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Il Rosso e il Nero: WU WEI L’arte di muoversi il meno possibile


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Il Wu Wei è un’idea fondamentale del Taoismo. A volte viene tradotto come non fare nulla. In realtà, come tutti i concetti delle filosofie orientali, è pieno di sottigliezze. ….


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Più propriamente il Wu Wei è il fare qualcosa senza fare niente. Ad esempio noi nasciamo, cresciamo e invecchiamo e quindi facciamo qualcosa, ma allo stesso tempo non facciamo nulla, 18032011 1nel senso che il fluire della nostra vita non dipende da noi.
Il Taoismo è una filosofia naturalistica e panteista. La cosa più sensata che gli uomini possono fare è quella di seguire il corso della natura, cercando di agire il meno possibile.

Barton Biggs, il grande strategist diventato gestore, non segue il Wu Wei e sta comprando la borsa giapponese. Biggs è uomo d’esperienza e sa che in generale bisogna navigare controvento. Tiene la bussola puntata sull’obiettivo e non si cura troppo degli ostacoli che trova per strada. Nel 2009 ha comprato la borsa americana poco dopo i minimi e mantiene a tutt’oggi le sue posizioni.

Biggs ha un pizzico di guasconeria, ma sta attento al valore di quello che compra. Effettivamente il Giappone, da qualche tempo, offre molto valore.
Le sue banche, ad esempio, sono tra le meglio capitalizzate e in generale le sue imprese hanno bilanci solidissimi. Se il Giappone ha un attivo delle partite correnti nonostante un disavanzo pubblico del 10 per cento è perché le sue imprese investono solo in piccola parte i loro profitti e accumulano in banca tutto il resto. Le famiglie per contro, come nota Jim O’Neill, risparmiano oggi meno di quelle americane.

Ammiriamo molto Biggs, ma da comuni mortali non ce la sentiamo di seguirlo, se non in dosi omeopatiche. Il problema dei sei reattori di Fukushima è che nel terzo c’è anche del plutonio. 18032011 2Sappiamo che si può morire andando in macchina o in aereo o semplicemente attraversando la strada sulle strisce, ma almeno abbiamo a disposizione delle tabelle statistiche che ci quantificano il rischio.
Nessuno invece è in grado di stimare la probabilità che il plutonio del terzo reattore venga esposto all’aria, si ossidi ed emani vapori.

La questione dell’imponderabilità del rischio non riguarda in questo momento solo la borsa giapponese, ma l’economia globale e tutti i mercati. Attualmente le borse scontano una probabilità modesta di eventi severamente catastrofici e un’attesa limitata a pochi giorni. Terminata l’attesa, nel caso non succedesse niente di fatale, il rally di sollievo sarebbe consistente.

Sono in molti a sostenere, El Erian tra questi, che il sommovimento in corso nei mercati stia creando ottime occasioni d’acquisto. Basta stare alla larga dal Giappone e dai titoli legati al nucleare, si sente dire, e comprare quei buoni titoli solidi che ci piacevano quando costavano il 10 per cento più di adesso e che oggi dovrebbero piacerci ancora di più.

E’ verosimile che chi seguirà questa linea verrà premiato. Per i gestori professionali, in particolare, è in momenti come questi che si decidono le performance di un anno e perdere queste occasioni può costare caro.

Chi non è pressato dalla valorizzazione giornaliera può tuttavia decidere di passare, stare fermo un giro, accettare di perdere un’opportunità e seguire il Wu Wei. L’occasione da cogliere potrebbe essere non tanto quella di allargare le posizioni di rischio approfittando dei prezzi più bassi, quanto al contrario quella di ridurre le posizioni su quello che sta salendo e che era rimasto incagliato in portafoglio, come ad esempio i Treasuries lunghi e molti governativi.

Quello che ci lascia ammirati, ma al tempo stesso tentati dalla cautela, è che la borsa di New York abbia assorbito la Tunisia, l’Egitto, la Libia, la guerra sempre meno per procura tra sauditi e iraniani in Bahrain, il terremoto, lo tsunami e il disastro di uno, due e alla fine sei reattori nella terza potenza industriale con una correzione dai massimi limitata finora al 6 per cento.

