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Il Rosso e il Nero: PILLOLE Idee sparse sull’inizio dell’anno


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Pazienza. Raramente, in un giorno qualsiasi di un qualsiasi marzo, luglio o novembre, ci si lancia nella produzione di un’ampia scenaristica per i successivi 12 mesi………


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Dall’inizio di dicembre alla metà di gennaio ci si esprime invece tutti quanti sui grandi concetti e le lunghe durate, con previsioni puntuali sulla fine dell’anno che sta cominciando e portafogli nuovi di05012012_1 zecca adatti alla bisogna. Basta portare pazienza. Le grandi concettualizzazioni sono spesso figlie dell’assenza di eventi. Fra pochi giorni gli eventi riprenderanno a prodursi e degli scenari ci si dimenticherà in un attimo. Gli scenari sono come i buoni propositi formulati il primo gennaio, smetterò di fumare, farò ginnastica e mangerò meglio. Alla prima telefonata che ci innervosisce, i buoni propositi e le ferme risoluzioni svaniscono, ci si accende subito una sigaretta e si riprende a comprare alto e vendere basso.
Minacce iraniane. L’Iran promette di bloccare lo stretto di Hormuz se l’Europa inasprirà le sanzioni e se una portaerei americana oserà entrare di nuovo nel Golfo. L’Europa sta effettivamente mostrando una certa determinazione e il Pentagono conferma che le sue portaerei continueranno a navigare nel Golfo come hanno sempre fatto. In altri tempi la prospettiva del blocco di Hormuz era vista con grande preoccupazione e deprimeva le borse, oggi fa salire i petroliferi e i ciclici e contribuisce al rialzo degli indici. E’ giusto?
Hormuz è ancora molto importante e il petrolio è ancora decisivo. Lo si è visto nel 2011, quando 05012012_2la Libia e il rincaro del greggio hanno fiaccato il ciclo globale per qualche mese, contribuendo a una forte discesa dei mercati. Al momento, tuttavia, è corretto non dare troppo peso alle minacce. L’Iran ha una leadership divisa e l’America è in piena campagna elettorale. Alzare i toni serve ai fini interni, ma nessuno ha intenzione di fare troppo sul serio. Il problema di fondo, l’Iran nucleare, naturalmente resta.
Minacce greche. Il default su tutto il debito in marzo e la contestuale uscita dall’euro sono argomento delle discussioni tra governo e parti sociali, tra Atene e la Troika e tra Atene e le banche creditrici. I toni sono animati ma nessuno vuole davvero arrivare a soluzioni estreme. Lo scenario più probabile è quello di altri tagli alle retribuzioni (sulla linea della svalutazione interna) e di un accordo con le banche su un interesse molto basso sul 50 per cento di debito che Atene afferma di volere onorare. La Grecia rimarrà nell’euro, ma agli obbligazionisti privati non bancari verrà proposta, subito dopo la definizione del contenzioso con le banche, una ristrutturazione su linee analoghe.
Occupati da Spagna e Italia, i mercati vedono ormai la Grecia come un problema locale e non sistemico. Un default greco in marzo verrebbe però a coincidere con il momento di massima tensione per gli ampi collocamenti che impegneranno il Tesoro e le banche italiane. Un motivo in più, vedendo le cose da Francoforte e da Bruxelles, per sistemare in tempo la questione greca.

