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Il Rosso e il Nero: CRONACHE MARZIANE : In pianeti lontani i salari e le case aumentano ancora

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Dallo spazio. I prezzi delle case sono in discesa in quasi tutto il mondo occidentale e in Cina. Nei prossimi due anni la tendenza continuerà al ribasso……


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Su un’altra galassia, in Germania, il residenziale è cresciuto del 2.5 per cento nel 2010 e del 5.5 nel 2011. Le previsioni sono orientate verso rialzi ulteriori. A Berlino la crescita dei prezzi è del 10 per cento all’anno e a Monaco, che vive una situazione di quasi bolla, un appartamento19042012_1 venduto a 3 milioni nel 2006 è stato scambiato negli ultimi giorni a 6 milioni. Comprano gli stranieri, ma comprano molto anche i tedeschi. In Germania sono proprietarie della casa in cui abitano solo 40 famiglie su 100, la metà che in Italia e molto meno del 67 per cento americano. I tedeschi comperano perché hanno più soldi e perché hanno paura dell’inflazione.


Statali. Tutti i tedeschi hanno paura dell’inflazione. Non la vedono, ma la sentono nell’aria e ne attribuiscono la causa alla Bce e all’Europa in generale. Forse un giorno ci sarà anche del vero in queste credenze, ma non è certo stato deciso a Bruxelles o a Strasburgo di concedere agli statali tedeschi aumenti salariali del 6.3 per cento nei prossimi due anni. In tutto il mondo occidentale i dipendenti pubblici, che hanno quasi ovunque il posto garantito, partecipano all’austerità generale con il blocco delle retribuzioni e, nei paesi in crisi, con tagli più o meno rilevanti. Negli Stati Uniti non è stato toccato niente a livello federale, ma a livello locale, in molti stati, contee e città le decurtazioni di stipendi e pensioni sono state diffuse e in alcuni casi significative.
Controcorrente. A modo suo, quindi, la Germania rivaluta. Fa cioè una rivalutazione interna 19042012_2simmetrica alla svalutazione interna che i tedeschi hanno prescritto a Italia e Spagna. Se il nostro costo del lavoro diminuisce e il loro cresce si produce lo stesso effetto di un riallineamento del cambio. Poiché i salari in Europa occidentale sono rigidi e l’inflazione, in Italia e Spagna, è troppo bassa per erodere velocemente il costo del lavoro, si finisce con il passare attraverso i licenziamenti o il pensionamento. Il dipendente pagato 100 va in pensione o viene licenziato e al suo posto si assume un giovane pagato 30. La Germania che alza i suoi stipendi attenua il nostro bisogno di abbassarli. Sarebbe bello, in un mondo ideale, che ci si venisse incontro a metà strada.

