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Il Rosso e il Nero: 2022 d.C. Cronache dal futuro prossimo


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“Apriamo questa edizione del nostro notiziario con una notizia clamorosa. La finale del mondiale, prevista per domenica, potrebbe essere rimandata. ….……


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Il guasto all’impianto di refrigerazione dello stadio Al Khalifa sembra molto più grave del previsto. I venti provenienti dal deserto meridionale dell’Arabia Saudita hanno spinto oggi la temperatura in tutto il Qatar fino a 48 gradi e per i prossimi giorni sono previsti ulteriori rialzi. La Fifa ha26072012_1 convocato una riunione straordinaria per domani, vi terremo informati.
La Cina nello spazio. E’ stata completata oggi la stazione spaziale cinese. Siamo ormai i primi anche nei cieli, ha dichiarato il presidente Chu.
Addio al nucleare. Rispettando perfettamente i tempi previsti, la Germania ha chiuso questa mattina la sua ultima centrale nucleare. La cancelliera Merkel, presente alla cerimonia di chiusura, ha annunciato che la Germania si rifiuterà di importare energia francese di fonte nucleare anche in caso di nuovi blackout. Al termine del discorso, la Merkel ha confermato di puntare a mantenere la cancelleria anche dopo le ancora lontane elezioni del 2025.
Turbolenza sul mercato dei cambi, in particolare sulle valute europee. Sull’onda delle dichiarazioni della Merkel il marco è volato a 1.54 contro dollaro, mentre la lira italiana ha fatto segnare il 26072012_2minimo degli ultimi cinque anni scendendo a 1.05. Il notiziario termina qui, appuntamento alle prossime edizioni”.
Dieci anni passano in un attimo. Tutti ricordiamo perfettamente l’11 settembre del 2001, sappiamo che cosa stavamo facendo nel primo pomeriggio e come abbiamo proseguito la giornata. Sembra ieri.
Chi investe oggi 100 euro in un Btp decennale avrà raccolto nel 2022 interessi per 65 euro (senza calcolare gli interessi composti). Chi invece si compra un Bund ne avrà incassati 12. Chi aspetta ancora qualche settimana a comprare i Bund, di euro, nei prossimi dieci anni, ne incasserà 5 in tutto (così almeno afferma Bob Janjuah di Nomura, un pessimista originale e non monotono che vede i tassi a lungo tedeschi allo 0.50 entro breve).
Ipotizziamo un momento, come gioco di società estivo, che l’euro si dissolva o che l’Italia o la Germania escano dall’unione monetaria. Mentre possiamo essere certi che l’Italia rimborserà i suoi Btp nella valuta più debole possibile (l’euro in caso di uscita verso l’alto della Germania o la lira nel caso di nostra uscita verso il basso), non possiamo essere altrettanto sicuri che la Germania rimborserà i suoi in quella più forte. Nulla vieta che la Germania, anche una volta ripristinato l’amato marco, rimborsi in euro i suoi Bund emessi in euro. È in altre parole possibile, anche a euro riconfigurato e a marco rinato a nuova vita, che il compratore di Btp si ritrovi alla fine con 165 euro e il compratore di Bund con 112.
Lo scenario infausto meno improbabile (stiamo sempre giocando) resta però quello di una dissoluzione completa dell’unione monetaria. Finché esce la Grecia l’euro resta in piedi, ma se si defila l’Italia la moneta unica perde completamente senso e muore.
In questo caso bisogna fare delle ipotesi sul valore del marco e su quello della lira fra dieci anni. Nel notiziario immaginario del 2022 abbiamo ipotizzato 1.54 per il marco e 1.05 per la lira. Sono due valori che renderebbero indifferente avere, nel 2022, 165 lire da una parte oppure 112 marchi dall’altra. In entrambi i casi si avrebbe infatti l’equivalente di 173 dollari.
