Il male, diceva Seneca lo stoico, genera solo il male. Agostino il cristiano rovesciava il concetto e sosteneva, anche per esperienza personale, che dal male può venire il bene. Le legioni di antieuropeisti anglosassoni che ci intasano la mail con commenti sempre più esagitati (si profila la peggiore crisi ….
finanziaria degli ultimi cento anni, sostiene uno, come profittare dalla fine dell’euro, spiega un altro fornendoci sette consigli) stanno forse dando un contributo al rafforzamento del Patto di Stabilità.
Dal canto loro, mentre Fodor e Piattelli Palmarini mettono in discussione la selezione naturale e creano grande scompiglio nell’establishment darwinista, i darwinisti sociali di scuola austriaca continuano imperterriti a invocare la bancarotta (delle banche due anni fa e degli stati adesso) come rimedio universale per i mali del mondo. Così facendo (e spaventando i mercati) inducono i policy maker ad accelerare i salvataggi, a rompere i tabù della Bce e a mantenere politiche monetarie molto espansive.
Quanto ai venditori di euro (in nome della dissoluzione imminente dello stesso), a loro va il grazie degli esportatori tedeschi e italiani e il plauso di quanti hanno a cuore la sopravvivenza dell’unione politica e monetaria. Più l’euro scende più si allontana la sua fine.
Certo, nello scenario peggiore fra due anni l’Europa sarà una grande Pompei sepolta sotto la cenere dell’Eyjafjallajokull. Nello scenario migliore sarà un’area economica competitiva con un forte attivo delle partite correnti (è in pareggio da sempre, del resto), un disavanzo previdenziale fortemente ridimensionato per i prossimi decenni e un disavanzo pubblico complessivo molto più basso di quello americano o giapponese (è già più basso adesso, del resto, e non di poco). Forse avrà perfino un profilo politico meno esile e qualche europeo in più conoscerà il nome del Presidente stabile dell’Unione Europea (che esiste già, ha un nome e un cognome e non è Barroso).
La risposta tedesca alla crisi è più Patto di Stabilità, non certo l’uscita tedesca dall’euro. Accanto alla Maastricht fiscale e monetaria, che verrà rilanciata, avremo fra non molto discussioni su una Maastricht previdenziale e una macroprudenziale. Una direttiva europea sull’età minima per la pensione, ad esempio, aiuterebbe i governi che non hanno lo stomaco per introdurla da soli.
Sogni? Proprio mentre le televisioni di tutto il pianeta mandano le immagini degli scontri ad Atene, delle banche incendiate e dei morti?
Un americano o un giapponese, sentendo dei morti e della Grecia isolata dal mondo per il blocco dei voli, può pensare a un’Europa già in piena guerra civile. Ad Atene, una città di più di 3 milioni di abitanti, alla manifestazione per lo sciopero generale c’erano però solo 18mila persone, lo 0.16 per cento della popolazione greca. A tirare i sassi era qualche centinaio e a incendiare la banca sono stati cinque disgraziati. Il 99.84 per cento dei greci non c’era. Gli statali non hanno mai fatto rivoluzioni socialiste (tranne i soldati a Pietrogrado nell’Ottobre, ma c’erano anche gli operai).
A Riga, l’inverno scorso, andò in piazza il 5 per cento dei lettoni, ma non c’erano le televisioni di tutto il mondo a riprenderli. Protestavano contro i tagli del 15-20 per cento alle retribuzioni pubbliche e private che erano in discussione per evitare di svalutare contro l’euro. Dopo la fase delle proteste qualcuno si rassegnò, qualcuno capì e molti emigrarono. Il Pil è sceso del 20 per cento e la correzione fiscale è stata di 12 punti. I lettoni, quindi, e gli estoni con loro, hanno fatto in due anni quello che si chiede alla Grecia di fare in quasi cinque. Si dica tutto del piano per la Grecia, ma non che è impossibile.
Per inciso, i baltici sono oggi fuori dalla crisi, crescono e hanno un avanzo delle partite correnti. Senza avere svalutato e senza aver fatto default.
I baltici sono stati i primi a entrare nel tritacarne della ristrutturazione (dell’economia, non del debito) e sono i primi a uscirne. Ora tocca all’Europa. Non si pensi che un giorno non toccherà anche all’America e al Giappone.
