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MOMENTO MAGICO: Restare investiti restare calmi


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Oggi il falsificazionismo di Popper non è più in grande auge. Come tutte le cose che furoreggiano in un certo periodo e dopo qualche tempo appaiono evidentemente datate, anche alle sue idee è toccato di essere passate al setaccio con particolare severità. In fondo, però, proprio….

questo è il trionfo di una delle principali tesi del falsificazionismo e cioè che più una teoria appare confermata da un numero crescente di fatti senza smentite e quindi vera, più accanitamente bisogna dedicarsi a farla a pezzi per cercare di dimostrarla falsa.

E’ con questo spirito che bisogna accostarsi a un quadro macro e di mercato che appare straordinariamente favorevole. Così come un anno fa a quest’epoca era doveroso interrogare 15042010 1con la massima severità le ipotesi che davano l’SP ancora sopravvalutato e il mondo avviato a ripetere non solo il primo, ma anche il secondo e il terzo anno della Grande Depressione, così oggi bisogna calare in acqua pesanti ancore mentali per non farsi prendere dall’entusiasmo.

L’SP 500 ha alle spalle un rialzo dell’81 per cento. Diciamo subito che questa è l’ultima delle nostre preoccupazioni. La borsa brasiliana è salita negli ultimi otto anni del 1100 per cento (in dollari) e sta tutto sommato abbastanza bene dov’è. Meirelles alzerà i tassi e magari ci sarà qualche correzione, ma il grande rialzo di San Paolo è stato guadagnato, non rubato.

L’equivalenza meccanica tra grande rialzo e bolla è sciatta. Non è con questa ancora che riusciremo a tenere i piedi per terra.

Guardiamo allora al quadro macro. Chi ha avuto più ragione finora, il più ottimista di tutti, continua ad alzare le stime di crescita. Non parliamo di O’Neill, ma di qualcuno che è stato ancora più esuberante di lui, ovvero l’ex capo economista del Fondo Monetario Michael Mussa. Sul sito del Peterson Institute sono pubblicate le sue ultime previsioni e quello che colpisce non è solo il 4 per cento di crescita americana per quest’anno e per il prossimo, ma anche il 3 giapponese e, temerario al massimo, il 2 per l’Europa (che diventa addirittura 2.7 nel 2011).

La Fed di San Francisco, la Fed più colomba di tutte che cerca sempre motivi per non alzare i 15042010 2tassi e non ha quindi un particolare interesse a dipingere in rosa la crescita, alza le stime 2010 al 3.5 e per il 2011 parla di un’America non al 4 ma sopra il 4. Il gelido Hatzius di Goldman, che non si è mai spaventato troppo ai tempi della crisi e ha correttamente previsto tempi e modi della ripresa senza mai lasciarsi andare a grandi numeri e parlando anzi di una decelerazione (temporanea) nella seconda metà del 2010, alza ora le stime proprio per il secondo semestre. Lo porta al 2 annualizzato e, detto da lui, vuol dire che sotto il 2 proprio non si scenderà, con buona pace del ciclo delle scorte e degli incentivi fiscali alla fine della loro fase propulsiva.

Restando sempre sul macro, il volonteroso falsificatore deve fare i conti con dati sull’occupazione che nei prossimi due mesi saranno a dir poco bellissimi. Certo, sappiamo tutti che saranno drogati dalle assunzioni temporanee per il censimento, ma l’effetto psicologico sarà ineliminabile. Con 3-400 mila nuovi impieghi, forse anche di più, una borsa stoica potrà magari rimanere composta, ma di scendere sarà ben difficile che se ne parli.

Insomma, i consumi vanno meglio del previsto, l’occupazione si riprende, l’Europa manifatturiera si rimette in piedi, la Cina sta crescendo del 12 annualizzato, sulla Grecia è stato cucito un solido rattoppo, il contagio iberico è evitato, le materie prime crescono di prezzo ma crescono il giusto, la produttività globale non è mai stata così alta, i cambi sono tranquilli (ricordate la cena a Long Island in cui alcuni Signori dell’Universo avevano deciso di portare l’euro alla parità con il dollaro?) e gli utili vanno benissimo. Fanno soldi le banche, fa soldi la grande tecnologia, i produttori di acciaio e petrolio sono più che soddisfatti, la chimica va bene e le auto, se si guarda al di là degli incentivi che vanno e vengono, si preparano a guadagnare pur vendendo molto meno di un tempo.

C’è forse da temere un colpo basso da parte di qualche banca centrale? Certo, gli emergenti alzano i tassi in modo ormai corale (questo terrà su il loro cambio e permetterà al cash investito sulle loro valute di percepire rendimenti sempre più alti per i prossimi 12 mesi), ma riesce difficile pensare a rialzi nei paesi sviluppati. Un americano su dieci è ancora disoccupato, rendere più costosi i mutui è l’ultima cosa di cui ha bisogno il mercato delle case, il Giappone è in deflazione grave e la Bce deve fare i conti con iberici e greci in caduta libera e Francia e Italia in apnea.

Ci sono vari modi di leggere il Bernanke degli ultimi giorni. La nostra interpretazione è che il suo mettere l’accento su tutto quello che non va (i disoccupati, le case, i disavanzi degli enti locali e il 15042010 3grande buco federale) sia un modo per spiegare e giustificare i tassi a zero (o comunque molto bassi) ancora per molto tempo. Noi non dimentichiamo affatto, sembra dire Bernanke, che la legge impone alla Fed di occuparsi di inflazione e di disoccupati con pari energia. Che l’inflazione non ci sia è evidente (dicendo che l’inflazione moderata è broadly based Bernanke risponde in codice a quegli economisti che in queste ultime due settimane hanno insinuato che il Cpi è tenuto basso solo dagli affitti), che i disoccupati siano 15 milioni è ancora più evidente.