Euroinflazione. Blanchard e Draghi (Fmi e Bce) ribadiscono con forza, in queste settimane, una tesi molto diversa da quella della Bundesbank, che nell’ultimo bollettino si è detta preoccupata per l’inflazione tedesca. Per Blanchard e Draghi esiste una sola inflazione, quella europea. Il rialzo dei prezzi tedeschi non fa che bilanciare le pressioni deflazionistiche (al netto dell’Iva) evidenti in tutto il Mediterraneo.
Grande Coalizione. La Merkel sta scaricando i liberali nei Länder. La Fdp è in leggera ripresa nei sondaggi, ma è troppo umorale, instabile e litigiosa e la Cdu ormai da mesi negozia con l’opposizione su tutte le questioni più importanti. Fra 17 mesi si vota a livello federale e i governi possibili saranno tre, Cdu-Verdi, Spd-Verdi e Cdu-Spd. Un sondaggio dell’Allensbach tra 500 grandi decisori nel mondo dell’economia mostra una nettissima preferenza per la terza ipotesi, ovvero la riedizione della Grosse Koalition con la Merkel di nuovo cancelliere. La Merkel stessa, del resto, appare sempre più orientata verso questa soluzione. A quel punto la politica tedesca verso l’Europa cambierà. Non ci sarà niente di radicale, ma, se Italia e Spagna avranno nel frattempo prodotto bilanci più in ordine e se la Francia socialista avrà mostrato una certa moderazione, vedremo un’accelerazione nel processo di integrazione.
Eurobill. Il Fondo Monetario sta facendo sua un’idea intelligente, quella degli eurobill. Dalla fine del 2013, con la partenza della Grosse Koalition, sarà politicamente possibile un compromesso tra la Cdu, che non vuole gli eurobond se non alla fine del processo di convergenza fiscale, e la Spd, che li introdurrebbe da subito. Gli eurobill, emissioni fino a un anno di durata con garanzia congiunta europea, ne potrebbero essere il risultato. Allevierebbero i problemi di molti paesi e manderebbero un messaggio importante ai mercati.
Calma nervosa. Per Italia e Spagna i prossimi due anni saranno una traversata del deserto. Alla fine del cammino saranno paesi più piccoli e più poveri, ma in compenso il loro disavanzo delle partite correnti sarà quasi azzerato. Rimpicciolendosi (come avverrebbe del resto con una19042012_3 svalutazione) saranno in grado di bastare a se stessi e non avranno più bisogno di importare capitali esteri. Il mondo starà a guardare con grande ansia (calma nervosa, come dice Blanchard, nella migliore delle ipotesi) ma non metterà a disposizione molti soldi. L’Europa sta antipatica a tutti. Gli Stati Uniti non si sognano nemmeno di mettere dei dollari. I cinesi pensano (e sempre più spesso dicono) che non abbiamo voglia di studiare da giovani e di lavorare da grandi. Quanto agli emergenti, fanno notare che, nei due decenni trascorsi, abbiamo imposto loro sacrifici infinitamente più pesanti di quelli che toccheranno a noi.
Banche. Con i quattro spiccioli raccolti faticosamente dal Fondo Monetario e con l’Efsf-Esm non sarà possibile dare un decisivo sostegno diretto a Italia e Spagna. Ci si concentrerà quindi sulle banche, contando sui successivi loro acquisti di Btp e Bonos. Charles Gave fa notare che le obbligazioni bancarie greche non sono in default, mentre il sovrano lo è. Questo rimescola le carte, in prospettiva, anche in altri paesi europei. Le banche sono considerate indispensabili alla sopravvivenza dell’economia e i loro creditori sono brave persone. I compratori di debito sovrano sono invece malvagi speculatori da punire in modo esemplare.
Stock e flussi. Quando Italia e Spagna saranno riuscite ad azzerare il loro fabbisogno di parte corrente, la Merkel potrà dire ai tedeschi che siamo diventati autosufficienti. Non ci sarà più bisogno di flussi di capitali tedeschi verso il Mediterraneo. A quel punto sarà molto più facile convincere gli elettori a condividere l’eredità del passato, ovvero lo stock di debito. L’estrema durezza tedesca sui flussi verrà compensata da una certa disponibilità sullo stock. Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto, ma dal 2015 in avanti tutti autosufficienti.
Cushing, Oklahoma. In una fase di calma nell’economia globale, con l’America stabilizzatasi su una crescita del 2 per cento, l’Europa sullo zero e la Cina sull’8, la novità è la debolezza del petrolio. Il mondo dell’energia è abbastanza tranquillo sul lato della domanda, in discesa continua negli Stati Uniti e in crescita costante in Cina, ma vive una fase di grande trasformazione sul lato 19042012_4dell’offerta. Uno degli elementi nuovi è il petrolio americano del Dakota. La produzione cresce e viene inviata a sud verso lo snodo di Cushing, in Oklahoma, dove ci sono grandi depositi. A Cushing arrivava da sempre anche il greggio importato dall’estero e scaricato nel Golfo del Messico. Con il greggio che viene da nord e quello che viene da sud, Cushing è letteralmente inondata di petrolio proprio mentre il prezzo della benzina è di nuovo sui massimi. In questi giorni si è finalmente deciso di invertire il corso dell’oleodotto che collega il Texas a Cushing. Questo consentirà al petrolio del Dakota di scendere fino alle raffinerie del Texas, che avranno quindi meno bisogno di greggio estero. Il risultato è la debolezza del Brent, un’ottima notizia per l’Asia e per l’Europa.
Laterali. Continuiamo a vedere mercati laterali fino all’estate. In Europa il possibile fattore di riacutizzazione non verrà da Italia e Spagna, dove le aste verranno in ogni caso coperte in un clima di nervosismo controllato, ma dalla Francia. Un eventuale attacco alla Francia non partirà comunque subito, perché Hollande rimarrà indecifrabile fino alle legislative, che si concluderanno il 17 giugno. Solo a quel punto si scopriranno le carte.