È realistico ipotizzare un’evoluzione del genere? Probabilmente sì, se si accettano due premesse. La prima è che l’Italia, una volta riconquistata (o subita) l’indipendenza valutaria, cerchi di tenersi insieme e di non scivolare verso l’iperinflazione. Di solito, nelle svalutazioni subite c’è una prima fase di uno-due anni in cui si eccede nel ribasso. A questa fase, ai primi segni di surriscaldamento dei prezzi, si pone rimedio con un innalzamento dei tassi reali. I tassi alti e il cambio sottovalutato26072012_3 attirano a questo punto investimenti dall’estero. Il cambio recupera, l’inflazione scende e si ritrova un nuovo equilibrio di medio periodo.
La seconda premessa è che, per la Germania, succeda esattamente il contrario. Una prima fase di overshooting, quindi, cui seguirebbe a un certo punto un intervento della Bundesbank volto ad arrestare e correggere il rialzo del marco. Niente di diverso da quello che sta facendo sotto i nostri occhi ormai da mesi la Banca Nazionale Svizzera.
Dieci anni sono abbastanza lunghi da permettere un assestamento duraturo dopo la fase iniziale di volatilità. Alla fine, sul lungo periodo, contano i differenziali di produttività e di inflazione. Un marco a 1.47 contro lira sarebbe verosimilmente più che sufficiente ad accomodarli.
I rischi, per il compratore di Btp, non si limitano alla svalutazione. Anche le tasse e il default popolano i suoi incubi notturni.
La buona notizia è che i tre cavalieri dell’Apocalisse, svalutazione, tasse e default dovrebbero essere mutuamente esclusivi. Se se ne presenta alla porta uno, di solito non ci sono gli altri due.
Se ci sono tante, tantissime tasse non c’è bisogno di fare default e c’è quindi meno pressione per uscire dall’euro.
Se si esce dall’euro c’è meno bisogno di tassare e si possono stampare i soldi per rimborsare i debiti.
Se si fa default c’è meno bisogno di tassare e non c’è necessità impellente di svalutare.
Ci sono naturalmente governi pasticcioni e poco astuti che fanno entrare i tre cavalieri tutti insieme. L’Argentina provò a tassare molto nel 2001, fece male i calcoli e si ritrovò a svalutare e fallire. In questi casi, però, il governo cade. Un governo che volesse sopravvivere sceglierebbe subito se svalutare, tassare o fallire. (Invece di tassare, naturalmente, si potrebbero tagliare energicamente le spese).
Il default non va confuso con il ripudio totale del debito. Lenin ripudiò il debito zarista, ma perfino in quel caso i nipoti dei compratori di obbligazioni emesse prima del 1917 ebbero da Eltsin, negli anni Novanta, un piccolo rimborso.
Escludendo guerre catastrofiche, rivoluzioni e situazioni disperate e malgestite alla greca, il default è in realtà un haircut, un bel taglio di capelli al valore nominale o all’interesse che l’obbligazionista contava di vedersi pagato.
26072012_4La differenza tra i 165 euro del Btp e i 112 del Bund copre un taglio di capelli del 32 per cento. Al momento il più cupo e infelice dei pessimisti, Nouriel Roubini, si spinge a dire che, nel caso peggiore, all’Italia toccherà un haircut del 30 per cento.
In conclusione, reso un doveroso omaggio all’idea che non bisogna mai porre limiti al peggio, per il peggio concepibile in questo momento il differenziale tra rendimenti italiani e tedeschi offre una robusta protezione al compratore di Btp.
Non va d’altra parte escluso che fra dieci anni ci sia ancora l’Italia, ci sia ancora l’euro e ci sia ancora la prima nel secondo.
Detta in un altro modo, i compratori mediterranei di Bund sono convinti di preservare il capitale e di avere in tasca un biglietto della lotteria che li farà vincere (in lire) il giorno in cui Italia e Germania prenderanno due strade diverse. A noi pare però ancora più probabile che sarà il compratore di Btp a preservare il suo capitale e ad avere in tasca un biglietto della lotteria che gli farà vincere preziosi euro se Italia e Germania rimarranno sotto lo stesso tetto.
Per inciso, il surplus delle partite correnti tedesce e il deficit italiano si stanno entrambi gradualmente riducendo. In pratica, giorno dopo giorno, la Germania ha sempre meno spinta a rivalutare e l’Italia ha sempre meno spinta a svalutare. Le diete sono sgradevoli e arriva sempre il momento in cui non se ne può più. In genere è il momento in cui cominciano a funzionare sul serio.

