GIORNALE3

Il Rosso e il Nero: SEPARATI IN CASA


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Amore e interessi nelle unioni monetarie
Napoleone vendette la Louisiana agli Stati Uniti per 15 milioni di dollari dell’epoca. La Louisiana di allora non era solo la Nouvelle Orléans, ma un immenso territorio….

che si estendeva fin dentro il Canada a nord e fino alle Montagne Rocciose a occidente. Il 23 per cento degli Stati Uniti attuali in cambio di un piatto di lenticchie.

I russi riuscirono a fare anche di peggio. Dopo avere acquistato nel 1812 dai Kashaya (per tre coperte, tre paia di pantaloni alla zuava, due accette, tre zappe e alcune perline) un’area strategica a due passi dalla baia di San Francisco, misero in vendita la zona, non trovarono nessun compratore e se ne andarono nel 1843 senza nemmeno recuperare il costo delle zappe e delle accette. Qualche anno più tardi, nel 1867, la Russia zarista dimostrò di non avere imparato nulla dall’esperienza e vendette l’Alaska, popolata da commercianti di pellicce e da monaci ortodossi, per 7.2 milioni di dollari. L’acquisto fu oggetto di aspre polemiche a Washington. Furono in molti a considerarlo uno spreco di soldi.
Gli stati nazionali, storicamente, si sono spesso svenati in costose guerre di conquista risoltesi in clamorose sconfitte o in un nulla di fatto, ma anche in tempo di pace si sono mostrati in numerose occasioni perfettamente incapaci di valutare correttamente i loro interessi strategici. E’comprensibile, quindi, che operazioni complesse come le unioni monetarie tra paesi destino quasi sempre, prima o poi, ampie critiche.
Del resto non essendoci in natura né sistemi politici né aree geografiche che siano al loro interno perfettamente omogenei per ricchezza o produttività, esiste sempre, dentro un insieme, un sottoinsieme più forte accanto a uno più debole. Se stanno uniti, ci sarà quindi puntualmente qualcuno che consiglia all’area debole di staccarsi e svalutare e qualcuno che consiglia all’area forte di togliersi di dosso il peso morto della zona debole, di emanciparsi e di librarsi gioiosamente verso l’alto con una nuova valuta destinata ad apprezzarsi.

Il processo di scissione può continuare all’infinito. Se Germania e Olanda si staccano da Eurolandia e rivalutano, ad esempio, si può criticare il fatto che la Germania occidentale e la ex DDR continuino a stare assieme. La ex DDR potrebbe quindi staccarsi, svalutare e rifiorire senza più bisogno dei sussidi degli antipatici Wessis, che a loro volta sarebbero lietissimi di smettere di pagare il Solidaritaetszuschlag del 5.5 per cento sull’imposta sui redditi per passare soldi ai fastidiosi e lamentosi Ossis. Anche una volta ripristinato quel denaro da Monopoli che era il vecchio Ostmark, con le sue banconote da gioco delle bambole e le monetine leggere ed evanescenti, si potrebbe obiettare che la triste e impoverita Pomerania dovrebbe istituire un Pommernmark e svalutare immediatamente rispetto alla Turingia e alla Sassonia. E così via, frattalmente, sempre più nel piccolo.
Nell’Etica Nicomachea Aristotele diceva, però, che il prodigo e l’avaro stanno bene insieme e se le unioni monetarie durano (quando durano) qualche ragione deve esserci. Spesso è una ragione politica, come quella che ha tenuto in piedi l’unione monetaria italiana dal 1862 fino all’euro. Per 140 anni il passivo delle partite correnti del sud è stato finanziato dall’attivo del nord. Da trent’anni le Fiandre finanziano la Vallonia, anche se cominciano a non poterne più. In America il Texas è l’unico stato ad avere l’opting out, ovvero la possibilità legale di uscire dagli Stati Uniti, ma gli operosi e virtuosi battisti del sud che lo popolano finanziano da decenni senza troppe proteste il passivo di stati più poveri o più indulgenti verso spese e debiti.
Il fatto è che chi esporta più di quanto importi, chi in generale alla fine riesce a ottenere valuta estera si ritrova, dopo essersi tirato il collo di giorno per accumulare, a rigirarsi nel letto la notte pensando ai rischi che corrono i suoi risparmi una volta investiti. Questi risparmi, infatti, o vanno ad attività imprenditoriali rischiose (azioni o imprese in paesi stranieri) o vanno a finanziare qualche spendaccione che vive al di sopra dei suoi mezzi.
I buoni del mondo, in altre parole, devono per forza finanziare i cattivi del mondo, perché gli altri buoni non hanno bisogno dei loro soldi, ne hanno anzi altri da sistemare in giro. Detto più formalmente, ogni avanzo delle partite correnti deve trasformarsi fino all’ultimo centesimo in un’uscita di capitali. Per evitare di finanziare i cattivi il buono deve smettere di essere buono (Christine Lagarde che invita i tedeschi a consumare di più e a risparmiare di meno) oppure può lasciare salire il cambio della sua moneta fino al momento in cui diventa meno competitivo e fa cessare l’accumulazione di un attivo commerciale (che in genere è larga parte del surplus corrente complessivo).
I buoni del mondo hanno difficoltà a trovare paesi in disavanzo da finanziare che siano anche decenti. L’Australia è in disavanzo corrente da quando esiste e offre nel complesso un buon ritorno sul capitale. L’Australia è un paese-equity pieno di materie prime, ma di Australie ce ne sono pochissime e tutti gli altri sono paesi-bond che mettono in vendita solo le loro cambiali.
Il buono cerca allora il male minore. Visto che gli tocca comprare dei pezzi di carta, che sia almeno in cambio di influenza politica o di uno stabile sbocco per le proprie esportazioni. La Cina ha scelto come cattivo gli Stati Uniti e ha formato con loro un’unione monetaria di fatto, una specie di Pac che ogni tanto (ma di rado) viene rivisto nelle sue clausole. La Germania si è scelta come cattivi gli europei che la circondano. Il surplus corrente tedesco (con un aiutino olandese e finlandese) finanzia il passivo corrente di tutti gli altri, che in cambio comprano volentieri le Bmw e le Mercedes. Se non ci fosse l’euro, il marco caro indurrebbe gli altri a preferire le auto francesi o italiane o, in un futuro prossimo, indiane.

