Dopo che nello scorso mese molti tra i principali mercati azionari hanno raggiunto dei livelli record, gli indicatori anticipatori economici piuttosto deboli hanno fatto scattare delle prese di profitto. Anche noi alziamo leggermente il piede dall’acceleratore e riduciamo il sovrappeso sulle azioni statunitensi in modo da poter sfruttare le temporanee fasi di debolezza. Il sovrappeso nei titoli azionari europei viene mantenuto….
Referente: Thomas Härter, Responsabile strategie di investimento
A livello mondiale, le economie politiche continuano a svilupparsi in modo molto diverso. Negli Stati Uniti le attese vengono soddisfatte: lo sviluppo del mercato del lavoro e il barometro del consumo sono addirittura leggermente migliori del previsto. Questo ha innescato discussioni sulla precoce conclusione della politica monetaria estremamente allentata degli Stati Uniti e dei voluminosi acquisti di obbligazioni del Tesoro da parte della Fed. Siamo del parere che la Fed continuerà il suo “quantitative easing” fino al 2014 e che preparerà con cura l’abbandono graduale del programma di acquisto con una comunicazione orientata al mercato.
In Europa qualcosa si muove
L’eurozona è ancora in recessione, ma si intravedono degli sprazzi di luce. Il più importante: la bilancia delle partite correnti dell’eurozona è ora nettamente positiva. Importante per i mercati dei capitali: in Spagna il calice amaro di un downgrade del debito sovrano al livello delle obbligazioni ad alto rendimento sembra con ogni probabilità scongiurato: le agenzie di rating hanno ovviamente ceduto alle pressioni politiche. Dalla Cina giungono nuovamente indicatori economici leggermente più deboli; prevediamo che l’aspettativa di crescita commerciale per quest’anno (+7,9 per cento) sia un po’ troppo elevata. La nuova valutazione della crescita cinese sta attualmente gravando sull’intero settore delle materie prime e delle tradizionali valute legate a queste ultime. In Giappone, le ampie misure di stimolo della banca centrale, sia sul mercato azionario sia sulla valuta, hanno ottenuto nel breve termine gli effetti desiderati. Non contiamo però su effetti sostenibili.
La “grande rotazione” si fa attendere
Considerato il contesto dei bassi tassi di interesse, sempre più spesso viene espressa l’aspettativa di una “grande rotazione” dalle obbligazioni alle azioni oppure si presume che questa sia già in corso. Di fatto i titoli di Stato di prima qualità hanno registrato recentemente delle perdite significative. Rimane da verificare se si tratta già della tanto vantata grande inversione di tendenza dei tassi di interesse. Le rinnovate incertezze, come ad esempio una decisione inaspettata da parte della Corte costituzionale tedesca del 12 giugno sul tema “Il programma di acquisto di obbligazioni della Banca centrale europea”, potrebbero portare nuovamente a una domanda di titoli di Stato sicuri.
Elevata valutazione delle obbligazioni societarie
Swisscanto è ancora del parere che a medio termine si verificheranno perdite di corso sulle obbligazioni. L’atteso e netto cambio di direzione sul mercato a favore dei titoli azionari non può ancora tuttavia essere confermato in base ai flussi di capitale misurabili. Come alternativa ai titoli di Stato di prima qualità sono state ancora preferite le obbligazioni della periferia europea, le obbligazioni societarie e le obbligazioni dei mercati emergenti. A seguito di tale continua ed elevata richiesta, che non accenna ancora a diminuire, le obbligazioni societarie, in particolar modo, presentano una valutazione elevata. In realtà si renderebbe necessaria una riduzione delle posizioni in sovrappeso esistenti a una posizione neutrale, ma finora, dato il continuo eccesso di domanda, vi abbiamo rinunciato.
Le strategie dei dividendi possono trarre vantaggio dalla rotazione
A seguito degli aumenti dei prezzi di questi ultimi mesi, la sottovalutazione delle azioni europee non è più così pronunciata. Dal punto di vista tecnico i mercati azionari hanno ricevuto perciò un sostegno e per questo motivo manteniamo il nostro sovrappeso sulle azioni europee. A chi ha temuto di passare alle azioni nel quadro dell’allontanamento dai titoli di Stato sopravvalutati vengono offerte strategie dei dividendi che si focalizzano non solo su dividendi elevati, ma anche sulla stabilità e sulla crescita degli stessi; una soluzione conveniente per chi cerca il rendimento.
Disclamer
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Fonte: ETFWorld – Swisscanto
Differenze. Gli stessi utili venivano prezzati 1550 nel 2007 e sono prezzati 1100 oggi. Sono forse saliti i tassi? No di certo, dal 5 di allora siamo scesi a zero. Si tratta allora di una sottovalutazione temporanea? No, nemmeno questo è vero. A fine 2007 le stime per l’SP per fine 2008 erano comprese tra 1500 e 1800 (si finì in realtà a 900). Le stime per il 2011, per quei pochi che hanno il coraggio di farle, non vanno oltre 1300, massimo 1350. Restano sempre 500 punti di scarto. Perché?