Chi oggi corre a comprare dollari non trascuri il fatto che le sole aste americane della settimana prossima sono pari a un quinto del debito greco. Il disavanzo pubblico americano è più alto di quello europeo e le partite correnti sono in disavanzo del 3 per cento, mentre l’Europa è in pareggio. Di modificare il welfare in America non se ne parla nemmeno (e ancora meno fino alle elezioni di novembre). Fra un paio d’anni, forse anche prima, qualche teorico della fine dell’euro tornerà a parlare della fine del dollaro.
Fin qui abbiamo descritto uno scenario possibile meno cupo rispetto a quello che prevale nei mercati, che in certi momenti sembrano in preda a una crisi psicotica. Si sa che quando si ha di fronte una persona in crisi psicotica bisogna stare molto attenti. Non bisogna aggredirla, si deve stare immobili e parlare a bassa voce senza sbalzi di tono. Qualunque piccolo errore può essere molto pericoloso.
Non è impossibile, quindi, che una gestione maldestra dell’emergenza o qualche evento non previsto possano produrre un contagio ad altri paesi. Il contagio avrebbe senza dubbio conseguenze pesanti per i mercati finanziari. L’economia globale reale potrebbe però reggere il colpo. In questo scenario peggiore, la crisi mediterranea diverrebbe paragonabile alla crisi latino americana del 1982 e a quella asiatica del 1997-98, entrambe crisi del debito con conseguente deflazione.
Queste crisi regionali ebbero luogo in un contesto, come quello di oggi, di crescita globale. Al momento apparvero come un buco nero che poteva inghiottire il mondo intero (da qui la discesa dei mercati, in particolare nell’autunno 1997 e nell’estate 1998) ma a conti fatti si constatò che il mondo aveva retto bene e aveva continuato a crescere.
Negli ultimi giorni case importanti come JP Morgan, già ottimista, hanno alzato ulteriormente le stime di crescita per il 2010. Vista dalla Cina e dagli altri emergenti, del resto, la crisi europea è un motivo in più per limitare i colpi di freno allo stretto necessario. La rivalutazione contro euro è già da sola un piccolo colpo di freno che ne rende meno necessari altri.
L’Europa, dal canto suo, ha ancora un arsenale di armi a disposizione. I mercati sopravvalutano spesso le capacità di prevenzione delle crisi da parte dei policy maker ma sottovalutano le loro capacità di reazione in caso di incidente. Si pensava ad esempio che la Bce sarebbe rimasta prigioniera dei suoi tabù sul rating dei titoli utilizzabili per i repo e così non è stato. In caso di bisogno la Bce è sicuramente pronta a riprendere i finanziamenti senza limite alle banche. Quanto agli acquisti diretti di titoli pubblici sul secondario, dopo che l’hanno fatto Fed, Bank of England e Banca del Giappone senza produrre danni collaterali, anche la Bce potrà lanciarsi in questa avventura proibita.
La crisi europea sarebbe poi risolvibile in cinque minuti se l’Unione si decidesse a emettere debito (avrebbe una tripla A di qualità anche migliore rispetto a quella degli Stati Uniti). Questa è però l’opzione nucleare, perché violerebbe il tabù più sacro della Germania. Più probabile qualche forma di moral suasion rivolta alle banche di tutto il continente per fare in modo che garantiscano il successo delle aste.
Operativamente sarà meglio non fare scelte troppo forti in questa fase. Si può tenere una moderata posizione contro euro, ma più del dollaro sembrano interessanti le valute emergenti scese in questi giorni senza motivo (se non quello della riduzione frettolosa delle posizioni di rischio da parte di molti desk). Borse come quella spagnola hanno valutazioni interessanti, ma potrebbero averle ancora più invitanti nel prossimo periodo. Cautela sulle banche tedesche e francesi, molto cariche di titoli mediterranei, certamente redditizi ma anche esposti alle intemperie. Molte le occasioni nell’energia, nei materiali e nei ciclici in generale. In generale tenere la leva più bassa possibile, stare attenti a coprire A con B (le correlazioni in queste fasi adorano saltare) e distribuire gli acquisti, per chi può permetterseli, nell’arco delle prossime settimane. Crisi di questo tipo possono apparire a un certo punto risolte per poi riaprirsi all’improvviso qualche tempo dopo.
Analisi Weekly
a cura di: Kairos Partners SGR SpA.
Autore: Alessandro Fugnoli
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