarà un momento molto delicato. Oggi in America nessuno, persone o società, ha idea di come sarà tassato l’anno prossimo. L’incertezza indurrà a rimandare le decisioni di acquisto, di investimento, di assunzione di personale.

12042012_4Dopo le elezioni di novembre, d’altra parte, diventerà meno improbabile un attacco all’Iran. Le tensioni nell’area sono già alte e saliranno gradualmente nei prossimi mesi. La Turchia si prepara a intervenire in Siria, le sanzioni contro il petrolio iraniano incidono ogni giorno di più non solosull’Iran, ma anche sui paesi che ne hanno fino a oggi importato il petrolio, tra cui Italia, Grecia, Spagna e India. Piove sempre sul bagnato.

Analisi Weekly

a cura di: Kairos Partners SGR SpA.


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Utili. L’anno prossimo, secondo molte stime, gli utili operativi dell’SP 500 eguaglieranno (e per qualcuno supereranno) il massimo storico del 2007. Forse c’è un eccesso di ottimismo in queste proiezioni. Si sottovaluta l’impatto fiscale crescente e si sopravvaluta la portata del rialzo delle materie prime, il cui prezzo ha molta importanza su un grande numero di titoli ciclici. L’idea di fondo comunque rimane, il decoupling degli utili dai problemi strutturali del mondo è un dato di fatto.

Differenze. Gli stessi utili venivano prezzati 1550 nel 2007 e sono prezzati 1100 oggi. Sono forse saliti i tassi? No di certo, dal 5 di allora siamo scesi a zero. Si tratta allora di una sottovalutazione temporanea? No, nemmeno questo è vero. A fine 2007 le stime per l’SP per fine 2008 erano comprese tra 1500 e 1800 (si finì in realtà a 900). Le stime per il 2011, per quei pochi che hanno il coraggio di farle, non vanno oltre 1300, massimo 1350. Restano sempre 500 punti di scarto. Perché?
Passato. Negli anni Novanta e nei Duemila fino al 2008 i problemi strutturali esistevano già, ma erano perfettamente asintomatici. Si parlava anche allora di squilibri insostenibili (troppo debito privato, troppo risparmio cinese e troppo consumo in America), ma le crisi del 1987, del 1997- 1998 e del 2001 non derivarono direttamente da questioni strutturali (se non localmente, in Thailandia, Indonesia e Corea per qualche mese tra il 1997 e l’anno successivo). I mercati (e alla fine anche i policy maker) avevano quindi imparato a rimuovere questi aspetti, come chi ha sentito troppe volte gridare al lupo e alla fine non ci crede più. Un ambiente privo di freni inibitori, dunque, terreno di coltura ideale per le bolle.

Futuro. Pochi pensano sul serio che un giorno avranno un infarto prima di averlo, anche se i loro parametri sono allarmanti. Dopo l’infarto, l’idea che potrà ricapitare (e magari essere fatale) resta fissa in testa anche se si sta a dieta, si fanno le lunghe passeggiate consigliate dal medico e si correggono gradualmente i parametri. C’è una perfetta simmetria. Prima si peggiora continuando a non preoccuparsi, dopo ci si continua a preoccupare anche se si migliora.

Ronde. I bond vigilantes degli anni Ottanta erano ferocemente attenti all’inflazione. La generazione attuale è ferocemente attenta al merito di credito. Il risultato è lo stesso, nessuna tregua per i governi individuati volta a volta come carenti o colpevoli. Allora ci vollero 15 anni per debellare l’inflazione, ora occorrerà altrettanto, se non di più, per il debito pubblico. I credit vigilantes lo sanno, ma non faranno sconti sui disavanzi, da portare sotto il tre per cento in tre-quattro anni al massimo.
Sottovalutazione. Probabilmente a Summers non dispiacerebbe avere borse leggermente sopra le righe, il che è comunque positivo perché dimostra sensibilità verso i mercati. Strutturalmente, tuttavia, i rischi di crisi fiscali e bancarie indurranno le borse a rimanere cronicamente sottovalutate, per lo meno rispetto a quello cui ci eravamo abituati nei due decenni passati.