Spagna.
La Spagna è stata molto più abile dell’Italia, durante la crisi, nel mostrarsi efficiente, decisa e rapida nell’affrontare i suoi problemi. Guardando però ai risultati, l’Italia pasticciona ha sempre rispettato al millimetro gli obiettivi concordati con Bruxelles, mentre la Spagna rassicurante li ha puntualmente mancati, e anche di molto. Il 2011 si è chiuso con uno sforamento di quasi due punti sul deficit promesso (l’8 per cento invece del 6). I mercati continuano a usare per Italia e Spagna due pesi e due misure, ma il nuovo governo di Madrid dovrà comunque adottare misure molto severe, che porteranno la disoccupazione vicina al 30 per cento.
In questi giorni di ottimismo non si deve dimenticare che Spagna, Italia e Grecia vivranno altri mesi di recessione pesante. I mercati temono troppo le aste e troppo poco la crisi di ampi settori di queste economie.
Io scendo, tu sali. L’Europa mediterranea rallenta e la Cina sta togliendo il piede dal freno ma si guarda bene dal premere sull’acceleratore. In compenso l’America compra sempre più auto, assume, produce e consuma con un ritmo che non si vedeva dalla fine del 2010.
La tenuta dell’America è vitale. La crisi europea sarà dolorosa, ma non catastrofica, se gli Stati Uniti manterranno una crescita superiore al 2 per cento (in questo momento è sopra il 3).05012012_3
Verrà un giorno. La crescita americana, dopo la crisi, ha sempre mantenuto un certo tono di fondo, ma è stata anche piuttosto erratica. Verrà un giorno, nel secondo o nel terzo trimestre, in cui il ritmo attuale rallenterà di nuovo. Per complicare le cose, con l’avvicinarsi di novembre e delle elezioni lo spazio di manovra della Fed si ridurrà progressivamente.
In pratica la Fed cercherà di anticipare il più possibile il Qe3, che in cuor suo ha già deciso di fare in ogni caso. Nelle due prime edizioni si dovette aspettare una discesa della crescita vicina allo zero per convincere i mercati e il board. Oggi il quantitative easing non spaventa più nemmeno la Bce e per fare partire il Qe3 basterà un rallentamento al 2 per cento della crescita americana.
La tempistica sarà perfetta se il Qe3 riuscirà a coincidere con le grandi aste italiane di marzo e con la seconda grande operazione di rifinanziamento triennale per le banche da parte della Bce. La forte contrazione italiana e spagnola non sarà evitata, ma l’effetto sui mercati globali sarà meno pesante.
Dispersione. Onore ad Adam Parker di Morgan Stanley e a Charles Blood di Brown Brothers. Avevano entrambi l’obiettivo di 1240-1250 per l’SP 500 e per tutto il 2011 non hanno mai cambiato idea. E’ curioso e inquietante che questi due strategist, che hanno perfettamente centrato l’obiettivo l’anno scorso, abbiano per il 2012 scenari completamente opposti. Per Parker si chiuderà a 1167, per Blood a 1330, con il rialzo concentrato tutto nel primo semestre.
La dispersione delle stime questa volta è davvero ampia e per un Bill Gross cupissimo che parla di una possibile tempesta perfetta nel 2012, c’è per fortuna un Byron Wien sempre giulivo che indica 1400 come target (Thomas Lee di JP Morgan si spinge fino a 1430).
La dispersione è un fatto piuttosto raro ed è quindi molto interessante. Ancora più interessante (e quasi stupefacente) è che questo range compreso tra 1167 e 1430 ruoti intorno a una previsione di utili per azione su cui il consenso, come si diceva una volta, è praticamente bulgaro. Cento dollari per tutti, due più uno meno (contro i 120 degli analisti bottom-up, sempre allegrissimi nelle fasi di crescita e ferali in recessione).