 Analisi Weekly

a cura di: Kairos Partners SGR SpA.


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Utili. L’anno prossimo, secondo molte stime, gli utili operativi dell’SP 500 eguaglieranno (e per qualcuno supereranno) il massimo storico del 2007. Forse c’è un eccesso di ottimismo in queste proiezioni. Si sottovaluta l’impatto fiscale crescente e si sopravvaluta la portata del rialzo delle materie prime, il cui prezzo ha molta importanza su un grande numero di titoli ciclici. L’idea di fondo comunque rimane, il decoupling degli utili dai problemi strutturali del mondo è un dato di fatto.

Differenze. Gli stessi utili venivano prezzati 1550 nel 2007 e sono prezzati 1100 oggi. Sono forse saliti i tassi? No di certo, dal 5 di allora siamo scesi a zero. Si tratta allora di una sottovalutazione temporanea? No, nemmeno questo è vero. A fine 2007 le stime per l’SP per fine 2008 erano comprese tra 1500 e 1800 (si finì in realtà a 900). Le stime per il 2011, per quei pochi che hanno il coraggio di farle, non vanno oltre 1300, massimo 1350. Restano sempre 500 punti di scarto. Perché?
Passato. Negli anni Novanta e nei Duemila fino al 2008 i problemi strutturali esistevano già, ma erano perfettamente asintomatici. Si parlava anche allora di squilibri insostenibili (troppo debito privato, troppo risparmio cinese e troppo consumo in America), ma le crisi del 1987, del 1997- 1998 e del 2001 non derivarono direttamente da questioni strutturali (se non localmente, in Thailandia, Indonesia e Corea per qualche mese tra il 1997 e l’anno successivo). I mercati (e alla fine anche i policy maker) avevano quindi imparato a rimuovere questi aspetti, come chi ha sentito troppe volte gridare al lupo e alla fine non ci crede più. Un ambiente privo di freni inibitori, dunque, terreno di coltura ideale per le bolle.

Futuro. Pochi pensano sul serio che un giorno avranno un infarto prima di averlo, anche se i loro parametri sono allarmanti. Dopo l’infarto, l’idea che potrà ricapitare (e magari essere fatale) resta fissa in testa anche se si sta a dieta, si fanno le lunghe passeggiate consigliate dal medico e si correggono gradualmente i parametri. C’è una perfetta simmetria. Prima si peggiora continuando a non preoccuparsi, dopo ci si continua a preoccupare anche se si migliora.

Ronde. I bond vigilantes degli anni Ottanta erano ferocemente attenti all’inflazione. La generazione attuale è ferocemente attenta al merito di credito. Il risultato è lo stesso, nessuna tregua per i governi individuati volta a volta come carenti o colpevoli. Allora ci vollero 15 anni per debellare l’inflazione, ora occorrerà altrettanto, se non di più, per il debito pubblico. I credit vigilantes lo sanno, ma non faranno sconti sui disavanzi, da portare sotto il tre per cento in tre-quattro anni al massimo.
Sottovalutazione. Probabilmente a Summers non dispiacerebbe avere borse leggermente sopra le righe, il che è comunque positivo perché dimostra sensibilità verso i mercati. Strutturalmente, tuttavia, i rischi di crisi fiscali e bancarie indurranno le borse a rimanere cronicamente sottovalutate, per lo meno rispetto a quello cui ci eravamo abituati nei due decenni passati.

