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Il Rosso e il Nero: SOLDATI DEL DESTINO: Perché tutti vogliono obbligare l’Irlanda a farsi aiutare?

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Qualcosa accomuna l’India, il Pakistan, l’Angola, il Mozambico e per certi aspetti perfino la Cina all’Irlanda. E’ il fatto che tutti questi paesi sono guidati da decenni da un ristretto gruppo dirigente forgiatosi in una dura lotta anticoloniale (nel caso cinese la guerra antigiapponese durata dal 1931 al 1945) cui ha fatto subito seguito, senza soluzione di continuità, una guerra intestina in seno allo stesso gruppo nazionalista vincitore.…..


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La guerra civile successiva alla vittoria anticoloniale è stata in questi paesi (con l’eccezione cinese) infinitamente più feroce della guerra d’indipendenza. Mezzo milione di morti nel conflitto tra India e Pakistan del 1947, altrettanto nella guerra tra Mpla e Unita in Angola, un milione in quella tra Frelimo e Renamo in Mozambico.

In Irlanda i Soldati del Destino (Fianna Fàil) che puntano oggi i piedi contro la Merkel sono lo stesso partito che Eamon de Valera fondò nel 1926 dopo avere guidato nel Sinn Fein, insieme a Michael Collins, la guerra d’indipendenza contro gli inglesi del 1919-21. Vinta la guerra, de Valera e Collins (che stavano tra loro come Robespierre e Danton, freddo e intransigente l’uno, pragmatico e amato l’altro) dettero vita a un conflitto tutto interno al movimento nazionalista. Il regolamento di conti durò un anno e costò la vita a 5000 persone (molto più della precedente guerra contro gli inglesi). Chi ha visto Liam Neeson, interprete protagonista del bel film del 1996 dedicato a quegli eventi, sa come Collins finì subito assassinato dai sicari di de Valera. Forse è meno noto che negli 88 anni successivi, cioè fino a oggi, l’Irlanda è stata un paese a bipartitismo perfetto in cui si sono alternati de Valera e i suoi successori da una parte e, in qualche breve intervallo, i successori di Collins (la Tribù degli Irlandesi del Fine Gael) dall’altra.

18112010 1Quando un gruppo dirigente nazionalista subisce il doppio filtro della guerra d’indipendenza e di quella civile difficilmente resiste alla tentazione di considerarsi il dominus assoluto del suo paese. Il suo tasso di nazionalismo rimane altissimo, ma la continua permanenza al potere lo rende soggetto a voracità e corruzione.

Il Fianna Fàil è un perfetto esempio di partito-nazione ed è buon europeista essenzialmente in funzione anti-inglese (così come baltici, polacchi, ungheresi e cechi sono europeisti in funzione anti-russa). A pochi anni dal centenario dell’indipendenza, però, l’idea di delegare sovranità all’Europa e al Fondo Monetario è vissuta come ripugnante, quasi fosse un tradimento degli ideali dei padri fondatori. Questo sentimento è vissuto intensamente anche dall’opinione pubblica. A questo si aggiunge certamente il fastidio di dover aprire i libri delle banche a ispettori stranieri, facendo così emergere scheletri recenti e antichi di ogni tipo.

Come i baltici si sono sottoposti a sacrifici indicibili pur di non abbandonare Eurolandia e ricadere quindi nell’orbita economica di Mosca (e alla fine ci sono pienamente riusciti), così gli irlandesi si sono tirati la cinghia da soli di parecchi buchi e sono pronti a tirarsela ancora pur di rimanere padroni a casa loro. Il loro bilancio è in via di rapido risanamento e il traguardo del 3 per cento di disavanzo nel 2014 appare pienamente raggiungibile. Quanto alle banche, il prezzo delle case in continua discesa costringe a rivedere al rialzo le perdite stimate, ma la differenza tra quanto è già noto da mesi e quello che si può immaginare oggi non è superiore ai 20 miliardi. Forse non è così noto che l’Irlanda ha in cassa riserve liquide di altrettanto e ha in più, in caso estremo, un fondo pensioni ben fornito da cui potrebbe farsi prestare qualcosa (in Argentina lo si fa continuamente, ma forse è meno noto che lo fanno in pratica anche gli Stati Uniti quando consolidano il Social Security Trust Fund in attivo nella voragine del bilancio federale).