Che fare.
David Kostmann di Goldman, salomonicamente, sceglie un multiplo intermedio di 12.5 e ipotizza una borsa con chiusura invariata per il secondo anno consecutivo.
05012012_4Come comportarsi allora? Sappiamo che il 2011 è stato un anno molto difficile per i gestori. Ha chiuso invariato, almeno in America, ma in ogni momento ha dato l’impressione di precipitare o, alternativamente, di potersi risollevare verso le belle altezze pre-crisi. Il 2012 vivrà situazioni simili, con l’alternarsi di paure sistemiche e di salvataggi clamorosi (Qe3, Ltro2).
Chi investe senza leva farà bene a escludere gli scenari estremi, il crollo del sistema finanziario da una parte e le inevitabili belle sorprese di cui parla il normalmente scettico Jim Rogers dall’altra. Ci sarà tutto e il contrario di tutto e le elezioni americane e lo scontro a fuoco in Congresso per fine anno sulle tasse garantiranno emozioni fino all’ultimo momento, ma i 100 dollari di utili per azione faranno da potente baricentro per le oscillazioni.
Tenendo 1250 come parte centrale del range ci si potrà sbizzarrire in variazioni sul tema. In gennaio si canterà sopra le righe, poi si scenderà in attesa delle aste europee, poi si risalirà per il Qe3, poi si scenderà per il rallentamento estivo americano (Jan Hatzius ha rilevato un difetto nei meccanismi di destagionalizzazione dei dati che penalizza la metà anno) e poi via verso le elezioni. Più le sorprese, naturalmente.

 Analisi Weekly

a cura di: Kairos Partners SGR SpA.


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Utili. L’anno prossimo, secondo molte stime, gli utili operativi dell’SP 500 eguaglieranno (e per qualcuno supereranno) il massimo storico del 2007. Forse c’è un eccesso di ottimismo in queste proiezioni. Si sottovaluta l’impatto fiscale crescente e si sopravvaluta la portata del rialzo delle materie prime, il cui prezzo ha molta importanza su un grande numero di titoli ciclici. L’idea di fondo comunque rimane, il decoupling degli utili dai problemi strutturali del mondo è un dato di fatto.

Differenze. Gli stessi utili venivano prezzati 1550 nel 2007 e sono prezzati 1100 oggi. Sono forse saliti i tassi? No di certo, dal 5 di allora siamo scesi a zero. Si tratta allora di una sottovalutazione temporanea? No, nemmeno questo è vero. A fine 2007 le stime per l’SP per fine 2008 erano comprese tra 1500 e 1800 (si finì in realtà a 900). Le stime per il 2011, per quei pochi che hanno il coraggio di farle, non vanno oltre 1300, massimo 1350. Restano sempre 500 punti di scarto. Perché?
Passato. Negli anni Novanta e nei Duemila fino al 2008 i problemi strutturali esistevano già, ma erano perfettamente asintomatici. Si parlava anche allora di squilibri insostenibili (troppo debito privato, troppo risparmio cinese e troppo consumo in America), ma le crisi del 1987, del 1997- 1998 e del 2001 non derivarono direttamente da questioni strutturali (se non localmente, in Thailandia, Indonesia e Corea per qualche mese tra il 1997 e l’anno successivo). I mercati (e alla fine anche i policy maker) avevano quindi imparato a rimuovere questi aspetti, come chi ha sentito troppe volte gridare al lupo e alla fine non ci crede più. Un ambiente privo di freni inibitori, dunque, terreno di coltura ideale per le bolle.

Futuro. Pochi pensano sul serio che un giorno avranno un infarto prima di averlo, anche se i loro parametri sono allarmanti. Dopo l’infarto, l’idea che potrà ricapitare (e magari essere fatale) resta fissa in testa anche se si sta a dieta, si fanno le lunghe passeggiate consigliate dal medico e si correggono gradualmente i parametri. C’è una perfetta simmetria. Prima si peggiora continuando a non preoccuparsi, dopo ci si continua a preoccupare anche se si migliora.

Ronde. I bond vigilantes degli anni Ottanta erano ferocemente attenti all’inflazione. La generazione attuale è ferocemente attenta al merito di credito. Il risultato è lo stesso, nessuna tregua per i governi individuati volta a volta come carenti o colpevoli. Allora ci vollero 15 anni per debellare l’inflazione, ora occorrerà altrettanto, se non di più, per il debito pubblico. I credit vigilantes lo sanno, ma non faranno sconti sui disavanzi, da portare sotto il tre per cento in tre-quattro anni al massimo.
Sottovalutazione. Probabilmente a Summers non dispiacerebbe avere borse leggermente sopra le righe, il che è comunque positivo perché dimostra sensibilità verso i mercati. Strutturalmente, tuttavia, i rischi di crisi fiscali e bancarie indurranno le borse a rimanere cronicamente sottovalutate, per lo meno rispetto a quello cui ci eravamo abituati nei due decenni passati.

