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Verso la «frontiera» emergente


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La nuova Cina va ricercata in Paesi come Kenya e Qatar. Trezzi (Invesco): «In questi mercati si trovano opportunità di maggior reddito». Da cogliere col risparmio gestito.


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Bond o equity non fa differenza quando si parla di mercati emergenti. E gli investitori lo sanno bene. Tant’è che da un po’ di mesi hanno spostato gradualmente l’attenzione proprio sui Paesi in via di sviluppo, come tra l’altro testimoniano i dati di raccolta netta diffusi in settimana da Assogestioni. Niente di più azzeccato, soprattutto se si guarda le performance da inizio anno. Mentre le piazze care annaspano, infatti, con TS&P500 praticamente invariato e l’Eurostoxx50 in calo del 6,26%, il Jp Morgan Global Emerging Markets fa segnare un guadagno in euro del 25,91 per cento. E ora ci si chiede se questo trend di crescita sia ancora sostenibile. Sergio Trezzi, country head Italia di Invesco, è convinto di sì, anche se al tempo stesso, considerando gli elevati flussi nei mercati emergenti negli ultimi anni, consiglia di ricercare ulteriori opportunità a maggior reddito nei mer-cati del Middle East e Nord Africa (l’indice di riferimento, il Nasdaq Omx Mena è in attivo da gennaio in euro dell’11,14%), «caratterizzati da ottimi giacimenti di materie prime, ma con nùnor trend socialdemografici rispetto a quelli asiatici». Sono i cosiddetti mercati di frontiera, ovvero i parenti poveri tra i Paesi in via di sviluppo che, «sebbene di solito condividano le interessanti prospettive di crescita a lungo termine dei comuni mercati emergenti – fa notare a B&F Robert Ruttmann, analista equity research di Credit Suisse – tendono ad avere uno stadio di sviluppo ancora iniziale. E proprio per questo motivo, molti investitori lungimiranti vedono in loro la prossima ondata emergente. D’altronde, oggi questi mercati si trovano in una posizione analoga a quella della Cina, che dal 1980 al 2010 ha visto aumentare di 13 volte il Pii prò-capite, passando da 313 a 4.336 dollari».

DALL’AFRICA ALL’AMERICA LATINA.
I mercati di frontiera sono disseminati in tutto il mondo. Dall’America Latina, con esempi come il Perù e la Boliva, all’Asia (esempi sono il Vietnam e la Mongolia), passando per Paesi dell’Est Europa come Ucraina e Croazia. Tra queste, una delle aree più promettenti è sicuramente l’Africa, «dove la maggior parte dei mercati di frontiera dispone di diversi fattori di crescita strutturale a lungo termine – aggiunge Ruttmann – Per fare qualche esempio: popolazioni giovani, enorme potenziale di recupero tecnologico, grandi divari nell’output produttivo e mercati di consumo ancora in fase embrionale. E considerato il miglioramento della governance economica e politica, nonché il crescente accetto ai finanziamenti internazionali tramite i mercati dei capitali, molte piazze di frontiera africana offrono opportunità di crescita a lungo termine estremamente interessanti». E alcune di queste, come il Kenya, stanno già esprimendo il loro valore, considerando che D Nairobi Stock Exchange 20 sta facendo segnare da inizio anno un rendimento del 44,46 per cento. Al di là dell’Africa, particolarmente attraente è anche la regione del Golfo, ricca di gas e petrolio, dove la rimozione delle restrizioni agli investimenti sta spingendo molti risparmiatori verso Paesi come il Qatar (il Qe Index sta guadagnando da gennaio il 21,57%).

I RISCHI CONNESSI. Ma non tutto ciò che riluce è oro. Nonostante le loro prospettive positive a lungo termine, infatti, i mercati di frontiera tendono a essere più rischiosi dei mercati emergenti. Le loro economie sono tipicamente più vulnerabili agli shock economici esterni e le istituzioni politiche sono normalmente meno stabili delle comuni aree emergenti e sviluppate. «Inoltre – sottolinea ancora Ruttmann – i loro mercati azionati tendono a essere molto ristretti e primitivi, con un numero limitato di società quotate, per giunta anche piccole». I cinque maggiori mercati di frontiera per capitalizzazione di Borsa sono gli Emirati Arabi Uniti (104 miliardi di dollari), il Qatar (102 miliardi di dollari), il Kuwait (100 miliardi di dollari, l’Argentina (49 miliardi di dollari) e la Nigeria (41 miliardi di dollari). Ma anche queste aree più sviluppate risultano molto ridimensionati se paragonate ai 992 miliardi di dollari di capitalizzazione della Borsa svizzera o 13 trilióni di quella statunitense. I livelli di liquidità più bassi nei mercati di frontiera indicano che per gli investitori può essere difficile vendere i titoli se l’avversione al rischio aumenta e i prezzi scendono.

A SPASSO TRA ETF E FONDI. Per investire in questi mercati, dunque, è consigliabile affidarsi al mondo del gestito. Tra i fondi comuni specializzati su questa «nicchia» di emergenti il migliore da inizio anno è stato il Baring Asean Frontiers (+34,10%), seguito dal Templeton Frontier Markets (+19,41%), dal Gam Star Frontier Opportunities (+18%) e dal Sarasin EmergingSar New Frontier (+12,37%). Ma nel ventaglio d’offerta è possibile trovare anche alcuni Etf, che però non sono presenti sul mercato italiano: quello che si è comportato meglio è il Claymore/Bny Mellon Frontier (+34,12%); degne di nota sono anche le performance degli armonizzati Ucits Db x-trackers S&P Select Frontier (+26,75%) e del PowerShares Mena (+16,01%).

Autore: Gabriele Pertucciani

Fonte: Borsa e Finanza del 11 settembre 2010

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