18112010 2Perché allora assistiamo a questo surreale psicodramma di un’Europa che vuole obbligare l’Irlanda a essere aiutata, facendone per di più una questione di ore, altrimenti chissà che cosa succede? E perché i mercati vendono euro e comprano dollari come se l’America fosse il paese con le prospettive di finanza pubblica più solide del pianeta? Le borse scendono, l’oro perde 100 dollari e i titoli di stato di mezza Europa si inabissano per cosa, per 20 miliardi di buco in più?

Lo psicodramma ha molte concause. C’è la Merkel che deve fare vedere ai suoi elettori che l’Europa sta in piedi. C’è ancora la Merkel che vuole costringere l’Irlanda ad alzare la tassa sulle società (ovviamente l’opposizione irlandese è strenua, dal momento che sono in gioco migliaia di posti di lavoro di società americane ed europee basate a Dublino). Ci sono le faide intraeuropee sul coinvolgimento dei privati nelle ristrutturazioni del debito pubblico dal 2013 in avanti. Ci sono i mercati che, vedendosi bombardati ogni dieci minuti da Bloomberg che annuncia i nuovi massimi di spread di questo o di quel paese, pensano che la fine di Eurolandia sia nuovamente vicina e vendono.

Ci sono i governi di un terzo di Europa, che devono pagare tassi crescenti per vendere la loro carta, che vogliono mettere una bella toppa all’Irlanda e che non se ne parli più. C’è la Bce preoccupata per i titoli delle banche irlandesi che sta scontando (le banche centrali detestano le perdite sul loro portafoglio, le considerano un’ammissione del fatto che stanno facendo impropriamente politica fiscale e temono che, dovessero un giorno essere ricapitalizzate, addio autonomia). Infine c’è sempre il politico finlandese o austriaco (in aprile slovacco e tedesco) alla ricerca del warholiano quarto d’ora di celebrità che gonfia il petto e dice che lui il debito greco o irlandese non lo vuole pagare (e i mercati subito a credergli). Insomma, tutti preoccupati tranne il malato, l’Irlanda, che ha soldi fino a metà 2011 senza dovere emettere più nulla.

18112010 3Quanto al contagio, dietro alla Grecia e al Portogallo (ma non erano già malati terminali?) il bersaglio grosso è la Spagna. Pochi notano tuttavia che in generale i paesi della nuova austerità mediterranea, quelli che dovevano precipitare nella deflazione e nell’implosione del loro apparato produttivo, stanno andando molto meglio del previsto. La produzione industriale spagnola è del 6.3 per cento più alta di un anno fa e gli ordini sono buoni. Il disavanzo pubblico sta scendendo più velocemente di quanto concordato con Bruxelles. Il prezzo delle case è sceso alla fine solo del 13 per cento rispetto ai massimi del 2007 (molto meno che in America, in Irlanda e in Inghilterra) e ora scende molto lentamente (a una velocità annualizzata del 2 per cento). Diminuisce con regolarità la quantità di titoli che le banche spagnole portano a scontare alla Bce, segno che le banche riescono sempre più a finanziarsi attraverso i canali ordinari.

Accanto ai temi europei, grande apprensione sta generando l’inflazione cinese e la possibilità di ulteriori rialzi dei tassi. L’inflazione (in Cina, ma anche in molti paesi emergenti) è in questo momento soprattutto alimentare, ma non solo. Il governo ha istituito un blocco dei prezzi (tutto pur di non rivalutare, ha commentato Krugman) e altri aumenti delle riserve obbligatorie delle banche sono in cantiere.