Passato. Negli anni Novanta e nei Duemila fino al 2008 i problemi strutturali esistevano già, ma erano perfettamente asintomatici. Si parlava anche allora di squilibri insostenibili (troppo debito privato, troppo risparmio cinese e troppo consumo in America), ma le crisi del 1987, del 1997- 1998 e del 2001 non derivarono direttamente da questioni strutturali (se non localmente, in Thailandia, Indonesia e Corea per qualche mese tra il 1997 e l’anno successivo). I mercati (e alla fine anche i policy maker) avevano quindi imparato a rimuovere questi aspetti, come chi ha sentito troppe volte gridare al lupo e alla fine non ci crede più. Un ambiente privo di freni inibitori, dunque, terreno di coltura ideale per le bolle.
Futuro. Pochi pensano sul serio che un giorno avranno un infarto prima di averlo, anche se i loro parametri sono allarmanti. Dopo l’infarto, l’idea che potrà ricapitare (e magari essere fatale) resta fissa in testa anche se si sta a dieta, si fanno le lunghe passeggiate consigliate dal medico e si correggono gradualmente i parametri. C’è una perfetta simmetria. Prima si peggiora continuando a non preoccuparsi, dopo ci si continua a preoccupare anche se si migliora.
Ronde. I bond vigilantes degli anni Ottanta erano ferocemente attenti all’inflazione. La generazione attuale è ferocemente attenta al merito di credito. Il risultato è lo stesso, nessuna tregua per i governi individuati volta a volta come carenti o colpevoli. Allora ci vollero 15 anni per debellare l’inflazione, ora occorrerà altrettanto, se non di più, per il debito pubblico. I credit vigilantes lo sanno, ma non faranno sconti sui disavanzi, da portare sotto il tre per cento in tre-quattro anni al massimo.
Sottovalutazione. Probabilmente a Summers non dispiacerebbe avere borse leggermente sopra le righe, il che è comunque positivo perché dimostra sensibilità verso i mercati. Strutturalmente, tuttavia, i rischi di crisi fiscali e bancarie indurranno le borse a rimanere cronicamente sottovalutate, per lo meno rispetto a quello cui ci eravamo abituati nei due decenni passati.
Cina. Stiamo diventando sempre più dipendenti dalla crescita cinese e questo è già un problema in sé. Le questioni strutturali cinesi sono quindi a pieno titolo anche questioni nostre. La dirigenza politica, in questi anni, ha tirato molto la corda rispetto alle disuguaglianze sociali, al prezzo delle case che a Shanghai e Pechino è diventato inaccessibile e agli 8200 veicoli d’investimento immobiliare che gli enti locali hanno creato per vendere loro terra ed edificabilità, in un connubio (per non dire coincidenza fisica), tra politici e imprenditori, che fa sembrare oratoriali conflitti vissuti come scandalosi alle nostre latitudini.
Victor Shih. Non ci sono statistiche ufficiali sugli 8200 veicoli. Il mondo intero si sta servendo di un calcolo fatto da un assistente della Northwestern University, un politologo sino-americano di nome Victor Shih che sul suo (molto interessante) blog ha stimato in 11 trilioni di renminbi, il 30 per cento del Pil, il debito totale di queste opache entità. Dalla Cina sono arrivate mezze smentite e dichiarazioni ufficiose che il problema c’è ma è sotto controllo. Pochissime cifre, però, e tutte vecchie.
Subprime. Qualcosa nell’aria fa pensare che la questione ha raggiunto il punto di ebollizione. Un membro del comitato monetario della banca centrale dichiara al Financial Times che il problema immobiliare è molto, molto più fondamentale e più grande di quello che ha portato alla crisi finanziaria in America e in Inghilterra. Si unisca questo allo sciopero negli stabilimenti Honda del Guangdong.
Allarme rosso. Noi in Occidente vediamo questi problemi da un punto di vista economico e finanziario. Nel quartiere murato dove vive la dirigenza cinese queste cose sono viste come un serio, molto serio problema politico. Tienanmen insegna che nel Dna del partito comunista cinese ci può essere uno stupefacente pragmatismo sulle libertà economiche ma quando si tratta di mantenimento del controllo politico e sociale si sfiora la paranoia.
Priorità assoluta. Dopo la crisi dell’euro si è pensato che la Cina avrebbe allentato la morsa sul settore immobiliare, volano insostituibile per la crescita. Una lettura economicista, probabilmente. La dirigenza del partito si è resa invece conto del fatto che il modello seguito finora è viziato e porta a un aumento troppo veloce dei prezzi delle case. La scelta di abbattere le quotazioni immobiliari di almeno un terzo a Pechino e Shanghai e di un 10-20 per cento nel resto del paese è molto lacerante perché danneggia componenti importanti del partito, ma è stata presa e non si tornerà indietro.