Fin qui il Bernanke rivolto al Congresso. Il Bernanke che parla ai mercati è invece quello che tace sul “periodo esteso”, la formula con cui da mesi il Fomc fa capire che non toccherà i tassi per molto tempo. I mercati, in questo momento, stanno benissimo in piedi da soli, non hanno bisogno di incoraggiamenti anzi, semmai, di qualche granello di sabbia che li tenga a freno.

In pratica è probabile che la Fed voglia tenere i tassi molto bassi ancora per parecchio tempo, tenendo però i mercati un poco sulla corda con un uso sapiente delle parole e dei silenzi.

Letta così la situazione, c’è da contare i mesi che mancano al nuovo massimo storico delle borse (18? 24?). Grazie al notevole sacrificio umano dei disoccupati, il mondo (Europa esclusa) tornerà entro fine anno ai livelli di produzione precrisi ma con margini di profitto molto più alti e tassi molto più bassi. L’idea che le borse hanno del paradiso non è molto diversa da questa.

A questo punto armiamoci di spirito popperiano e cerchiamo nell’armadietto tutti gli acidi corrosivi disponibili.

Il primo ce lo fornisce in qualche modo lo stesso Mussa, il superottimista. Mussa nota una cosa di cui si è parlato poco. Gli 8.5 milioni di nuovi disoccupati creati in America dalla crisi non sono rappresentati come immagine dall’impiegato che esce con lo scatolone dal palazzo della 15042010 4Lehman. Per decenni e secoli quella resterà l’iconografia della crisi, ma sarebbe molto più corretta la foto di un giovanotto ispanico che lascia il suo posto di facchino. Suonerà strano, ma tra i laureati 55enni la crisi non si è vista e ai 60-65enni è andata ancora meglio.

Questo significa che la crisi ha colpito i meno qualificati e produttivi. Simmetricamente, però, la ripresa dell’occupazione riguarderà ancora loro, i meno qualificati e produttivi. Il boom di produttività cui abbiamo assistito rientrerà almeno in parte.

Un secondo acido lo prendiamo da William White, ex direttore della Banca dei Regolamenti Internazionali e, da quella sede, lucido constatatore, già a fine 2006, del fatto che il ciclo positivo globale era già ampiamente fuori tempo massimo. Oggi White (che non è di scuola austriaca, ma viene dalla sintesi keynesiano-neoclassica come tutti i banchieri centrali) si dice colpito dal fatto che la risposta alla crisi non sia stata altro che “more of the same”, ovvero il consueto mix monetario e fiscale in dosi ancora più grandi che nelle crisi precedenti. White non lo dice, ma è sottinteso che quello che non ha impedito le crisi del 2001 e del 2008 non impedirà nemmeno la prossima.

Non siamo totalmente d’accordo con White. Rimaniamo aggrappati all’idea che si stia seguendo una via intermedia, fatta sì di stimoli classici, ma in dose dimezzata rispetto all’uso liberale di droghe nelle crisi precedenti. Confessiamo però di seguire con una certa apprensione l’andamento del 4
disavanzo commerciale americano, proxy di tutti gli squilibri globali. La crisi aveva portato a un dimezzamento del disavanzo (da 60 a 30 miliardi al mese) che molti (IMF tra questi) davano come acquisito e strutturale. E’ però innegabile che, mese dopo mese, da 30 siamo tornati a 40. E’ l’altra faccia dei consumi più vivaci.

Continuiamo a pensare che non torneremo a 60 e che ci fermeremo a 40, ma sarà bene intensificare i controlli antidoping.

Un’altra considerazione intelligentemente acida di White riguarda la Grande Moderazione, il nome in codice con cui si intendono le politiche monetarie degli anni Novanta e Duemila tutte centrate sul contenimento dell’inflazione. Invece di una Grande Moderazione che ha prodotto una grande crisi sarebbe stato meglio, dice White, provocare ogni tanto qualche piccola crisi, tanto per disintossicare il sistema. Si avrà lo stomaco, questa volta, di provocare a freddo una piccola crisi? Vedremo, ma la nostra impressione è che di questo non si parlerà né quest’anno né il prossimo.

Questi erano bottiglioni di acido, ma con effetto differito. Qualche flaconcino con effetto più veloce è comunque disponibile, anche se avrà conseguenze limitate.

Il 7 maggio e il 3 giugno usciranno, come abbiamo visto, dati bellissimi sull’occupazione. Già il 2 luglio, tuttavia, potremmo tornare a vedere il segno negativo, perchè i lavoratori assunti per il censimento saranno tornati a casa. Anche questa, naturalmente, sarà un’illusione ottica, ma avrà un certo peso se si verificherà effettivamente, nei mesi successivi, quel moderato rallentamento di cui si parla da tempo.

Da qui a luglio, tuttavia, di acidi a disposizione per corrodere l’ottimismo ce ne saranno pochi. La saga greca potrà avere qualche coda. Qualche asta di Treasuries potrà andare peggio del previsto. Roubini ed El Erian potrebbero tornare a parlare di eccessi e bolle. Tutto già visto. Si lavorerà allora molto sull’extended period, si indurrà il mercato a pensare che, se esagera con l’entusiasmo, il periodo con i tassi a zero non sarà poi così esteso.

Come si vede, guardando al medio e al lungo termine sono legittimi (anche se non necessariamente fondati) dubbi e inquietudini. Nel breve, però, conviene proprio rimanere investiti. Calmi e raccolti, ma investiti.

Analisi Weekly

a cura di: Kairos Partners SGR SpA.
Autore: Alessandro Fugnoli



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