L’aspetto positivo è che una correzione limitata e tutto sommato ordinata come quella in corso significa che il posizionamento rialzista non aveva raggiunto livelli così alti come i dati di sentiment avrebbero potuto indurre a credere. Abbiamo in altre parole conferma del fatto che a parole si stava diventando tutti ottimisti e quasi entusiasti, ma in pratica si mantenevano ancora i piedi per terra.

Induce invece alla cautela la considerazione che una correzione fisiologica fosse comunque nell’aria. Un osservatore attento del sentiment come Thomas Lee aveva previsto in gennaio un top per l’SP 500 a 1330 (è stato a 1343) e una correzione successiva a 1250. Oggi Lee conferma la sua ipotesi e sostiene che siamo vicini ai minimi dell’anno. Lee ha una robusta preparazione e brillanti intuizioni. Avrà senz’altro ragione se a Fukushima non succederà niente di drammatico. Notiamo però che la correzione prevista da Lee era puramente tecnica. Il mercato, in altre parole, avrebbe preso respiro anche in presenza di notizie positive, magari semplicemente per il fatto inevitabile che anche i dati positivi cessano a un certo punto di essere 18032011 3sorprendentemente tali. Oggi però c’è dell’altro e questo altro attiene alla realtà e non alle dinamiche interne del mercato.

Fuori dal Giappone, il quadro geopolitico è contrastato. L’Egitto scivola lentamente verso una maggiore presenza islamista, ma in forme per il momento morbide. In Libia si intravede una normalizzazione più rapida del previsto. Il governo lascia intendere che rispetterà i contratti, ma se anche non fosse il caso, il greggio che non dovesse andare più agli europei andrà comunque a turchi, russi e cinesi, che quindi ne domanderanno di meno su altri mercati.

Il prezzo del petrolio potrebbe essere a valori anche più bassi se non fosse per il conflitto in Bahrain, che ogni giorno sale di intensità. Arabia Saudita e Iran, i veri protagonisti del conflitto, giocano a carte sempre più scoperte. La guardia nazionale saudita, composta da elementi di tribù sunnite particolarmente vicine alla casa di Saud, ha preso posizione in Bahrain. Dal canto suo, l’opposizione sciita continua a muoversi con un’abilità che fa pensare a una sapiente regia iraniana. Il Dipartimento di Stato ha un atteggiamento critico verso l’intervento militare saudita e non è chiaro se sia un gioco delle parti.

Un certo sostegno al corso del petrolio verrà anche dal Giappone, che dovrà comunque fare a meno di Fukushima. Più che di greggio, tuttavia, il Giappone avrà bisogno di gas. Il gas, con il carbone, è in tutto il mondo il grande vincitore della crisi del nucleare ma in questo momento ne è disponibile talmente tanto che il prezzo ha recuperato poco rispetto ai minimi. Sul gas pesa anche un contango enorme (lo spot sta a 3.98, il dicembre 11 a 4.76 e il dicembre 12 a 5.33) per cui è meglio puntare non sul future ma sulle azioni del settore.

L’Europa ha mandato alcuni segnali positivi muovendosi in anticipo sulla sistemazione strategica dei suoi problemi finanziari. La diminuzione dello spread applicato alla Grecia e l’allungamento dei termini del suo finanziamento fanno pensare che la Germania premierà i paesi che raggiungeranno gli obiettivi loro assegnati. Anche l’allargamento del fondo europeo va nella giusta direzione. Non siamo di fronte ad atti di particolare generosità, intendiamoci, ma è meglio di come a un certo punto si poteva temere. Molto resta ancora da definire, in particolare la delicata questione dei
tempi di rientro per i paesi con uno stock di debito troppo alto. Quanto al Portogallo, non è così decisivo e grave il fatto che possa chiedere l’assistenza europea. Quello che conta, soprattutto agli occhi tedeschi, è che continui sulla strada del risanamento, che ha dato finora risultati non disprezzabili. Il pacchetto di salvataggio sarà presumibilmente piuttosto modesto.

