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Il Rosso e il Nero: RIFRAZIONE: Giochi di luce e illusioni ottiche


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Deprimiamoci. L’intero percorso della ripresa partita nella primavera del 2009, già non esaltante, è stato nei giorni scorsi rivisto al ribasso. Si pensava da parecchi mesi che gli Stati Uniti fossero tornati al livello di Pil del 2007……


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e invece non ci siamo, manca ancora qualche settimana. Stesso prodotto di quattro anni fa, più o04082011_1 meno, e 11 milioni di bocche americane in più da sfamare, per crescita demografica e immigrazione.
Stesso prodotto e 6 milioni di persone in meno che lavorano.
Rincuoriamoci. La cannuccia nel bicchiere pieno d’acqua appare spezzata, ma non lo è. E’ la rifrazione. Ci rappresentiamo la realtà in un certo modo, ma la realtà va per conto suo. Le revisioni statistiche producono effetti bizzarri. Un anno fa, nell’agosto 2010, l’SP 500 fece un minimo di 1050 nella convinzione generale di essere sull’orlo del double dip. La Fed, in quei giorni finali di agosto, annunciò il Qe2. Dalle revisioni è emerso che in quelle settimane l’economia stava crescendo del 3 per cento annualizzato.
Deprimiamoci. Nel primo trimestre di quest’anno, fino all’11 marzo del terremoto giapponese, siamo stati convinti di vivere in una bella fase espansiva, tanto che l’SP 500 si è portato a 1350. Dalle revisioni è saltato fuori che abbiamo festeggiato con non poco entusiasmo una miserevole crescita annualizzata dello 0.4 per cento.
Rincuoriamoci. Nel secondo trimestre di quest’anno, cioè fino all’altroieri, siamo stati convinti di vivere in un quadro di brusco deterioramento rispetto al primo trimestre, tanto che l’SP 500 è sceso in giugno fino a 1260. Giappone paralizzato da distruzioni e blackout, industria globale dell’auto priva di componenti, blocco istantaneo delle assunzioni.
Bene, è venuto fuori che il Pil del secondo trimestre è cresciuto a una velocità tre volte e mezza superiore a quella del primo. Insomma, a conti fatti abbiamo festeggiato la stagnazione e ci siamo stracciati le vesti per la (invero modesta) riaccelerazione. Sarà la stessa cosa questa volta, mentre ci stiamo mettendo in testa che stiamo rientrando in recessione?
Deprimiamoci. Mentre il mondo si accanisce contro l’Italia, colpevole di un 120 per cento di 04082011_2debito su Pil, David Walker aggiorna le sue stime sul valore attualizzato delle passività pensionistiche e sanitarie degli Stati Uniti e lo calcola in 60 trilioni, il 400 per cento del Pil. Walker è stato per dieci anni US Comptroller General e sa perfettamente di cosa sta parlando.
Come conseguenza, Btp ai minimi e Treasuries anche trentennali verso i massimi.
Rincuoriamci. Lo psicodramma del debt ceiling americano è stato letto con superficiale cinismo come segno del degrado di una classe politica, pronta a rischiare default e downgrading per difendere interessi particolari. Alla fine si è capito che un default sul debito non è mai passato nemmeno un minuto per la testa di uno solo dei 100 senatori e 435 rappresentanti. Quanto al downgrading, prima o poi assolutamente inevitabile, ora siamo più pronti e ce ne siamo fatti una ragione. Arriverà un giorno in cui gli Stati Uniti saranno degradati allo stesso livello della Slovenia (Aa2) e del Giappone. Non per questo venderemo i Treasuries per riempire i portafogli di titoli sloveni. Quanto al Giappone, che la tripla A l’ha persa tanti anni fa, nessun hedge fund dopo un decennio di accanimento ribassista e di continue perdite osa più mettersi short sui Jgb, che sono invece richiestissimi (il 220 di debito-Pil giapponese non è un problema, è il 70 spagnolo a suscitare ripugnanza).
Rincuoriamoci ancora. Il mondo ha seguito con il fiato sospeso la vicenda del debt ceiling. L’America (il mondo non se ne è accorto) ha seguito conpassione le vicende dei governatori repubblicani che in questi mesi hanno attaccato frontalmente i sindacati del pubblico impiego per abbassare le prestazioni previdenziali, ottenendo qua e là qualche successo ma riempiendole piazze di cortei e facendosi odiare da una buona parte dell’opinione pubblica (New Jersey, Wisconsin). Nemmeno l’America ha seguito alcuni governatori democratici che, con silenziosi accordi con i sindacati, hanno fatto in un attimo molto di più dei loro colleghi repubblicani senza un minuto di protesta. I risanamenti fiscali di certi stati controllati dai democratici sono impressionanti. Il peggiore di tutti, la California, ha azzerato il suo disavanzo, ma è sulle passività a lungo termine che si stanno facendo progressi generalizzati. Morale, in economie ricche anche dissesti che apparivano immensi e intrattabili possono essere risolti in un attimo e senza creare miseria per nessuno, se si trova il consenso delle parti politiche e sociali.
Deprimiamoci. Gli attacchi speculativi non sono mai continui e lineari ma procedono a ondate. Può darsi che l’Italia venga lasciata in pace per qualche settimana, ma le grandi aste di settembre04082011_3 daranno nuove opportunità, soprattutto se i dati macro globali non saranno soddisfacenti.
Rincuoriamoci. Le borse hanno cominciato a scontare un rischio di double dip quando il massimo che si può affermare è che la crescita bassa rende fragile il quadro d’insieme. Fa una certa impressione vedere alternarsi sui terminali notizie di società che battono le stime sugli utili e nuovi minimi degli indici. Anche la riaccelerazione delle vendite di auto in luglio si concilia poco con un calo dei consumi, che restano pur sempre il 70 per cento del Pil.
Anche la tenuta di molte materie prime sui massimi fa pensare a tutto fuorché a una recessione. La stessa materia prima più finanziarizzata, il petrolio, fa una certa fatica a scendere. Perfino la vendita di scorte strategiche di greggio ha mosso poco i prezzi.
In pratica. Un recupero nel breve appare probabile, ma la fragilità dell’insieme, che in questi due anni c’è sempre stata ma di cui adesso abbiamo più consapevolezza, renderà molto volatili i mercati. L’Europa continuerà a produrre instabilità e occasioni speculative. Per chi investe non si tratta di cambiare radicalmente il profilo dei portafogli, ma di approfittare dei rialzi per ridurre i 04082011_4rischi legati alle correlazioni e alla leva. Chi è sottoinvestito può invece approfittare di occasioni come quella di questi giorni per comprare.
L’oro, i Treasuries, il franco svizzero e lo yen rimarranno forti, ma al momento sono decisamente ipercomprati. Molti petroliferi, che hanno tenuto bene, possono essere alleggeriti per fare spazio ad alcuni ciclici che hanno perso molto più terreno. Dollaro ed euro continueranno a scendere tenendosi per mano. La consapevolezza che al mondo nulla è più risk free, tanto meno il cash sul conto corrente, non deve indurre a comportamenti ultradifensivi (anche l’oro, il giorno in cui i tassi inizieranno a salire, conoscerà un suo bear market) ma a comprare asset di qualità (buone azioni e obbligazioni di paesi poco indebitati) accettandone le fluttuazioni di prezzo.