Cina. Stiamo diventando sempre più dipendenti dalla crescita cinese e questo è già un problema in sé. Le questioni strutturali cinesi sono quindi a pieno titolo anche questioni nostre. La dirigenza politica, in questi anni, ha tirato molto la corda rispetto alle disuguaglianze sociali, al prezzo delle case che a Shanghai e Pechino è diventato inaccessibile e agli 8200 veicoli d’investimento immobiliare che gli enti locali hanno creato per vendere loro terra ed edificabilità, in un connubio (per non dire coincidenza fisica), tra politici e imprenditori, che fa sembrare oratoriali conflitti vissuti come scandalosi alle nostre latitudini.

Victor Shih. Non ci sono statistiche ufficiali sugli 8200 veicoli. Il mondo intero si sta servendo di un calcolo fatto da un assistente della Northwestern University, un politologo sino-americano di nome Victor Shih che sul suo (molto interessante) blog ha stimato in 11 trilioni di renminbi, il 30 per cento del Pil, il debito totale di queste opache entità. Dalla Cina sono arrivate mezze smentite e dichiarazioni ufficiose che il problema c’è ma è sotto controllo. Pochissime cifre, però, e tutte vecchie.

Subprime. Qualcosa nell’aria fa pensare che la questione ha raggiunto il punto di ebollizione. Un membro del comitato monetario della banca centrale dichiara al Financial Times che il problema immobiliare è molto, molto più fondamentale e più grande di quello che ha portato alla crisi finanziaria in America e in Inghilterra. Si unisca questo allo sciopero negli stabilimenti Honda del Guangdong.

Allarme rosso. Noi in Occidente vediamo questi problemi da un punto di vista economico e finanziario. Nel quartiere murato dove vive la dirigenza cinese queste cose sono viste come un serio, molto serio problema politico. Tienanmen insegna che nel Dna del partito comunista cinese ci può essere uno stupefacente pragmatismo sulle libertà economiche ma quando si tratta di mantenimento del controllo politico e sociale si sfiora la paranoia.
Priorità assoluta. Dopo la crisi dell’euro si è pensato che la Cina avrebbe allentato la morsa sul settore immobiliare, volano insostituibile per la crescita. Una lettura economicista, probabilmente. La dirigenza del partito si è resa invece conto del fatto che il modello seguito finora è viziato e porta a un aumento troppo veloce dei prezzi delle case. La scelta di abbattere le quotazioni immobiliari di almeno un terzo a Pechino e Shanghai e di un 10-20 per cento nel resto del paese è molto lacerante perché danneggia componenti importanti del partito, ma è stata presa e non si tornerà indietro.

Banche. Non sarà certamente sfuggito al gruppo dirigente che una caduta veloce dei prezzi avrà ripercussioni sulle banche che hanno fatto credito ai veicoli. Nelle settimane passate, del resto, le banche sono state invitate a
sostenere uno stress test basato su questi numeri. Grazie agli aumenti di capitale che sono state energicamente invitate a fare in primavera (la borsa è stata tenuta su apposta) si stima che l’urto possa essere retto. Nel caso si ricorrerà al vecchio metodo e si attingerà alle immense riserve valutarie, pari alla metà del Pil, per ricapitalizzare ulteriormente le banche.

Materie prime. La determinazione ad andare avanti nella politica del ridimensionamento dei prezzi delle case è stata letta come una notizia molto negativa sui mercati delle commodities. Al programma compensativo di sviluppo di edilizia pubblica popolare è stato dato poco credito perché in passato annunci analoghi non hanno avuto molto seguito. Se è però corretta la lettura politica della questione, questa volta si farà sul serio. Non si possono tenere troppo a lungo nei dormitori pubblici centinaia di migliaia di persone in ogni grande città. Naturalmente c’è anche una ragione economica. Un governo che ha fatto della crescita una questione di sopravvivenza deve comunque compensare i disincentivi all’edilizia privata.