Quanto ai dati macro, continuano a prevalere i segnali di buona salute, in particolare negli Stati 18032011 4Uniti. Fra tre settimane inizierà la pubblicazione degli utili trimestrali e sappiamo già che per le società industriali saranno molto buoni.

In sintesi, chi investe deve in questo momento dare priorità allo stress test del
portafoglio rispetto a esiti ancora più severi della crisi giapponese. Chi ha posizioni troppo estese, magari a leva, deve ridurle. Chi ha una presenza azionaria di un certo peso può stare fermo, senza aumentarla e senza ridurla. Si può semmai approfittare della volatilità per qualche switch anche all’interno dello stesso settore. Chi infine si trova leggero e liquido potrà approfittare della situazione con assaggi graduali.

I prossimi giorni saranno decisivi. Non vediamo ovviamente l’ora di tornare costruttivi.


Analisi Weekly

a cura di: Kairos Partners SGR SpA.


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Utili. L’anno prossimo, secondo molte stime, gli utili operativi dell’SP 500 eguaglieranno (e per qualcuno supereranno) il massimo storico del 2007. Forse c’è un eccesso di ottimismo in queste proiezioni. Si sottovaluta l’impatto fiscale crescente e si sopravvaluta la portata del rialzo delle materie prime, il cui prezzo ha molta importanza su un grande numero di titoli ciclici. L’idea di fondo comunque rimane, il decoupling degli utili dai problemi strutturali del mondo è un dato di fatto.

Differenze. Gli stessi utili venivano prezzati 1550 nel 2007 e sono prezzati 1100 oggi. Sono forse saliti i tassi? No di certo, dal 5 di allora siamo scesi a zero. Si tratta allora di una sottovalutazione temporanea? No, nemmeno questo è vero. A fine 2007 le stime per l’SP per fine 2008 erano comprese tra 1500 e 1800 (si finì in realtà a 900). Le stime per il 2011, per quei pochi che hanno il coraggio di farle, non vanno oltre 1300, massimo 1350. Restano sempre 500 punti di scarto. Perché?
Passato. Negli anni Novanta e nei Duemila fino al 2008 i problemi strutturali esistevano già, ma erano perfettamente asintomatici. Si parlava anche allora di squilibri insostenibili (troppo debito privato, troppo risparmio cinese e troppo consumo in America), ma le crisi del 1987, del 1997- 1998 e del 2001 non derivarono direttamente da questioni strutturali (se non localmente, in Thailandia, Indonesia e Corea per qualche mese tra il 1997 e l’anno successivo). I mercati (e alla fine anche i policy maker) avevano quindi imparato a rimuovere questi aspetti, come chi ha sentito troppe volte gridare al lupo e alla fine non ci crede più. Un ambiente privo di freni inibitori, dunque, terreno di coltura ideale per le bolle.

Futuro. Pochi pensano sul serio che un giorno avranno un infarto prima di averlo, anche se i loro parametri sono allarmanti. Dopo l’infarto, l’idea che potrà ricapitare (e magari essere fatale) resta fissa in testa anche se si sta a dieta, si fanno le lunghe passeggiate consigliate dal medico e si correggono gradualmente i parametri. C’è una perfetta simmetria. Prima si peggiora continuando a non preoccuparsi, dopo ci si continua a preoccupare anche se si migliora.

Ronde. I bond vigilantes degli anni Ottanta erano ferocemente attenti all’inflazione. La generazione attuale è ferocemente attenta al merito di credito. Il risultato è lo stesso, nessuna tregua per i governi individuati volta a volta come carenti o colpevoli. Allora ci vollero 15 anni per debellare l’inflazione, ora occorrerà altrettanto, se non di più, per il debito pubblico. I credit vigilantes lo sanno, ma non faranno sconti sui disavanzi, da portare sotto il tre per cento in tre-quattro anni al massimo.
Sottovalutazione. Probabilmente a Summers non dispiacerebbe avere borse leggermente sopra le righe, il che è comunque positivo perché dimostra sensibilità verso i mercati. Strutturalmente, tuttavia, i rischi di crisi fiscali e bancarie indurranno le borse a rimanere cronicamente sottovalutate, per lo meno rispetto a quello cui ci eravamo abituati nei due decenni passati.