Banche. Non sarà certamente sfuggito al gruppo dirigente che una caduta veloce dei prezzi avrà ripercussioni sulle banche che hanno fatto credito ai veicoli. Nelle settimane passate, del resto, le banche sono state invitate a
sostenere uno stress test basato su questi numeri. Grazie agli aumenti di capitale che sono state energicamente invitate a fare in primavera (la borsa è stata tenuta su apposta) si stima che l’urto possa essere retto. Nel caso si ricorrerà al vecchio metodo e si attingerà alle immense riserve valutarie, pari alla metà del Pil, per ricapitalizzare ulteriormente le banche.
Materie prime. La determinazione ad andare avanti nella politica del ridimensionamento dei prezzi delle case è stata letta come una notizia molto negativa sui mercati delle commodities. Al programma compensativo di sviluppo di edilizia pubblica popolare è stato dato poco credito perché in passato annunci analoghi non hanno avuto molto seguito. Se è però corretta la lettura politica della questione, questa volta si farà sul serio. Non si possono tenere troppo a lungo nei dormitori pubblici centinaia di migliaia di persone in ogni grande città. Naturalmente c’è anche una ragione economica. Un governo che ha fatto della crescita una questione di sopravvivenza deve comunque compensare i disincentivi all’edilizia privata.
Lungo termine. Si sente spesso dire che il governo cinese, dopo avere riempito il paese di dighe, autostrade, ferrovie ad alta velocità e aeroporti potrebbe presto trovarsi a corto di idee per la crescita e con una capacità produttiva in eccesso preoccupante. In realtà le case popolari e gli ospedali saranno la nuova frontiera per i prossimi anni. Un metro quadrato di casa popolare non divora meno cemento, ferro o rame di una casa da edilizia privata. Quanto ai 600 milioni di tonnellate di acciaio che la Cina è in grado di produrre (il mondo intero ne fabbricava 700 nel 1980) ci sarà certo una contenuta compressione dei margini per i produttori ma non bisogna dimenticare la scelta strategica di spingere sull’auto privata. Goldman Sachs parla di una crescita annua a due cifre dell’auto nei prossimi tre anni. Nel 2020, che è dietro l’angolo, la produzione di sole auto leggere raggiungerà un livello che fa sgranare gli occhi, ovvero 30 milioni di unità, tre volte la produzione americana di oggi.
A tutto gas. A proposito di materie prime si parla poco di una rivoluzione silenziosa in pieno corso. Dopo tante false partenze su etanolo, idrogeno, fusione fredda, vento e sole ecco finalmente uno shock da offerta positivo su una scala che diventa ogni giorno più larga. Il gas naturale non convenzionale (triturazione di rocce con perforazione orizzontale) sta cambiando non solo il futuro ma anche il presente dell’America e ha grandi prospettive anche in Cina e perfino in
qualche angolo della nostra Europa, oltre alla solita Australia che ha già tutto. Se Obama può fare la faccia feroce con BP e cacciare dalle acque profonde del Golfo del Messico tutti i produttori, americani inclusi, è perché il gas (e anche il carbone) sono oggi così abbondanti da supplire perfettamente alla minore estrazione di greggio. I mercati, comprensibilmente preoccupati per il problema strutturale del debito pubblico, non hanno ancora metabolizzato pienamente le implicazioni di lungo termine di questo shock positivo. In un mondo disperatamente a caccia di crescita la garanzia di energia abbondante, a buon mercato e geopoliticamente sicura può essere un fattore decisivo.
Marea nera. Macondo è la Chernobyl del petrolio, quanto meno quello estratto in acque profonde, e sta generando in America reazioni molto simili. Come allora il nucleare fu fermato solo in Europa occidentale, così le acque profonde continueranno a essere oggetto d’interesse in Brasile e nel Golfo di Guinea. In questi giorni il petrolio è sceso, trascinando i titoli del settore e deprimendo per questa via le borse, perché i mercati si sono fissati con l’idea del rallentamento ciclico. In realtà, almeno sulle scadenze lontane, l’interdizione dell’estrazione nel Golfo del Messico dovrebbe sostenere le quotazioni del greggio, sia pure marginalmente, e rallentare la discesa dei prezzi di gas e carbone, molto compressi anche da un forte short.
Mercati. Nell’ultimo mese i dati macro sono stati sistematicamente ignorati. La contemplazione del debito pubblico ha ipnotizzato e depresso borse e crediti, impedendo una ripresa a V dei corsi dopo la correzione. Ora si va verso un maggiore equilibrio. Confusi e storditi, molti investitori hanno chiuso le loro posizioni e si sono messi a guardare. La liquidità è scesa e la microvolatilità è salita, con bruschi salti nelle quotazioni da un’ora all’altra e chiusure a Wall Street che rovesciano in dieci minuti l’impostazione delle 24 ore precedenti. Il mercato è prezzato per un rallentamento del ciclo globale già iniziato. In realtà i segni di indebolimento sono modesti e i portafogli scarichi, condizione ideale per un cauto recupero dei corsi.







