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Monetari in crisi di raccolta


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Negli ultimi due anni il patrimonio si è ridotto di oltre il 12 per cento. Ora si teme per la loro sopravvivenza. Ma gli addetti ai lavori assicurano: «Lo strumento non si estinguerà …..

E crisi d’identità per i fondi di liquidità n duro responso arriva dai dati di raccolta, che vedono la categoria in rosso ormai da circa due anni. Basti pensare che da marzo 2008 a oggi il patrimonio complessivo in gestione è crollato di oltre il 12%, passando da 94,8 miliardi agli attuali 82,8. Certo, la crisi che ha colpito l’industria dei fondi nel 2008 ha giocato un ruolo principale. Ma alla base di questa fuga di capitali ci sono anche ragioni strutturali, legate principalmente ai costi e ai rendimenti nella maggior parte dei casi piuttosto risicati. Almeno per quanto riguarda i prodotti cosid-detti statici, ovvero a gestione passiva.

Tant’è che viene da chiedersi se questo tipo di strumento ha ancora una ragione d’essere, soprattutto considerando la crescente concorrenza degli Etf monetari, che presentano commissioni di gestione decisamente più contenute.

Discorso a parte, invece, meritano i fondi monetali dinamici, gestiti in maniera attiva anche attraverso l’utilizzo di strumenti derivati. In questo caso, i rendimenti sono decisamente concorrenziali all’equity. E l’esempio ci arriva dal Jb Abs Eur di Swiss & Global Asset Management che negli ultimi 12 mesi ha messo a segno un balzo del 37,39%, non molto lontano dal +52% circa in euro dell’Msci World.

IL DESTINO DEL MONETARIO. A dispetto della crisi di raccolta e dei rendimenti piuttosto bassi, gli addetti ai lavori non hanno dubbi: il fondo monetario non si estinguerà e conserverà la sua ragione d’essere. «A nostro avviso – spiega a B&F Davide Pasquali, presidente di Pharus Sicav – la fuga di capitali dal monetario è sta-ta dettata principalmente dall’atteggiamento degli istituti di credito che, in una situazione di crisi, hanno privilegiato la vendita di obbligazioni a tutto svantaggio del sistema fondi, e quindi non solo dei prodotti di liquidità. Ma a breve sono convinto che questa emorragia si fermerà». Gli fa eco Leonardo Cervelli, direttore commerciale di Sella Gestioni: «Questa emorragia durerà al massimo ancora 6-12 mesi, ma anche io sono convinto che si fermerà Anche perché il fondo monetario ha una sua logica se utilizzato nell’ambito di switch programmati». Ingomma, difficilmente il prodotto è destinato a estinguersi. Anzi, «all’interno di un portafoglio è indispensabile avere una quota destinata al-la liquidità – fa notare Pasquali – Certo, il peso va modificato in base al momento congiunturale e all’andamento dei mercati, ma non bisogna mai andare a zero».

L’ETF NON FA PAURA. E la concorrenza degli Etf non sembra far paura ai gestori. «Sono sicuramente uno strumento di innovazione encomiabile – continua Cervelli – Ma a mio modo di vedere lo strumento fondo indice non si sposa alla perfezione con una logica di parcheggio momentaneo, quindi a due-tre mesi, della liquidità Anche perché, nell’ambito dei costi da sostenere nella compravendita di un Etf, bisogna con siderare le spese di intermediazione, che mediamente si aggirano intorno allo 0,20% (quindi 0,40 considerando acquisto e vendita, ndr), e lo spread bid-ask». A conti fatti, dunque, nell’ambito di una gestione con switch programmati, l’operazione Etf nel suo complesso avrebbe un costo complessivo superiore a quello di un fondo passivo, «per non considerare poi – aggiunge ancora Cervelli – che oggi il Ter dei prodotti di liquidità si è molto ridotto rispetto al passato».

Un esempio in tal senso ci arriva proprio da Sella Gestioni, che ha ridotto le commissioni di gestione dei fondi monetari dallo 0,50 allo 0,30% su base annua, ma anche da Pharus Sicav. «Per quanto ci riguarda – puntualizza Pasquali – sul nostro fondo Pharus Sicav Liquidity, che negli ultimi anni ha ottenuto un rendimento del 7%, abbiamo introdotto un meccanismo variabile nel calcolo delle commissioni di gestione, legandole all’andamento del fondo. Così, su un rendimento dell’1% applichiamo una fee dello 0,10%, ma se il fondo dovesse arrivare a guadagnare il 10%, la commissione sale intorno allo 0,70-0,80%».

Fonte: Borsa e Finanza del 2 aprile 2010

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