Lungo termine. Si sente spesso dire che il governo cinese, dopo avere riempito il paese di dighe, autostrade, ferrovie ad alta velocità e aeroporti potrebbe presto trovarsi a corto di idee per la crescita e con una capacità produttiva in eccesso preoccupante. In realtà le case popolari e gli ospedali saranno la nuova frontiera per i prossimi anni. Un metro quadrato di casa popolare non divora meno cemento, ferro o rame di una casa da edilizia privata. Quanto ai 600 milioni di tonnellate di acciaio che la Cina è in grado di produrre (il mondo intero ne fabbricava 700 nel 1980) ci sarà certo una contenuta compressione dei margini per i produttori ma non bisogna dimenticare la scelta strategica di spingere sull’auto privata. Goldman Sachs parla di una crescita annua a due cifre dell’auto nei prossimi tre anni. Nel 2020, che è dietro l’angolo, la produzione di sole auto leggere raggiungerà un livello che fa sgranare gli occhi, ovvero 30 milioni di unità, tre volte la produzione americana di oggi.

A tutto gas. A proposito di materie prime si parla poco di una rivoluzione silenziosa in pieno corso. Dopo tante false partenze su etanolo, idrogeno, fusione fredda, vento e sole ecco finalmente uno shock da offerta positivo su una scala che diventa ogni giorno più larga. Il gas naturale non convenzionale (triturazione di rocce con perforazione orizzontale) sta cambiando non solo il futuro ma anche il presente dell’America e ha grandi prospettive anche in Cina e perfino in
qualche angolo della nostra Europa, oltre alla solita Australia che ha già tutto. Se Obama può fare la faccia feroce con BP e cacciare dalle acque profonde del Golfo del Messico tutti i produttori, americani inclusi, è perché il gas (e anche il carbone) sono oggi così abbondanti da supplire perfettamente alla minore estrazione di greggio. I mercati, comprensibilmente preoccupati per il problema strutturale del debito pubblico, non hanno ancora metabolizzato pienamente le implicazioni di lungo termine di questo shock positivo. In un mondo disperatamente a caccia di crescita la garanzia di energia abbondante, a buon mercato e geopoliticamente sicura può essere un fattore decisivo.

Marea nera. Macondo è la Chernobyl del petrolio, quanto meno quello estratto in acque profonde, e sta generando in America reazioni molto simili. Come allora il nucleare fu fermato solo in Europa occidentale, così le acque profonde continueranno a essere oggetto d’interesse in Brasile e nel Golfo di Guinea. In questi giorni il petrolio è sceso, trascinando i titoli del settore e deprimendo per questa via le borse, perché i mercati si sono fissati con l’idea del rallentamento ciclico. In realtà, almeno sulle scadenze lontane, l’interdizione dell’estrazione nel Golfo del Messico dovrebbe sostenere le quotazioni del greggio, sia pure marginalmente, e rallentare la discesa dei prezzi di gas e carbone, molto compressi anche da un forte short.

Mercati. Nell’ultimo mese i dati macro sono stati sistematicamente ignorati. La contemplazione del debito pubblico ha ipnotizzato e depresso borse e crediti, impedendo una ripresa a V dei corsi dopo la correzione. Ora si va verso un maggiore equilibrio. Confusi e storditi, molti investitori hanno chiuso le loro posizioni e si sono messi a guardare. La liquidità è scesa e la microvolatilità è salita, con bruschi salti nelle quotazioni da un’ora all’altra e chiusure a Wall Street che rovesciano in dieci minuti l’impostazione delle 24 ore precedenti. Il mercato è prezzato per un rallentamento del ciclo globale già iniziato. In realtà i segni di indebolimento sono modesti e i portafogli scarichi, condizione ideale per un cauto recupero dei corsi.

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