 

 Analisi Weekly

a cura di: Kairos Partners SGR SpA.


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Utili. L’anno prossimo, secondo molte stime, gli utili operativi dell’SP 500 eguaglieranno (e per qualcuno supereranno) il massimo storico del 2007. Forse c’è un eccesso di ottimismo in queste proiezioni. Si sottovaluta l’impatto fiscale crescente e si sopravvaluta la portata del rialzo delle materie prime, il cui prezzo ha molta importanza su un grande numero di titoli ciclici. L’idea di fondo comunque rimane, il decoupling degli utili dai problemi strutturali del mondo è un dato di fatto.

Differenze. Gli stessi utili venivano prezzati 1550 nel 2007 e sono prezzati 1100 oggi. Sono forse saliti i tassi? No di certo, dal 5 di allora siamo scesi a zero. Si tratta allora di una sottovalutazione temporanea? No, nemmeno questo è vero. A fine 2007 le stime per l’SP per fine 2008 erano comprese tra 1500 e 1800 (si finì in realtà a 900). Le stime per il 2011, per quei pochi che hanno il coraggio di farle, non vanno oltre 1300, massimo 1350. Restano sempre 500 punti di scarto. Perché?
Passato. Negli anni Novanta e nei Duemila fino al 2008 i problemi strutturali esistevano già, ma erano perfettamente asintomatici. Si parlava anche allora di squilibri insostenibili (troppo debito privato, troppo risparmio cinese e troppo consumo in America), ma le crisi del 1987, del 1997- 1998 e del 2001 non derivarono direttamente da questioni strutturali (se non localmente, in Thailandia, Indonesia e Corea per qualche mese tra il 1997 e l’anno successivo). I mercati (e alla fine anche i policy maker) avevano quindi imparato a rimuovere questi aspetti, come chi ha sentito troppe volte gridare al lupo e alla fine non ci crede più. Un ambiente privo di freni inibitori, dunque, terreno di coltura ideale per le bolle.

Futuro. Pochi pensano sul serio che un giorno avranno un infarto prima di averlo, anche se i loro parametri sono allarmanti. Dopo l’infarto, l’idea che potrà ricapitare (e magari essere fatale) resta fissa in testa anche se si sta a dieta, si fanno le lunghe passeggiate consigliate dal medico e si correggono gradualmente i parametri. C’è una perfetta simmetria. Prima si peggiora continuando a non preoccuparsi, dopo ci si continua a preoccupare anche se si migliora.

Ronde. I bond vigilantes degli anni Ottanta erano ferocemente attenti all’inflazione. La generazione attuale è ferocemente attenta al merito di credito. Il risultato è lo stesso, nessuna tregua per i governi individuati volta a volta come carenti o colpevoli. Allora ci vollero 15 anni per debellare l’inflazione, ora occorrerà altrettanto, se non di più, per il debito pubblico. I credit vigilantes lo sanno, ma non faranno sconti sui disavanzi, da portare sotto il tre per cento in tre-quattro anni al massimo.
Sottovalutazione. Probabilmente a Summers non dispiacerebbe avere borse leggermente sopra le righe, il che è comunque positivo perché dimostra sensibilità verso i mercati. Strutturalmente, tuttavia, i rischi di crisi fiscali e bancarie indurranno le borse a rimanere cronicamente sottovalutate, per lo meno rispetto a quello cui ci eravamo abituati nei due decenni passati.