Cina. Stiamo diventando sempre più dipendenti dalla crescita cinese e questo è già un problema in sé. Le questioni strutturali cinesi sono quindi a pieno titolo anche questioni nostre. La dirigenza politica, in questi anni, ha tirato molto la corda rispetto alle disuguaglianze sociali, al prezzo delle case che a Shanghai e Pechino è diventato inaccessibile e agli 8200 veicoli d’investimento immobiliare che gli enti locali hanno creato per vendere loro terra ed edificabilità, in un connubio (per non dire coincidenza fisica), tra politici e imprenditori, che fa sembrare oratoriali conflitti vissuti come scandalosi alle nostre latitudini.

Victor Shih. Non ci sono statistiche ufficiali sugli 8200 veicoli. Il mondo intero si sta servendo di un calcolo fatto da un assistente della Northwestern University, un politologo sino-americano di nome Victor Shih che sul suo (molto interessante) blog ha stimato in 11 trilioni di renminbi, il 30 per cento del Pil, il debito totale di queste opache entità. Dalla Cina sono arrivate mezze smentite e dichiarazioni ufficiose che il problema c’è ma è sotto controllo. Pochissime cifre, però, e tutte vecchie.

Subprime. Qualcosa nell’aria fa pensare che la questione ha raggiunto il punto di ebollizione. Un membro del comitato monetario della banca centrale dichiara al Financial Times che il problema immobiliare è molto, molto più fondamentale e più grande di quello che ha portato alla crisi finanziaria in America e in Inghilterra. Si unisca questo allo sciopero negli stabilimenti Honda del Guangdong.

Allarme rosso. Noi in Occidente vediamo questi problemi da un punto di vista economico e finanziario. Nel quartiere murato dove vive la dirigenza cinese queste cose sono viste come un serio, molto serio problema politico. Tienanmen insegna che nel Dna del partito comunista cinese ci può essere uno stupefacente pragmatismo sulle libertà economiche ma quando si tratta di mantenimento del controllo politico e sociale si sfiora la paranoia.
Priorità assoluta. Dopo la crisi dell’euro si è pensato che la Cina avrebbe allentato la morsa sul settore immobiliare, volano insostituibile per la crescita. Una lettura economicista, probabilmente. La dirigenza del partito si è resa invece conto del fatto che il modello seguito finora è viziato e porta a un aumento troppo veloce dei prezzi delle case. La scelta di abbattere le quotazioni immobiliari di almeno un terzo a Pechino e Shanghai e di un 10-20 per cento nel resto del paese è molto lacerante perché danneggia componenti importanti del partito, ma è stata presa e non si tornerà indietro.

Banche. Non sarà certamente sfuggito al gruppo dirigente che una caduta veloce dei prezzi avrà ripercussioni sulle banche che hanno fatto credito ai veicoli. Nelle settimane passate, del resto, le banche sono state invitate a
sostenere uno stress test basato su questi numeri. Grazie agli aumenti di capitale che sono state energicamente invitate a fare in primavera (la borsa è stata tenuta su apposta) si stima che l’urto possa essere retto. Nel caso si ricorrerà al vecchio metodo e si attingerà alle immense riserve valutarie, pari alla metà del Pil, per ricapitalizzare ulteriormente le banche.

Materie prime. La determinazione ad andare avanti nella politica del ridimensionamento dei prezzi delle case è stata letta come una notizia molto negativa sui mercati delle commodities. Al programma compensativo di sviluppo di edilizia pubblica popolare è stato dato poco credito perché in passato annunci analoghi non hanno avuto molto seguito. Se è però corretta la lettura politica della questione, questa volta si farà sul serio. Non si possono tenere troppo a lungo nei dormitori pubblici centinaia di migliaia di persone in ogni grande città. Naturalmente c’è anche una ragione economica. Un governo che ha fatto della crescita una questione di sopravvivenza deve comunque compensare i disincentivi all’edilizia privata.