Cina. Stiamo diventando sempre più dipendenti dalla crescita cinese e questo è già un problema in sé. Le questioni strutturali cinesi sono quindi a pieno titolo anche questioni nostre. La dirigenza politica, in questi anni, ha tirato molto la corda rispetto alle disuguaglianze sociali, al prezzo delle case che a Shanghai e Pechino è diventato inaccessibile e agli 8200 veicoli d’investimento immobiliare che gli enti locali hanno creato per vendere loro terra ed edificabilità, in un connubio (per non dire coincidenza fisica), tra politici e imprenditori, che fa sembrare oratoriali conflitti vissuti come scandalosi alle nostre latitudini.

Victor Shih. Non ci sono statistiche ufficiali sugli 8200 veicoli. Il mondo intero si sta servendo di un calcolo fatto da un assistente della Northwestern University, un politologo sino-americano di nome Victor Shih che sul suo (molto interessante) blog ha stimato in 11 trilioni di renminbi, il 30 per cento del Pil, il debito totale di queste opache entità. Dalla Cina sono arrivate mezze smentite e dichiarazioni ufficiose che il problema c’è ma è sotto controllo. Pochissime cifre, però, e tutte vecchie.

Subprime. Qualcosa nell’aria fa pensare che la questione ha raggiunto il punto di ebollizione. Un membro del comitato monetario della banca centrale dichiara al Financial Times che il problema immobiliare è molto, molto più fondamentale e più grande di quello che ha portato alla crisi finanziaria in America e in Inghilterra. Si unisca questo allo sciopero negli stabilimenti Honda del Guangdong.

Allarme rosso. Noi in Occidente vediamo questi problemi da un punto di vista economico e finanziario. Nel quartiere murato dove vive la dirigenza cinese queste cose sono viste come un serio, molto serio problema politico. Tienanmen insegna che nel Dna del partito comunista cinese ci può essere uno stupefacente pragmatismo sulle libertà economiche ma quando si tratta di mantenimento del controllo politico e sociale si sfiora la paranoia.
Priorità assoluta. Dopo la crisi dell’euro si è pensato che la Cina avrebbe allentato la morsa sul settore immobiliare, volano insostituibile per la crescita. Una lettura economicista, probabilmente. La dirigenza del partito si è resa invece conto del fatto che il modello seguito finora è viziato e porta a un aumento troppo veloce dei prezzi delle case. La scelta di abbattere le quotazioni immobiliari di almeno un terzo a Pechino e Shanghai e di un 10-20 per cento nel resto del paese è molto lacerante perché danneggia componenti importanti del partito, ma è stata presa e non si tornerà indietro.

Banche. Non sarà certamente sfuggito al gruppo dirigente che una caduta veloce dei prezzi avrà ripercussioni sulle banche che hanno fatto credito ai veicoli. Nelle settimane passate, del resto, le banche sono state invitate a
sostenere uno stress test basato su questi numeri. Grazie agli aumenti di capitale che sono state energicamente invitate a fare in primavera (la borsa è stata tenuta su apposta) si stima che l’urto possa essere retto. Nel caso si ricorrerà al vecchio metodo e si attingerà alle immense riserve valutarie, pari alla metà del Pil, per ricapitalizzare ulteriormente le banche.

Materie prime. La determinazione ad andare avanti nella politica del ridimensionamento dei prezzi delle case è stata letta come una notizia molto negativa sui mercati delle commodities. Al programma compensativo di sviluppo di edilizia pubblica popolare è stato dato poco credito perché in passato annunci analoghi non hanno avuto molto seguito. Se è però corretta la lettura politica della questione, questa volta si farà sul serio. Non si possono tenere troppo a lungo nei dormitori pubblici centinaia di migliaia di persone in ogni grande città. Naturalmente c’è anche una ragione economica. Un governo che ha fatto della crescita una questione di sopravvivenza deve comunque compensare i disincentivi all’edilizia privata.

