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Il petrolio rischia di scivolare


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L’ultimo allungo del Wti sembra guidato unicamente dalla speculazione. I fondamentali mostrano un peggioramento. Ridotto l’import della Cina…


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In settimana il petrolio Wti ha confermato il superamento della soglia tecnica degli 85 dollari per barile registrando poi a quota 88,62 il top degli ultimi due anni.

Esaminando però le posizioni rilevate dal Commitment of trade (Cot) emerge che sono soprattutto gli investitori di matrice finanziaria come fondi comuni ed hedge fund a sostenere l’attuale rialzo, probabilmente favorito dalla recente manovra espansiva decisa dalla Fed e dalla speculazione che gli attacchi terroristici ai pozzi in Nigeria possano continuare.

Mentre dal punto di vista dei fondamentali della domanda e dell’offerta «fisica», la situazione non mostra alcun deficit produttivo. Anzi, la Cina (maggior consumatore mondiale di greggio) ha ridotto a ottobre l’import di petrolio a 3,88 milioni di barili al giorno segnando il minimo degli ultimi 18 mesi e una contrazione del 32% rispetto a settembre. Non solo.

Le medie dei target price attesi dalle principali banche d’affari per il terzo quarter di quest’anno e per il primo trimestre 2011 rilevate da Bloomberg sono rispettivamente di 80,09 e 81,07 dollari, valori decisamente inferiori a quelli attuali.

E in questo scenario, almeno per operare in ottica di breve termine, poco conta che l’Agenzia internazionale dell’energia abbia previsto che la richiesta e i prezzi del petrolio siano destinati a crescere nei prossimi 25 anni arrivando a superare i 15 milioni di barili al giorno e la soglia dei 200 dollari per barile, nonostante le strategie verdi adottate da diversi governi. In altri termini, il trend ascendente in atto potrebbe avere le gambe corte.

Un’ipotesi che inoltre trova un sostegno nel recupero, seppur parziale, messo a segno dal biglietto verde rispetto alle altre divise nelle ultime sedute.

Autore: Gianluigi Raimondi

Fonte: Borsa e Finanza del 13 novembre 2010

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