Cina. Stiamo diventando sempre più dipendenti dalla crescita cinese e questo è già un problema in sé. Le questioni strutturali cinesi sono quindi a pieno titolo anche questioni nostre. La dirigenza politica, in questi anni, ha tirato molto la corda rispetto alle disuguaglianze sociali, al prezzo delle case che a Shanghai e Pechino è diventato inaccessibile e agli 8200 veicoli d’investimento immobiliare che gli enti locali hanno creato per vendere loro terra ed edificabilità, in un connubio (per non dire coincidenza fisica), tra politici e imprenditori, che fa sembrare oratoriali conflitti vissuti come scandalosi alle nostre latitudini.

Victor Shih. Non ci sono statistiche ufficiali sugli 8200 veicoli. Il mondo intero si sta servendo di un calcolo fatto da un assistente della Northwestern University, un politologo sino-americano di nome Victor Shih che sul suo (molto interessante) blog ha stimato in 11 trilioni di renminbi, il 30 per cento del Pil, il debito totale di queste opache entità. Dalla Cina sono arrivate mezze smentite e dichiarazioni ufficiose che il problema c’è ma è sotto controllo. Pochissime cifre, però, e tutte vecchie.

Subprime. Qualcosa nell’aria fa pensare che la questione ha raggiunto il punto di ebollizione. Un membro del comitato monetario della banca centrale dichiara al Financial Times che il problema immobiliare è molto, molto più fondamentale e più grande di quello che ha portato alla crisi finanziaria in America e in Inghilterra. Si unisca questo allo sciopero negli stabilimenti Honda del Guangdong.

Allarme rosso. Noi in Occidente vediamo questi problemi da un punto di vista economico e finanziario. Nel quartiere murato dove vive la dirigenza cinese queste cose sono viste come un serio, molto serio problema politico. Tienanmen insegna che nel Dna del partito comunista cinese ci può essere uno stupefacente pragmatismo sulle libertà economiche ma quando si tratta di mantenimento del controllo politico e sociale si sfiora la paranoia.
Priorità assoluta. Dopo la crisi dell’euro si è pensato che la Cina avrebbe allentato la morsa sul settore immobiliare, volano insostituibile per la crescita. Una lettura economicista, probabilmente. La dirigenza del partito si è resa invece conto del fatto che il modello seguito finora è viziato e porta a un aumento troppo veloce dei prezzi delle case. La scelta di abbattere le quotazioni immobiliari di almeno un terzo a Pechino e Shanghai e di un 10-20 per cento nel resto del paese è molto lacerante perché danneggia componenti importanti del partito, ma è stata presa e non si tornerà indietro.

Banche. Non sarà certamente sfuggito al gruppo dirigente che una caduta veloce dei prezzi avrà ripercussioni sulle banche che hanno fatto credito ai veicoli. Nelle settimane passate, del resto, le banche sono state invitate a
sostenere uno stress test basato su questi numeri. Grazie agli aumenti di capitale che sono state energicamente invitate a fare in primavera (la borsa è stata tenuta su apposta) si stima che l’urto possa essere retto. Nel caso si ricorrerà al vecchio metodo e si attingerà alle immense riserve valutarie, pari alla metà del Pil, per ricapitalizzare ulteriormente le banche.

Materie prime. La determinazione ad andare avanti nella politica del ridimensionamento dei prezzi delle case è stata letta come una notizia molto negativa sui mercati delle commodities. Al programma compensativo di sviluppo di edilizia pubblica popolare è stato dato poco credito perché in passato annunci analoghi non hanno avuto molto seguito. Se è però corretta la lettura politica della questione, questa volta si farà sul serio. Non si possono tenere troppo a lungo nei dormitori pubblici centinaia di migliaia di persone in ogni grande città. Naturalmente c’è anche una ragione economica. Un governo che ha fatto della crescita una questione di sopravvivenza deve comunque compensare i disincentivi all’edilizia privata.

