Il rischio sovrano europeo è tornato sotto pressione, coinvolgendo pesantemente anche l’Italia, per ora solo marginalmente sfiorata dal maremoto che ha travolto Grecia, Irlanda e Portogallo. I mercati hanno iniziato a prezzare in maniera molto simile a quello spagnolo il rischio Italia, paese che abbiamo giudicato ex-peccatore in via di redenzione specie tenendo conto del limitato debito privato (35% del PIL) tra i più bassi di Eurolandia. Sul comparto decennale, lo spread tra BTP e Bund si è portato vicino ai 300 pb, livello…
“Estratto della Nota di Strategia di Pictet Funds” – 15 Luglio 2011”
Autori: Andrea Delitala – Head of Investment Advisory e Marco Piersimoni – Investment Advisory di Pictet Funds
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Problemi non di poco conto sono ben visibili anche negli USA. Dopo S&P, anche Moody’s ha messo sotto osservazione il debito pubblico americano. Nel lessico delle agenzie di rating, questo è il passo preliminare di un vero e proprio declassamento, a meno che non siano rapidamente prese le misure necessarie ad aumentare la soglia massima di debito pubblico stabilita dal congresso, ora ferma a $14,300 mld. Il compromesso politico necessario a raggiungere un accordo sul programma di rientro fiscale, indicato da Obama in $4,000 mld in 10 anni, è indispensabile ma molto faticoso, anche considerando la scadenza elettorale del 2012.
In questo contesto, le notizie macroeconomiche hanno avuto un peso modesto. È proseguito il rallentamento, anche se oramai le aspettative si sono adeguate al tono minore ed i dati deboli non sorprendono: i mercati non anticipano più un rialzo BCE nel 2011. Resta da monitorare il comportamento delle società: una ripresa degli investimenti, tutta da verificare, sarebbe la conferma migliore che la fase attuale non è un’inversione ciclica.

Come detto di recente, interpretiamo la fase attuale come un rallentamento della crescita mondiale dovuto a molteplici motivi: fattori esogeni (aumento del prezzo del petrolio, terremoto in Giappone), rallentamenti dell’attività desiderati ed ottenuti per contrastare l’inflazione (Cina), fine degli stimoli di politica fiscale (dettata dallo stato dei bilanci pubblici e pressoché obbligata dalle “punizioni” inferte dai mercati al minimo dubbio sulla stabilità fiscale), inizio di stance diverse di politica monetaria (BCE in testa). La combinazione di questi fattori è di per sé foriera di un rallentamento, la cui dimensione dipende dall’atteggiamento delle imprese.

Ricorderemo questo luglio come il mese del contagio ‘italiano’ nella crisi del debito sovrano iniziata un anno e mezzo fa: l’insieme di bassa crescita, inerzia comunitaria e, soprattutto, la posizione divenuta politicamente più fragile del Ministro economico Tremonti, hanno fatto da detonatore per vendite massicce su banche e BTP italiani.
Perdite a due cifre per le prime e del 5% circa per un BTP a 10 anni il cui rendimento a scadenza (5,60%) è salito di oltre un punto in un mese portando il differenziale sul Bund a 2,90%, valori che non si vedevano dal 1996.
Crediamo pretestuose le voci negative sugli esiti degli stress-test delle banche domestiche, e riteniamo il fenomeno attuale una crisi di fiducia nei confronti del Paese a tutti gli effetti. In ogni caso, la crisi del 2008-9 ci ha insegnato che finanziari e Stati sono legati a doppio filo: da un lato gli Stati sono i soccorritori di ultima istanza degli intermediari in difficoltà, dall’altro le banche restano un importante investitore in titoli pubblici. Secondo noi la fuga dalle attività italiane ha ragioni prevalentemente di sentiment e deriva da sfiducia ‘politica’ a livello domestico e a livello EMU. Nel frattempo qualcosa si è mosso su entrambi i fronti anche se la crisi non può certo dirsi rientrata:
1. Il governo ha serrato i ranghi e con la collaborazione dell’opposizione il parlamento sta approvando misure correttive per €70 mld con l’obiettivo di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2014. Sosteniamo da tempo che tale traguardo non sia una scelta o un capriccio di politica economica, ma una precondizione necessaria per la stabilità nel nuovo quadro regolamentare Europeo e di mercato (vedi nota sull’outlook 2011 di gennaio).
2. L’11 luglio è stato approvata l’architettura definitiva del piano salva-Stati (European Stability Mechanism), che entrerà in vigore nel luglio 2013 quando subentrerà all’EFSF oggi in essere. Secondo questo schema, in caso di seria minaccia all’euro, i Paesi membri in difficoltà potranno ricevere sussidi dopo aver superato un esame di solvibilità anche grazie ad un programma di risanamento di bilancio e, se necessario, al sacrificio dei detentori privati del debito.
L’ESM quindi aiuta Paesi con crisi di liquidità a patto che si trovino su un sentiero sostenibile, e questo non esclude il sacrificio degli obbligazionisti. Un buon deterrente a termine ma la crisi è già con noi!

Tra i vari dubbi, anche queste considerazioni hanno contribuito ad intensificare le vendite a pronti del sottostante di tutti i periferici: sul BTP lo spread vs Bund è a 290bp ma misurato sui CDS lo spread Italia-Germania è a 195bp! La Grecia e forse l’Irlanda e il Portogallo richiedono dunque soluzioni ad hoc. L’idea era di comprare tempo con un secondo pacchetto di ca €90 mld per la Grecia, onde fare ordine altrove e limitare il rischio di contagio, ma al solito il mercato ha compresso tutti gli scenari e il tempo ora è decisamente scarso. Per contenere la crisi occorre sottrarre almeno i debitori sani dal circolo vizioso del mercato. Per questo immaginiamo tre requisiti:
1. Massima determinazione dei Paesi a perseguire la traiettoria di bilancio sostenibile (basata sulla convergenza al rapporto Debito/PIL del 60% in 20 anni) e almeno il pareggio in tempi brevi.
2. Disponibilità dell’EFSF (anche oltre ai €500 mld dell’ESM) a supportare Paesi solvibili a tassi prefissati (o tarati sul risk-free) in base a stress-test condotti utilizzando gli stessi tassi come plafond per il costo del debito.
3. Impiego deciso della BCE nella difesa del mercato secondario dei Paesi giudicati solvibili in base al punto 2.


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