Analisi Weekly

a cura di: Kairos Partners SGR SpA.


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Utili. L’anno prossimo, secondo molte stime, gli utili operativi dell’SP 500 eguaglieranno (e per qualcuno supereranno) il massimo storico del 2007. Forse c’è un eccesso di ottimismo in queste proiezioni. Si sottovaluta l’impatto fiscale crescente e si sopravvaluta la portata del rialzo delle materie prime, il cui prezzo ha molta importanza su un grande numero di titoli ciclici. L’idea di fondo comunque rimane, il decoupling degli utili dai problemi strutturali del mondo è un dato di fatto.

Differenze. Gli stessi utili venivano prezzati 1550 nel 2007 e sono prezzati 1100 oggi. Sono forse saliti i tassi? No di certo, dal 5 di allora siamo scesi a zero. Si tratta allora di una sottovalutazione temporanea? No, nemmeno questo è vero. A fine 2007 le stime per l’SP per fine 2008 erano comprese tra 1500 e 1800 (si finì in realtà a 900). Le stime per il 2011, per quei pochi che hanno il coraggio di farle, non vanno oltre 1300, massimo 1350. Restano sempre 500 punti di scarto. Perché?
Passato. Negli anni Novanta e nei Duemila fino al 2008 i problemi strutturali esistevano già, ma erano perfettamente asintomatici. Si parlava anche allora di squilibri insostenibili (troppo debito privato, troppo risparmio cinese e troppo consumo in America), ma le crisi del 1987, del 1997- 1998 e del 2001 non derivarono direttamente da questioni strutturali (se non localmente, in Thailandia, Indonesia e Corea per qualche mese tra il 1997 e l’anno successivo). I mercati (e alla fine anche i policy maker) avevano quindi imparato a rimuovere questi aspetti, come chi ha sentito troppe volte gridare al lupo e alla fine non ci crede più. Un ambiente privo di freni inibitori, dunque, terreno di coltura ideale per le bolle.