Cina. Stiamo diventando sempre più dipendenti dalla crescita cinese e questo è già un problema in sé. Le questioni strutturali cinesi sono quindi a pieno titolo anche questioni nostre. La dirigenza politica, in questi anni, ha tirato molto la corda rispetto alle disuguaglianze sociali, al prezzo delle case che a Shanghai e Pechino è diventato inaccessibile e agli 8200 veicoli d’investimento immobiliare che gli enti locali hanno creato per vendere loro terra ed edificabilità, in un connubio (per non dire coincidenza fisica), tra politici e imprenditori, che fa sembrare oratoriali conflitti vissuti come scandalosi alle nostre latitudini.

Victor Shih. Non ci sono statistiche ufficiali sugli 8200 veicoli. Il mondo intero si sta servendo di un calcolo fatto da un assistente della Northwestern University, un politologo sino-americano di nome Victor Shih che sul suo (molto interessante) blog ha stimato in 11 trilioni di renminbi, il 30 per cento del Pil, il debito totale di queste opache entità. Dalla Cina sono arrivate mezze smentite e dichiarazioni ufficiose che il problema c’è ma è sotto controllo. Pochissime cifre, però, e tutte vecchie.

Subprime. Qualcosa nell’aria fa pensare che la questione ha raggiunto il punto di ebollizione. Un membro del comitato monetario della banca centrale dichiara al Financial Times che il problema immobiliare è molto, molto più fondamentale e più grande di quello che ha portato alla crisi finanziaria in America e in Inghilterra. Si unisca questo allo sciopero negli stabilimenti Honda del Guangdong.

Allarme rosso. Noi in Occidente vediamo questi problemi da un punto di vista economico e finanziario. Nel quartiere murato dove vive la dirigenza cinese queste cose sono viste come un serio, molto serio problema politico. Tienanmen insegna che nel Dna del partito comunista cinese ci può essere uno stupefacente pragmatismo sulle libertà economiche ma quando si tratta di mantenimento del controllo politico e sociale si sfiora la paranoia.
Priorità assoluta. Dopo la crisi dell’euro si è pensato che la Cina avrebbe allentato la morsa sul settore immobiliare, volano insostituibile per la crescita. Una lettura economicista, probabilmente. La dirigenza del partito si è resa invece conto del fatto che il modello seguito finora è viziato e porta a un aumento troppo veloce dei prezzi delle case. La scelta di abbattere le quotazioni immobiliari di almeno un terzo a Pechino e Shanghai e di un 10-20 per cento nel resto del paese è molto lacerante perché danneggia componenti importanti del partito, ma è stata presa e non si tornerà indietro.

Banche. Non sarà certamente sfuggito al gruppo dirigente che una caduta veloce dei prezzi avrà ripercussioni sulle banche che hanno fatto credito ai veicoli. Nelle settimane passate, del resto, le banche sono state invitate a
sostenere uno stress test basato su questi numeri. Grazie agli aumenti di capitale che sono state energicamente invitate a fare in primavera (la borsa è stata tenuta su apposta) si stima che l’urto possa essere retto. Nel caso si ricorrerà al vecchio metodo e si attingerà alle immense riserve valutarie, pari alla metà del Pil, per ricapitalizzare ulteriormente le banche.

Materie prime. La determinazione ad andare avanti nella politica del ridimensionamento dei prezzi delle case è stata letta come una notizia molto negativa sui mercati delle commodities. Al programma compensativo di sviluppo di edilizia pubblica popolare è stato dato poco credito perché in passato annunci analoghi non hanno avuto molto seguito. Se è però corretta la lettura politica della questione, questa volta si farà sul serio. Non si possono tenere troppo a lungo nei dormitori pubblici centinaia di migliaia di persone in ogni grande città. Naturalmente c’è anche una ragione economica. Un governo che ha fatto della crescita una questione di sopravvivenza deve comunque compensare i disincentivi all’edilizia privata.