Lo strumento più potente di politica monetaria in Cina non è tuttavia costituito dalle riserve bancarie o dai tassi (che si aumentano il meno possibile nel timore di essere inondati di capitali della diaspora cinese, con conseguente rivalutazione del renminbi) bensì dalla quantità complessiva di nuovo credito erogabile. E’ probabile che nel 2011 non venga ridotta, ma è possibile che la distribuzione durante l’anno sia caricata soprattutto sul secondo semestre, in modo da avere un po’ di decongestionamento nei prossimi mesi. E’ fine tuning, non è una tragedia.

18112010 4Altro tema di paure, questa volta in America, è la confusione sul Quantitative Easing. Si teme che sia troppo efficace. Si teme che sia inefficace. Si teme che venga interrotto. Si teme che non venga interrotto. Nel frattempo i titoli lunghi continuano a perdere terreno (temendo l’inflazione dietro l’angolo), anche se l’oro scende e anche se l’inflazione (quella effettiva, non quella fantasticata) tocca il livello più basso da 70 anni (0.6 per cento anno su anno il core Cpi).

Viene dato rilievo al manifesto di protesta di alcune centinaia di economisti contro il QE2, ma si tratta di una battaglia soprattutto politica. La Fed andrà avanti a testa bassa sulla sua strada, ma la novità è che la stessa madre di tutte le colombe, la Yellen, dice che con questo clima sarà difficile pensare a un eventuale QE3. Su un terreno più costruttivo, sembra molto buono il piano ufficiale bipartisan sul risanamento strutturale delle finanze pubbliche americane (è il terzo piano in una settimana ed è il più autorevole). Iva federale al 6.5 da destinare totalmente a riduzione del debito, due sole aliquote (di cui la più alta abbassata al 27), tagli intelligenti a sanità e pensioni e disboscamento di detrazioni e deduzioni.

Il nuovo Obama (un cane bastonato, lo descrive Krugman) sponsorizzerà questo piano nell’ambito di una svolta neoclintoniana che potrebbe essere confermata dalla nomina dell’ottimo Roger Altman a successore di Summers. L’adozione del piano potrebbe indurci a rivedere l’opinione strutturalmente negativa sul dollaro, ma è meglio non entusiasmarsi, perché la battaglia sarà durissima. Obama e il piano dovranno vedersela, prima ancora che con i repubblicani, con l’ala liberal dei democratici del Congresso, guidata ancora una volta dalla riconfermata Nancy Pelosi.

Le paure su Europa, Cina e Stati Uniti non sono totalmente prive di fondamento, ma sono esagerate. A ingigantirle non è altro che il posizionamento dei portafogli dopo nove settimane di forte e veloce rialzo. La stessa cosa accadde un anno fa a quest’epoca.

Vi ricordate Dubai? Se non ci fosse stata la crisi fra pochi mesi, nell’aprile 2011, sarebbero partiti i lavori del progetto Alpi Dubai, una catena montuosa artificiale coperta di 36 chilometri, con 19 montagne, numerosi ghiacciai e un vulcano artificiale. Invece niente, venne la crisi e il mondo temette il colpo di grazia per le banche inglesi creditrici e il contagio verso tutti i debitori deboli. Dubai ovviamente aveva problemi veri, ma il panico sui mercati fu dovuto essenzialmente al fatto che erano saliti ininterrottamente da marzo e qualsiasi scusa era buona per consolidare. Dubai allora, l’Irlanda oggi.

Che fine ha fatto Dubai? I prezzi delle case sono scesi parecchio, ma si sono stabilizzati. I bond di entità semisovrane sono stati ristrutturati, ma non è stato devastante. L’emirato è tornato sui mercati e ha raccolto di recente 250 milioni. La borsa è scesa fino a due mesi fa. Sui minimi perdeva il 75 per cento, ma è già risalita del 15. Oggi ha i multipli più bassi del mondo e i rendimenti più alti, con uno dei rapporti più bassi tra debiti e mezzi propri.

