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La fine del dollaro – Haydn Davies, Chief Economist di Barclays Global Investors

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LA PAROLA AGLI EMITTENTI

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15 Novembre 2007

LA FINE DEL DOLLARO

Il persistente calo del dollaro sta almeno contribuendo a ridurre l’enorme deficit commerciale degli USA

parla

Haydn Davies

Chief Economist di

Barclays Global Investors

Al culmine della bolla tecnologica, il dollaro USA sembrava invulnerabile: investitori di tutto il mondo desiderosi di partecipare alla rivoluzione della produttività a stelle e strisce riversavano denaro sul mercato azionario statunitense.

Quei tempi sono lontani: la bolla tecnologica è scoppiata, la crescita della produttività è crollata e per gli investitori esteri i titoli azionari USA hanno perso gran parte della loro attrattiva.

Dall’inizio del 2002 il dollaro USA si è svalutato del 40% rispetto all’euro, arrivando a toccare in ottobre il minimo degli ultimi 26 anni rispetto alla sterlina, e degli ultimi 33 anni rispetto al dollaro canadese.

Sebbene l’esplosione della bolla tecnologica abbia allontanato dai titoli azionari USA gli investitori esteri, questi ultimi hanno invece fortemente incrementato i loro investimenti in titoli obbligazionari poiché hanno cercato di trarre vantaggio dai rendimenti relativamente alti registrati negli Stati Uniti. Ma è servito a ben poco: il deficit USA nei confronti del resto del mondo, infatti, si è gonfiato, passando in dieci anni dall’1,5% della produzione annua a oltre il 6% registrato lo scorso anno. In effetti, negli ultimi anni il deficit commerciale USA è stato interamente finanziato dagli acquisti netti di obbligazioni e titoli di stato da parte di operatori esteri.

Tuttavia, poiché la recessione nel mercato dell’edilizia residenziale si è accentuata (il numero di immobili rimasti invenduti ha toccato i minimi degli ultimi 22 anni, e la fiducia delle imprese edili è ai minimi), la possibilità che la Federal Reserve possa tagliare i tassi di interesse è decisamente aumentata.

L’attrattiva dei titoli obbligazionari USA rispetto a quelli di altri mercati è di conseguenza venuta meno, visto che i rendimenti sono scesi (tanto più dopo l’assestamento subito dal mercato dei mutui ipotecari garantiti) e il dollaro ha perso il favore dei mercati. Fino a poco tempo fa i tassi di interesse sembravano ancora sufficientemente alti per potere attutire la caduta del dollaro, ma diciotto mesi di rallentamento economico negli Stati Uniti (destinato a durare per buona parte del prossimo anno) e la probabilità di qualche strascico del crollo estivo del mercato dei mutui ipotecari, hanno reso meno favorevoli le prospettive sui tassi di interesse. Il calo del dollaro è dunque destinato a proseguire .

Ciononostante, tale calo presenta un aspetto positivo.

Dal momento che gli Stati Uniti sono tornati a importare l’equivalente della metà delle proprie esportazioni, queste ultime devono crescere a un ritmo superiore del 50% rispetto al ritmo di crescita delle importazioni per potere incidere in qualche modo sul disavanzo commerciale. In conseguenza del deprezzamento del dollaro (cui si aggiunge una crescita più contenuta dell’economia, che ha determinato un ridimensionamento della domanda USA di beni di provenienza estera), nell’ultimo anno le esportazioni sono cresciute quattro volte più rapidamente delle importazioni e il deficit della bilancia commerciale si è ridotto dell’8% nonostante il freno rappresentato dal continuo aumento della spesa per le importazioni di petrolio greggio.

Il boom degli scambi originato dal dollaro più debole e l’intenzione da parte della Federal Reserve di procedere a un taglio dei tassi di interesse, potrebbero costituire i due fattori che salveranno l’economia da una recessione.

Lo scorso anno la bilancia commerciale ha contribuito per lo 0,5% alla crescita dell’economia statunitense. Lo scenario economico rimane debole, ma i tassi di interesse più bassi dovrebbero sostenere Wall Street. E’ inoltre possibile che gli investitori stiano tenendo fin troppo conto delle notizie negative, soprattutto se si effettua un confronto con altri mercati, dove forse gli investitori sono stati un po’ lenti nel valutare la misura del rallentamento dell’economia.

Inoltre, poiché i rendimenti decennali sono scesi al di sotto del 4,4%, le valutazioni dei titoli azionari USA appaiono migliori rispetto a quelle delle obbligazioni. Di conseguenza, nonostante la fase di rallentamento, le azioni USA dovrebbero resistere piuttosto bene.

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