Futuro. Pochi pensano sul serio che un giorno avranno un infarto prima di averlo, anche se i loro parametri sono allarmanti. Dopo l’infarto, l’idea che potrà ricapitare (e magari essere fatale) resta fissa in testa anche se si sta a dieta, si fanno le lunghe passeggiate consigliate dal medico e si correggono gradualmente i parametri. C’è una perfetta simmetria. Prima si peggiora continuando a non preoccuparsi, dopo ci si continua a preoccupare anche se si migliora.

Ronde. I bond vigilantes degli anni Ottanta erano ferocemente attenti all’inflazione. La generazione attuale è ferocemente attenta al merito di credito. Il risultato è lo stesso, nessuna tregua per i governi individuati volta a volta come carenti o colpevoli. Allora ci vollero 15 anni per debellare l’inflazione, ora occorrerà altrettanto, se non di più, per il debito pubblico. I credit vigilantes lo sanno, ma non faranno sconti sui disavanzi, da portare sotto il tre per cento in tre-quattro anni al massimo.
Sottovalutazione. Probabilmente a Summers non dispiacerebbe avere borse leggermente sopra le righe, il che è comunque positivo perché dimostra sensibilità verso i mercati. Strutturalmente, tuttavia, i rischi di crisi fiscali e bancarie indurranno le borse a rimanere cronicamente sottovalutate, per lo meno rispetto a quello cui ci eravamo abituati nei due decenni passati.

Cina. Stiamo diventando sempre più dipendenti dalla crescita cinese e questo è già un problema in sé. Le questioni strutturali cinesi sono quindi a pieno titolo anche questioni nostre. La dirigenza politica, in questi anni, ha tirato molto la corda rispetto alle disuguaglianze sociali, al prezzo delle case che a Shanghai e Pechino è diventato inaccessibile e agli 8200 veicoli d’investimento immobiliare che gli enti locali hanno creato per vendere loro terra ed edificabilità, in un connubio (per non dire coincidenza fisica), tra politici e imprenditori, che fa sembrare oratoriali conflitti vissuti come scandalosi alle nostre latitudini.

Victor Shih. Non ci sono statistiche ufficiali sugli 8200 veicoli. Il mondo intero si sta servendo di un calcolo fatto da un assistente della Northwestern University, un politologo sino-americano di nome Victor Shih che sul suo (molto interessante) blog ha stimato in 11 trilioni di renminbi, il 30 per cento del Pil, il debito totale di queste opache entità. Dalla Cina sono arrivate mezze smentite e dichiarazioni ufficiose che il problema c’è ma è sotto controllo. Pochissime cifre, però, e tutte vecchie.

Subprime. Qualcosa nell’aria fa pensare che la questione ha raggiunto il punto di ebollizione. Un membro del comitato monetario della banca centrale dichiara al Financial Times che il problema immobiliare è molto, molto più fondamentale e più grande di quello che ha portato alla crisi finanziaria in America e in Inghilterra. Si unisca questo allo sciopero negli stabilimenti Honda del Guangdong.

Allarme rosso. Noi in Occidente vediamo questi problemi da un punto di vista economico e finanziario. Nel quartiere murato dove vive la dirigenza cinese queste cose sono viste come un serio, molto serio problema politico. Tienanmen insegna che nel Dna del partito comunista cinese ci può essere uno stupefacente pragmatismo sulle libertà economiche ma quando si tratta di mantenimento del controllo politico e sociale si sfiora la paranoia.
Priorità assoluta. Dopo la crisi dell’euro si è pensato che la Cina avrebbe allentato la morsa sul settore immobiliare, volano insostituibile per la crescita. Una lettura economicista, probabilmente. La dirigenza del partito si è resa invece conto del fatto che il modello seguito finora è viziato e porta a un aumento troppo veloce dei prezzi delle case. La scelta di abbattere le quotazioni immobiliari di almeno un terzo a Pechino e Shanghai e di un 10-20 per cento nel resto del paese è molto lacerante perché danneggia componenti importanti del partito, ma è stata presa e non si tornerà indietro.

Banche. Non sarà certamente sfuggito al gruppo dirigente che una caduta veloce dei prezzi avrà ripercussioni sulle banche che hanno fatto credito ai veicoli. Nelle settimane passate, del resto, le banche sono state invitate a
sostenere uno stress test basato su questi numeri. Grazie agli aumenti di capitale che sono state energicamente invitate a fare in primavera (la borsa è stata tenuta su apposta) si stima che l’urto possa essere retto. Nel caso si ricorrerà al vecchio metodo e si attingerà alle immense riserve valutarie, pari alla metà del Pil, per ricapitalizzare ulteriormente le banche.