Abu Dhabi dista solo 119 chilometri da Dubai e l’autostrada è molto trafficata, specialmente la mattina. Abu Dhabi ha aiutato molto Dubai.

Dublino dista di più da Bruxelles, 773 chilometri, ma verrà aiutata lo stesso (anche da Francoforte e perfino da Londra). Anche se non vuole.

Analisi Weekly

a cura di: Kairos Partners SGR SpA.


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Utili. L’anno prossimo, secondo molte stime, gli utili operativi dell’SP 500 eguaglieranno (e per qualcuno supereranno) il massimo storico del 2007. Forse c’è un eccesso di ottimismo in queste proiezioni. Si sottovaluta l’impatto fiscale crescente e si sopravvaluta la portata del rialzo delle materie prime, il cui prezzo ha molta importanza su un grande numero di titoli ciclici. L’idea di fondo comunque rimane, il decoupling degli utili dai problemi strutturali del mondo è un dato di fatto.

Differenze. Gli stessi utili venivano prezzati 1550 nel 2007 e sono prezzati 1100 oggi. Sono forse saliti i tassi? No di certo, dal 5 di allora siamo scesi a zero. Si tratta allora di una sottovalutazione temporanea? No, nemmeno questo è vero. A fine 2007 le stime per l’SP per fine 2008 erano comprese tra 1500 e 1800 (si finì in realtà a 900). Le stime per il 2011, per quei pochi che hanno il coraggio di farle, non vanno oltre 1300, massimo 1350. Restano sempre 500 punti di scarto. Perché?
Passato. Negli anni Novanta e nei Duemila fino al 2008 i problemi strutturali esistevano già, ma erano perfettamente asintomatici. Si parlava anche allora di squilibri insostenibili (troppo debito privato, troppo risparmio cinese e troppo consumo in America), ma le crisi del 1987, del 1997- 1998 e del 2001 non derivarono direttamente da questioni strutturali (se non localmente, in Thailandia, Indonesia e Corea per qualche mese tra il 1997 e l’anno successivo). I mercati (e alla fine anche i policy maker) avevano quindi imparato a rimuovere questi aspetti, come chi ha sentito troppe volte gridare al lupo e alla fine non ci crede più. Un ambiente privo di freni inibitori, dunque, terreno di coltura ideale per le bolle.

Futuro. Pochi pensano sul serio che un giorno avranno un infarto prima di averlo, anche se i loro parametri sono allarmanti. Dopo l’infarto, l’idea che potrà ricapitare (e magari essere fatale) resta fissa in testa anche se si sta a dieta, si fanno le lunghe passeggiate consigliate dal medico e si correggono gradualmente i parametri. C’è una perfetta simmetria. Prima si peggiora continuando a non preoccuparsi, dopo ci si continua a preoccupare anche se si migliora.

Ronde. I bond vigilantes degli anni Ottanta erano ferocemente attenti all’inflazione. La generazione attuale è ferocemente attenta al merito di credito. Il risultato è lo stesso, nessuna tregua per i governi individuati volta a volta come carenti o colpevoli. Allora ci vollero 15 anni per debellare l’inflazione, ora occorrerà altrettanto, se non di più, per il debito pubblico. I credit vigilantes lo sanno, ma non faranno sconti sui disavanzi, da portare sotto il tre per cento in tre-quattro anni al massimo.
Sottovalutazione. Probabilmente a Summers non dispiacerebbe avere borse leggermente sopra le righe, il che è comunque positivo perché dimostra sensibilità verso i mercati. Strutturalmente, tuttavia, i rischi di crisi fiscali e bancarie indurranno le borse a rimanere cronicamente sottovalutate, per lo meno rispetto a quello cui ci eravamo abituati nei due decenni passati.