La Germania, nella sua ansia perfezionista, con Eurolandia quadra il cerchio. Rimane in surplus come stato nazionale e allo stesso tempo si fa capocaseggiato di un’Unione Europea che è in pareggio corrente verso il resto del mondo. La parola passivo, che le fa orrore, in questo quadro ordinato non esiste.
La Germania, per di più, evita l’errore del Texas che versa gran parte delle sue imposte direttamente a Washington e non ha quindi nessuna particolare influenza politica sull’Unione. La Germania è generosa, ma tiene lei le chiavi della cassaforte e detesta gli automatismi nei trasferimenti.
I problemi di finanziamento della Grecia e i tassi da usura che sta accettando scomparirebbero all’istante se il grosso del debito europeo fosse emesso dall’Unione, come avviene in America. Non ci sarebbe nemmeno un particolare aggravio per la Germania, perché i mercati valuterebbero bene l’Unione nel suo insieme, un debitore che è in pareggio corrente e ha un disavanzo pubblico complessivo più basso di quello americano e giapponese. L’Unione, a quel punto, redistribuirebbe i proventi fiscali (pagando magari direttamente le pensioni e la sanità) e lo farebbe in modo proporzionale e automatico e quindi, orrore, redistributivo. La Germania continuerebbe a pagare come prima (più di prima, probabilmente) e cesserebbe di essere primus inter pares per diventare un Texas qualunque.
Alla Germania, nel complesso, la macchina barocca di Eurolandia va ancora bene, ma con due avvertenze. La prima è che la distruzione di risparmio da parte dei cattivi deve continuare a essere pari alla costruzione di risparmio da parte dei buoni. I cattivi, in altre parole, devono smettere di diventare sempre più cattivi proprio nel momento in cui il buono sta facendo una certa fatica a portare a casa il suo abituale flusso di risparmio. Fino a ieri si poteva chiudere un occhio, oggi non c’è pietà per nessuno.
La seconda avvertenza è che la macchina esportatrice tedesca sta trovando sempre più spazio in Asia. E’ notizia (storica) di questi giorni che la Germania vende di più in Cina che in Francia. Eurolandia rimane importante, è meglio tenersela, ma se vuole ancora i soldi tedeschi deve rigare dritta. Se capisce il messaggio bene, (Grecia e Portogallo sembrano averlo compreso), altrimenti la si lascerà andare un pezzo alla volta (un esito che al momento continua a sembrare molto improbabile).

In questi giorni i mercati sono ipnotizzati dalla Grecia e una vicenda tutto sommato non colossale (se i soldi per Atene verranno da Germania e Francia con l’aiuto del Fondo Monetario o se invece verranno dal Fondo Monetario con l’aiuto di Germania e Francia) sta spingendo l’euro verso nuovi minimi di periodo. La discesa comincia però a dare dei risultati apprezzabili in termini di esportazioni. L’industria europea sta finalmente accelerando e superando il trauma della fine degli incentivi pubblici. L’euro rimarrà debole ancora per qualche tempo, ma non ci sono motivi strutturali di ulteriore marcata debolezza. I problemi strutturali di America e Giappone non sono certo più piccoli. La debolezza dell’euro è stata finora essenzialmente ciclica, legata cioè alla maggiore difficoltà, rispetto all’America, ad agganciare la ripresa. Questa debolezza è reversibile e lo vedremo nel momento (si spera lontano) in cui gli Stati Uniti rallenteranno, probabilmente nella seconda metà dell’anno.

Per le borse il rialzo può proseguire, purché a passo di lumaca. Per i bond lunghi continuerà invece l’altalena tra la paura di crisi fiscale e la constatazione che l’inflazione non solo non esiste, ma sta continuando a scendere.

Analisi Weekly

a cura di: Kairos Partners SGR SpA.
Autore: Alessandro Fugnoli



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