Lungo termine. Si sente spesso dire che il governo cinese, dopo avere riempito il paese di dighe, autostrade, ferrovie ad alta velocità e aeroporti potrebbe presto trovarsi a corto di idee per la crescita e con una capacità produttiva in eccesso preoccupante. In realtà le case popolari e gli ospedali saranno la nuova frontiera per i prossimi anni. Un metro quadrato di casa popolare non divora meno cemento, ferro o rame di una casa da edilizia privata. Quanto ai 600 milioni di tonnellate di acciaio che la Cina è in grado di produrre (il mondo intero ne fabbricava 700 nel 1980) ci sarà certo una contenuta compressione dei margini per i produttori ma non bisogna dimenticare la scelta strategica di spingere sull’auto privata. Goldman Sachs parla di una crescita annua a due cifre dell’auto nei prossimi tre anni. Nel 2020, che è dietro l’angolo, la produzione di sole auto leggere raggiungerà un livello che fa sgranare gli occhi, ovvero 30 milioni di unità, tre volte la produzione americana di oggi.

A tutto gas. A proposito di materie prime si parla poco di una rivoluzione silenziosa in pieno corso. Dopo tante false partenze su etanolo, idrogeno, fusione fredda, vento e sole ecco finalmente uno shock da offerta positivo su una scala che diventa ogni giorno più larga. Il gas naturale non convenzionale (triturazione di rocce con perforazione orizzontale) sta cambiando non solo il futuro ma anche il presente dell’America e ha grandi prospettive anche in Cina e perfino in
qualche angolo della nostra Europa, oltre alla solita Australia che ha già tutto. Se Obama può fare la faccia feroce con BP e cacciare dalle acque profonde del Golfo del Messico tutti i produttori, americani inclusi, è perché il gas (e anche il carbone) sono oggi così abbondanti da supplire perfettamente alla minore estrazione di greggio. I mercati, comprensibilmente preoccupati per il problema strutturale del debito pubblico, non hanno ancora metabolizzato pienamente le implicazioni di lungo termine di questo shock positivo. In un mondo disperatamente a caccia di crescita la garanzia di energia abbondante, a buon mercato e geopoliticamente sicura può essere un fattore decisivo.

Marea nera. Macondo è la Chernobyl del petrolio, quanto meno quello estratto in acque profonde, e sta generando in America reazioni molto simili. Come allora il nucleare fu fermato solo in Europa occidentale, così le acque profonde continueranno a essere oggetto d’interesse in Brasile e nel Golfo di Guinea. In questi giorni il petrolio è sceso, trascinando i titoli del settore e deprimendo per questa via le borse, perché i mercati si sono fissati con l’idea del rallentamento ciclico. In realtà, almeno sulle scadenze lontane, l’interdizione dell’estrazione nel Golfo del Messico dovrebbe sostenere le quotazioni del greggio, sia pure marginalmente, e rallentare la discesa dei prezzi di gas e carbone, molto compressi anche da un forte short.

Mercati. Nell’ultimo mese i dati macro sono stati sistematicamente ignorati. La contemplazione del debito pubblico ha ipnotizzato e depresso borse e crediti, impedendo una ripresa a V dei corsi dopo la correzione. Ora si va verso un maggiore equilibrio. Confusi e storditi, molti investitori hanno chiuso le loro posizioni e si sono messi a guardare. La liquidità è scesa e la microvolatilità è salita, con bruschi salti nelle quotazioni da un’ora all’altra e chiusure a Wall Street che rovesciano in dieci minuti l’impostazione delle 24 ore precedenti. Il mercato è prezzato per un rallentamento del ciclo globale già iniziato. In realtà i segni di indebolimento sono modesti e i portafogli scarichi, condizione ideale per un cauto recupero dei corsi.

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