Cina. Stiamo diventando sempre più dipendenti dalla crescita cinese e questo è già un problema in sé. Le questioni strutturali cinesi sono quindi a pieno titolo anche questioni nostre. La dirigenza politica, in questi anni, ha tirato molto la corda rispetto alle disuguaglianze sociali, al prezzo delle case che a Shanghai e Pechino è diventato inaccessibile e agli 8200 veicoli d’investimento immobiliare che gli enti locali hanno creato per vendere loro terra ed edificabilità, in un connubio (per non dire coincidenza fisica), tra politici e imprenditori, che fa sembrare oratoriali conflitti vissuti come scandalosi alle nostre latitudini.

Victor Shih. Non ci sono statistiche ufficiali sugli 8200 veicoli. Il mondo intero si sta servendo di un calcolo fatto da un assistente della Northwestern University, un politologo sino-americano di nome Victor Shih che sul suo (molto interessante) blog ha stimato in 11 trilioni di renminbi, il 30 per cento del Pil, il debito totale di queste opache entità. Dalla Cina sono arrivate mezze smentite e dichiarazioni ufficiose che il problema c’è ma è sotto controllo. Pochissime cifre, però, e tutte vecchie.

Subprime. Qualcosa nell’aria fa pensare che la questione ha raggiunto il punto di ebollizione. Un membro del comitato monetario della banca centrale dichiara al Financial Times che il problema immobiliare è molto, molto più fondamentale e più grande di quello che ha portato alla crisi finanziaria in America e in Inghilterra. Si unisca questo allo sciopero negli stabilimenti Honda del Guangdong.

Allarme rosso. Noi in Occidente vediamo questi problemi da un punto di vista economico e finanziario. Nel quartiere murato dove vive la dirigenza cinese queste cose sono viste come un serio, molto serio problema politico. Tienanmen insegna che nel Dna del partito comunista cinese ci può essere uno stupefacente pragmatismo sulle libertà economiche ma quando si tratta di mantenimento del controllo politico e sociale si sfiora la paranoia.
Priorità assoluta. Dopo la crisi dell’euro si è pensato che la Cina avrebbe allentato la morsa sul settore immobiliare, volano insostituibile per la crescita. Una lettura economicista, probabilmente. La dirigenza del partito si è resa invece conto del fatto che il modello seguito finora è viziato e porta a un aumento troppo veloce dei prezzi delle case. La scelta di abbattere le quotazioni immobiliari di almeno un terzo a Pechino e Shanghai e di un 10-20 per cento nel resto del paese è molto lacerante perché danneggia componenti importanti del partito, ma è stata presa e non si tornerà indietro.

Banche. Non sarà certamente sfuggito al gruppo dirigente che una caduta veloce dei prezzi avrà ripercussioni sulle banche che hanno fatto credito ai veicoli. Nelle settimane passate, del resto, le banche sono state invitate a
sostenere uno stress test basato su questi numeri. Grazie agli aumenti di capitale che sono state energicamente invitate a fare in primavera (la borsa è stata tenuta su apposta) si stima che l’urto possa essere retto. Nel caso si ricorrerà al vecchio metodo e si attingerà alle immense riserve valutarie, pari alla metà del Pil, per ricapitalizzare ulteriormente le banche.

Materie prime. La determinazione ad andare avanti nella politica del ridimensionamento dei prezzi delle case è stata letta come una notizia molto negativa sui mercati delle commodities. Al programma compensativo di sviluppo di edilizia pubblica popolare è stato dato poco credito perché in passato annunci analoghi non hanno avuto molto seguito. Se è però corretta la lettura politica della questione, questa volta si farà sul serio. Non si possono tenere troppo a lungo nei dormitori pubblici centinaia di migliaia di persone in ogni grande città. Naturalmente c’è anche una ragione economica. Un governo che ha fatto della crescita una questione di sopravvivenza deve comunque compensare i disincentivi all’edilizia privata.