Lungo termine. Si sente spesso dire che il governo cinese, dopo avere riempito il paese di dighe, autostrade, ferrovie ad alta velocità e aeroporti potrebbe presto trovarsi a corto di idee per la crescita e con una capacità produttiva in eccesso preoccupante. In realtà le case popolari e gli ospedali saranno la nuova frontiera per i prossimi anni. Un metro quadrato di casa popolare non divora meno cemento, ferro o rame di una casa da edilizia privata. Quanto ai 600 milioni di tonnellate di acciaio che la Cina è in grado di produrre (il mondo intero ne fabbricava 700 nel 1980) ci sarà certo una contenuta compressione dei margini per i produttori ma non bisogna dimenticare la scelta strategica di spingere sull’auto privata. Goldman Sachs parla di una crescita annua a due cifre dell’auto nei prossimi tre anni. Nel 2020, che è dietro l’angolo, la produzione di sole auto leggere raggiungerà un livello che fa sgranare gli occhi, ovvero 30 milioni di unità, tre volte la produzione americana di oggi.

A tutto gas. A proposito di materie prime si parla poco di una rivoluzione silenziosa in pieno corso. Dopo tante false partenze su etanolo, idrogeno, fusione fredda, vento e sole ecco finalmente uno shock da offerta positivo su una scala che diventa ogni giorno più larga. Il gas naturale non convenzionale (triturazione di rocce con perforazione orizzontale) sta cambiando non solo il futuro ma anche il presente dell’America e ha grandi prospettive anche in Cina e perfino in
qualche angolo della nostra Europa, oltre alla solita Australia che ha già tutto. Se Obama può fare la faccia feroce con BP e cacciare dalle acque profonde del Golfo del Messico tutti i produttori, americani inclusi, è perché il gas (e anche il carbone) sono oggi così abbondanti da supplire perfettamente alla minore estrazione di greggio. I mercati, comprensibilmente preoccupati per il problema strutturale del debito pubblico, non hanno ancora metabolizzato pienamente le implicazioni di lungo termine di questo shock positivo. In un mondo disperatamente a caccia di crescita la garanzia di energia abbondante, a buon mercato e geopoliticamente sicura può essere un fattore decisivo.

Marea nera. Macondo è la Chernobyl del petrolio, quanto meno quello estratto in acque profonde, e sta generando in America reazioni molto simili. Come allora il nucleare fu fermato solo in Europa occidentale, così le acque profonde continueranno a essere oggetto d’interesse in Brasile e nel Golfo di Guinea. In questi giorni il petrolio è sceso, trascinando i titoli del settore e deprimendo per questa via le borse, perché i mercati si sono fissati con l’idea del rallentamento ciclico. In realtà, almeno sulle scadenze lontane, l’interdizione dell’estrazione nel Golfo del Messico dovrebbe sostenere le quotazioni del greggio, sia pure marginalmente, e rallentare la discesa dei prezzi di gas e carbone, molto compressi anche da un forte short.

Mercati. Nell’ultimo mese i dati macro sono stati sistematicamente ignorati. La contemplazione del debito pubblico ha ipnotizzato e depresso borse e crediti, impedendo una ripresa a V dei corsi dopo la correzione. Ora si va verso un maggiore equilibrio. Confusi e storditi, molti investitori hanno chiuso le loro posizioni e si sono messi a guardare. La liquidità è scesa e la microvolatilità è salita, con bruschi salti nelle quotazioni da un’ora all’altra e chiusure a Wall Street che rovesciano in dieci minuti l’impostazione delle 24 ore precedenti. Il mercato è prezzato per un rallentamento del ciclo globale già iniziato. In realtà i segni di indebolimento sono modesti e i portafogli scarichi, condizione ideale per un cauto recupero dei corsi.

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