RAME

Discesa a 5.000 per il rame


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La Cina potrebbe dimezzare Timport e vendere metallo rosso. Come già sta facendo con l’alluminio…

«Nei magazzini dell’Lme le giacenze di rame sono in calo, ma una buona parte delle scorte di metallo sono in siti non ufficiali». Michael Palatiello, strategist di Wings Partners, spiega a B&F quella che è lo scenario attuale del rame e delle sue scorte.

«Penso per esempio alla Cina dove gli acquisti fatti dall’Ssb, lo Strategie Service Bureau (l’agenzia governativa che si occupa degli acquisti di materie prime, ndr) sono considerati segreto di Stato. Ma anche alle giacenze degli speculatori che fino allo scorso anno sfruttavano il facile accesso al credito e facevano arbitraggi sui differenziali fra le quotazioni all’Lme e quelle locali.

Ora quella finestra si è chiusa, visto che i prezzi si sono riallineati, ma può essere che nel corso dell’anno una parte di queste giacenze si riversi sul mercato facendo della Cina un esportatore di metallo». È quanto, per esempio, sta succedendo sull’alluminio: per la prima volta dal 2008, in aprile la Cina è stata un esportatore netto. I premi pagati in Europa per il metallo sono infatti ai massimi da 10 anni e questo si è rivelato un buon incentivo all’export cinese, nonostante le scorte monitorate allo Shanghai futures Exchange abbiano raggiunto il record di 489.495 tonnellate.

La situazione sarebbe quindi decisamente negativo per il rame, tanto che le quotazioni, che viaggiano ora poco al di sotto dei 7.000 dollari la tonnellata, potrebbe riportarsi verso area 5.000 dollari. Visto infatti che il Paese asiatico potrebbe dimezzare le importazioni quest’anno e che buona parte della crescita della domanda dipende proprio dalla Cina, a questo punto o il resto del mondo riprende di lena a consumare il metallo (ma le probabilità di questo scenario sono minime) oppure le quotazioni tornano a scendere.

«Si tornerebbe al 2008, quando il credit crunch portò alla vendita delle varie commodity detenute come investimento e le loro quotazioni si riavvicinarono ai fondamentali – conclude Palatiello – Si è calcolato come in aprile gli 8.000 dollari di quotazione a Londra fossero composti da 4.525 dollari di valore sui fondamentali e 3.475 dalla finanza; mentre a fine 2008, in piena crisi finanziaria e stretta sul credito i fondamentali indicavano una quotazione di 4.125 dollari, mentre la speculazione incideva, ma negativamente, per oltre 1.000 dollari la tonnellata».

Autore: Massimiliano Malandra

Fonte: Borsa e Finanza del 29 maggio 2010

dimostrazione di quanto volatile ovvero rischioso possa essere scommetterci. Gli scettici sulla sua validità come bene rifugio avvertono che il declino continuerà perché sta calando la domanda da parte dei non-investitori — per esempio dei gioiellieri, che rappresentano metà del mercato globale dell’ oro, a causa dei tagli dei consumi di lusso — mentre cresce la produzione delle miniere (+7% nel 2009) e la gente continua a vendere l’oro di famiglia per pagare i debi-ti (1.700 tonnellate nel 2009, un record storico). Per il partito antioro è l’inizio dello scoppio di una Bolla speculativa con il ritorno sotto 1.000 dollari per oncia, ai livel-li di un anno fa. Per Ro-senberg invece è un’occasione di investimento per i risparmiatori che avevano perso la fase di rialzo precedente.

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