Lungo termine. Si sente spesso dire che il governo cinese, dopo avere riempito il paese di dighe, autostrade, ferrovie ad alta velocità e aeroporti potrebbe presto trovarsi a corto di idee per la crescita e con una capacità produttiva in eccesso preoccupante. In realtà le case popolari e gli ospedali saranno la nuova frontiera per i prossimi anni. Un metro quadrato di casa popolare non divora meno cemento, ferro o rame di una casa da edilizia privata. Quanto ai 600 milioni di tonnellate di acciaio che la Cina è in grado di produrre (il mondo intero ne fabbricava 700 nel 1980) ci sarà certo una contenuta compressione dei margini per i produttori ma non bisogna dimenticare la scelta strategica di spingere sull’auto privata. Goldman Sachs parla di una crescita annua a due cifre dell’auto nei prossimi tre anni. Nel 2020, che è dietro l’angolo, la produzione di sole auto leggere raggiungerà un livello che fa sgranare gli occhi, ovvero 30 milioni di unità, tre volte la produzione americana di oggi.

A tutto gas. A proposito di materie prime si parla poco di una rivoluzione silenziosa in pieno corso. Dopo tante false partenze su etanolo, idrogeno, fusione fredda, vento e sole ecco finalmente uno shock da offerta positivo su una scala che diventa ogni giorno più larga. Il gas naturale non convenzionale (triturazione di rocce con perforazione orizzontale) sta cambiando non solo il futuro ma anche il presente dell’America e ha grandi prospettive anche in Cina e perfino in
qualche angolo della nostra Europa, oltre alla solita Australia che ha già tutto. Se Obama può fare la faccia feroce con BP e cacciare dalle acque profonde del Golfo del Messico tutti i produttori, americani inclusi, è perché il gas (e anche il carbone) sono oggi così abbondanti da supplire perfettamente alla minore estrazione di greggio. I mercati, comprensibilmente preoccupati per il problema strutturale del debito pubblico, non hanno ancora metabolizzato pienamente le implicazioni di lungo termine di questo shock positivo. In un mondo disperatamente a caccia di crescita la garanzia di energia abbondante, a buon mercato e geopoliticamente sicura può essere un fattore decisivo.

Marea nera. Macondo è la Chernobyl del petrolio, quanto meno quello estratto in acque profonde, e sta generando in America reazioni molto simili. Come allora il nucleare fu fermato solo in Europa occidentale, così le acque profonde continueranno a essere oggetto d’interesse in Brasile e nel Golfo di Guinea. In questi giorni il petrolio è sceso, trascinando i titoli del settore e deprimendo per questa via le borse, perché i mercati si sono fissati con l’idea del rallentamento ciclico. In realtà, almeno sulle scadenze lontane, l’interdizione dell’estrazione nel Golfo del Messico dovrebbe sostenere le quotazioni del greggio, sia pure marginalmente, e rallentare la discesa dei prezzi di gas e carbone, molto compressi anche da un forte short.

Mercati. Nell’ultimo mese i dati macro sono stati sistematicamente ignorati. La contemplazione del debito pubblico ha ipnotizzato e depresso borse e crediti, impedendo una ripresa a V dei corsi dopo la correzione. Ora si va verso un maggiore equilibrio. Confusi e storditi, molti investitori hanno chiuso le loro posizioni e si sono messi a guardare. La liquidità è scesa e la microvolatilità è salita, con bruschi salti nelle quotazioni da un’ora all’altra e chiusure a Wall Street che rovesciano in dieci minuti l’impostazione delle 24 ore precedenti. Il mercato è prezzato per un rallentamento del ciclo globale già iniziato. In realtà i segni di indebolimento sono modesti e i portafogli scarichi, condizione ideale per un cauto recupero dei corsi.

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