Lungo termine. Si sente spesso dire che il governo cinese, dopo avere riempito il paese di dighe, autostrade, ferrovie ad alta velocità e aeroporti potrebbe presto trovarsi a corto di idee per la crescita e con una capacità produttiva in eccesso preoccupante. In realtà le case popolari e gli ospedali saranno la nuova frontiera per i prossimi anni. Un metro quadrato di casa popolare non divora meno cemento, ferro o rame di una casa da edilizia privata. Quanto ai 600 milioni di tonnellate di acciaio che la Cina è in grado di produrre (il mondo intero ne fabbricava 700 nel 1980) ci sarà certo una contenuta compressione dei margini per i produttori ma non bisogna dimenticare la scelta strategica di spingere sull’auto privata. Goldman Sachs parla di una crescita annua a due cifre dell’auto nei prossimi tre anni. Nel 2020, che è dietro l’angolo, la produzione di sole auto leggere raggiungerà un livello che fa sgranare gli occhi, ovvero 30 milioni di unità, tre volte la produzione americana di oggi.

A tutto gas. A proposito di materie prime si parla poco di una rivoluzione silenziosa in pieno corso. Dopo tante false partenze su etanolo, idrogeno, fusione fredda, vento e sole ecco finalmente uno shock da offerta positivo su una scala che diventa ogni giorno più larga. Il gas naturale non convenzionale (triturazione di rocce con perforazione orizzontale) sta cambiando non solo il futuro ma anche il presente dell’America e ha grandi prospettive anche in Cina e perfino in
qualche angolo della nostra Europa, oltre alla solita Australia che ha già tutto. Se Obama può fare la faccia feroce con BP e cacciare dalle acque profonde del Golfo del Messico tutti i produttori, americani inclusi, è perché il gas (e anche il carbone) sono oggi così abbondanti da supplire perfettamente alla minore estrazione di greggio. I mercati, comprensibilmente preoccupati per il problema strutturale del debito pubblico, non hanno ancora metabolizzato pienamente le implicazioni di lungo termine di questo shock positivo. In un mondo disperatamente a caccia di crescita la garanzia di energia abbondante, a buon mercato e geopoliticamente sicura può essere un fattore decisivo.

Marea nera. Macondo è la Chernobyl del petrolio, quanto meno quello estratto in acque profonde, e sta generando in America reazioni molto simili. Come allora il nucleare fu fermato solo in Europa occidentale, così le acque profonde continueranno a essere oggetto d’interesse in Brasile e nel Golfo di Guinea. In questi giorni il petrolio è sceso, trascinando i titoli del settore e deprimendo per questa via le borse, perché i mercati si sono fissati con l’idea del rallentamento ciclico. In realtà, almeno sulle scadenze lontane, l’interdizione dell’estrazione nel Golfo del Messico dovrebbe sostenere le quotazioni del greggio, sia pure marginalmente, e rallentare la discesa dei prezzi di gas e carbone, molto compressi anche da un forte short.

Mercati. Nell’ultimo mese i dati macro sono stati sistematicamente ignorati. La contemplazione del debito pubblico ha ipnotizzato e depresso borse e crediti, impedendo una ripresa a V dei corsi dopo la correzione. Ora si va verso un maggiore equilibrio. Confusi e storditi, molti investitori hanno chiuso le loro posizioni e si sono messi a guardare. La liquidità è scesa e la microvolatilità è salita, con bruschi salti nelle quotazioni da un’ora all’altra e chiusure a Wall Street che rovesciano in dieci minuti l’impostazione delle 24 ore precedenti. Il mercato è prezzato per un rallentamento del ciclo globale già iniziato. In realtà i segni di indebolimento sono modesti e i portafogli scarichi, condizione ideale per un cauto recupero dei corsi.

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