Materie prime. La determinazione ad andare avanti nella politica del ridimensionamento dei prezzi delle case è stata letta come una notizia molto negativa sui mercati delle commodities. Al programma compensativo di sviluppo di edilizia pubblica popolare è stato dato poco credito perché in passato annunci analoghi non hanno avuto molto seguito. Se è però corretta la lettura politica della questione, questa volta si farà sul serio. Non si possono tenere troppo a lungo nei dormitori pubblici centinaia di migliaia di persone in ogni grande città. Naturalmente c’è anche una ragione economica. Un governo che ha fatto della crescita una questione di sopravvivenza deve comunque compensare i disincentivi all’edilizia privata.

Lungo termine. Si sente spesso dire che il governo cinese, dopo avere riempito il paese di dighe, autostrade, ferrovie ad alta velocità e aeroporti potrebbe presto trovarsi a corto di idee per la crescita e con una capacità produttiva in eccesso preoccupante. In realtà le case popolari e gli ospedali saranno la nuova frontiera per i prossimi anni. Un metro quadrato di casa popolare non divora meno cemento, ferro o rame di una casa da edilizia privata. Quanto ai 600 milioni di tonnellate di acciaio che la Cina è in grado di produrre (il mondo intero ne fabbricava 700 nel 1980) ci sarà certo una contenuta compressione dei margini per i produttori ma non bisogna dimenticare la scelta strategica di spingere sull’auto privata. Goldman Sachs parla di una crescita annua a due cifre dell’auto nei prossimi tre anni. Nel 2020, che è dietro l’angolo, la produzione di sole auto leggere raggiungerà un livello che fa sgranare gli occhi, ovvero 30 milioni di unità, tre volte la produzione americana di oggi.

A tutto gas. A proposito di materie prime si parla poco di una rivoluzione silenziosa in pieno corso. Dopo tante false partenze su etanolo, idrogeno, fusione fredda, vento e sole ecco finalmente uno shock da offerta positivo su una scala che diventa ogni giorno più larga. Il gas naturale non convenzionale (triturazione di rocce con perforazione orizzontale) sta cambiando non solo il futuro ma anche il presente dell’America e ha grandi prospettive anche in Cina e perfino in
qualche angolo della nostra Europa, oltre alla solita Australia che ha già tutto. Se Obama può fare la faccia feroce con BP e cacciare dalle acque profonde del Golfo del Messico tutti i produttori, americani inclusi, è perché il gas (e anche il carbone) sono oggi così abbondanti da supplire perfettamente alla minore estrazione di greggio. I mercati, comprensibilmente preoccupati per il problema strutturale del debito pubblico, non hanno ancora metabolizzato pienamente le implicazioni di lungo termine di questo shock positivo. In un mondo disperatamente a caccia di crescita la garanzia di energia abbondante, a buon mercato e geopoliticamente sicura può essere un fattore decisivo.

Marea nera. Macondo è la Chernobyl del petrolio, quanto meno quello estratto in acque profonde, e sta generando in America reazioni molto simili. Come allora il nucleare fu fermato solo in Europa occidentale, così le acque profonde continueranno a essere oggetto d’interesse in Brasile e nel Golfo di Guinea. In questi giorni il petrolio è sceso, trascinando i titoli del settore e deprimendo per questa via le borse, perché i mercati si sono fissati con l’idea del rallentamento ciclico. In realtà, almeno sulle scadenze lontane, l’interdizione dell’estrazione nel Golfo del Messico dovrebbe sostenere le quotazioni del greggio, sia pure marginalmente, e rallentare la discesa dei prezzi di gas e carbone, molto compressi anche da un forte short.

Mercati. Nell’ultimo mese i dati macro sono stati sistematicamente ignorati. La contemplazione del debito pubblico ha ipnotizzato e depresso borse e crediti, impedendo una ripresa a V dei corsi dopo la correzione. Ora si va verso un maggiore equilibrio. Confusi e storditi, molti investitori hanno chiuso le loro posizioni e si sono messi a guardare. La liquidità è scesa e la microvolatilità è salita, con bruschi salti nelle quotazioni da un’ora all’altra e chiusure a Wall Street che rovesciano in dieci minuti l’impostazione delle 24 ore precedenti. Il mercato è prezzato per un rallentamento del ciclo globale già iniziato. In realtà i segni di indebolimento sono modesti e i portafogli scarichi, condizione ideale per un cauto recupero dei corsi.

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