Lungo termine. Si sente spesso dire che il governo cinese, dopo avere riempito il paese di dighe, autostrade, ferrovie ad alta velocità e aeroporti potrebbe presto trovarsi a corto di idee per la crescita e con una capacità produttiva in eccesso preoccupante. In realtà le case popolari e gli ospedali saranno la nuova frontiera per i prossimi anni. Un metro quadrato di casa popolare non divora meno cemento, ferro o rame di una casa da edilizia privata. Quanto ai 600 milioni di tonnellate di acciaio che la Cina è in grado di produrre (il mondo intero ne fabbricava 700 nel 1980) ci sarà certo una contenuta compressione dei margini per i produttori ma non bisogna dimenticare la scelta strategica di spingere sull’auto privata. Goldman Sachs parla di una crescita annua a due cifre dell’auto nei prossimi tre anni. Nel 2020, che è dietro l’angolo, la produzione di sole auto leggere raggiungerà un livello che fa sgranare gli occhi, ovvero 30 milioni di unità, tre volte la produzione americana di oggi.

A tutto gas. A proposito di materie prime si parla poco di una rivoluzione silenziosa in pieno corso. Dopo tante false partenze su etanolo, idrogeno, fusione fredda, vento e sole ecco finalmente uno shock da offerta positivo su una scala che diventa ogni giorno più larga. Il gas naturale non convenzionale (triturazione di rocce con perforazione orizzontale) sta cambiando non solo il futuro ma anche il presente dell’America e ha grandi prospettive anche in Cina e perfino in
qualche angolo della nostra Europa, oltre alla solita Australia che ha già tutto. Se Obama può fare la faccia feroce con BP e cacciare dalle acque profonde del Golfo del Messico tutti i produttori, americani inclusi, è perché il gas (e anche il carbone) sono oggi così abbondanti da supplire perfettamente alla minore estrazione di greggio. I mercati, comprensibilmente preoccupati per il problema strutturale del debito pubblico, non hanno ancora metabolizzato pienamente le implicazioni di lungo termine di questo shock positivo. In un mondo disperatamente a caccia di crescita la garanzia di energia abbondante, a buon mercato e geopoliticamente sicura può essere un fattore decisivo.

Marea nera. Macondo è la Chernobyl del petrolio, quanto meno quello estratto in acque profonde, e sta generando in America reazioni molto simili. Come allora il nucleare fu fermato solo in Europa occidentale, così le acque profonde continueranno a essere oggetto d’interesse in Brasile e nel Golfo di Guinea. In questi giorni il petrolio è sceso, trascinando i titoli del settore e deprimendo per questa via le borse, perché i mercati si sono fissati con l’idea del rallentamento ciclico. In realtà, almeno sulle scadenze lontane, l’interdizione dell’estrazione nel Golfo del Messico dovrebbe sostenere le quotazioni del greggio, sia pure marginalmente, e rallentare la discesa dei prezzi di gas e carbone, molto compressi anche da un forte short.

Mercati. Nell’ultimo mese i dati macro sono stati sistematicamente ignorati. La contemplazione del debito pubblico ha ipnotizzato e depresso borse e crediti, impedendo una ripresa a V dei corsi dopo la correzione. Ora si va verso un maggiore equilibrio. Confusi e storditi, molti investitori hanno chiuso le loro posizioni e si sono messi a guardare. La liquidità è scesa e la microvolatilità è salita, con bruschi salti nelle quotazioni da un’ora all’altra e chiusure a Wall Street che rovesciano in dieci minuti l’impostazione delle 24 ore precedenti. Il mercato è prezzato per un rallentamento del ciclo globale già iniziato. In realtà i segni di indebolimento sono modesti e i portafogli scarichi, condizione ideale per un cauto recupero dei corsi.

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