Nkosi Sikelel’iAfrika, Dio benedica l’Africa. Composto in xhosa, la lingua di Mandela, più di 100 anni fa, è oggi l’inno nazionale del Sud Africa e fa un certo effetto ascoltare i marcantoni biondi degli Springboks cantarlo anche in zulu e sesotho e commuoversi. Non è musicalmente bello come lo struggente inno del Kenya, che ha rubato la melodia a una dolcissima ninna nanna Pokomo, ma è……
politicamente significativo. Dopo la strofa in sesotho cambia lingua e melodia e si trasforma nel vecchio De Stem boero e i rugbisti biondi, a questo punto, si commuovono ancora di più.
Dio benedica l’Africa, dunque, e le dia la forza di gestire bene, senza farsi travolgere, il flusso di investimenti diretti che continua a crescere e quello di investimenti finanziari che in questo 2010 inizierà a farsi cospicuo.
L’Africa (ci concentriamo qui sulla parte a sud del Sahara) sarà una delle mode del 2010, ma ci sono motivi per credere che non sarà solo il solito tema per una stagione effimera. E’ facile essere astratti e concettuali sull’Africa e dire genericamente che è il continente del futuro. Lo si dice da mezzo secolo con più o meno convinzione, salvo poi scoprire puntualmente che è possibile gestire nel peggiore dei modi un patrimonio immenso di ricchezza naturale e umana. Il Brasile è però lì a dimostrare che qualche volta si può trasformare il possibile in reale. I brasiliani si prendevano da decenni in giro definendosi.
O paìs do eterno futuro, ma sono oggi finalmente riconosciuti da tutti come una potenza economica matura, sofisticata e dotata di grande energia.
C’è oggi in Africa un insieme di fattori strutturali, ciclici e politici che stanno tutti virando in senso favorevole. La demografia esplosiva si sta velocemente trasformando in una demografia ottimale. Con una Cina sulla via dell’invecchiamento accelerato e un’India in fase di stabilizzazione l’Africa subsahariana si propone come una regione che resterà giovane ancora qualche decennio ma senza avere più quel ritmo di crescita fuori controllo che portava fin qui a un raddoppio della popolazione ogni 15 anni. L’Aids rimane un flagello (sei milioni di sieropositivi solo in Sud Africa, con punte del 26 per cento della popolazione nel Natal) ma si sta stabilizzando ed è qua e là in recesso nella regione dei Grandi Laghi.
Grandi conflitti civili pluridecennali sono terminati, come in Angola, o proseguono a intensità ridotta, come nel Congo ex Zaire. La stagione dei genocidi in Sierra Leone, Liberia, Ruanda e Burundi ha lasciato il posto a tentativi di riconciliazione nazionale che hanno finora prodotto risultati non disprezzabili. Il conflitto etnico-religioso lungo la faglia che divide l’espansione islamica da nord e quella pentecostale da sud è al momento a intensità moderata in Nigeria, Costa d’Avorio e Kenya. Il Kenya, in particolare, ha mostrato di sapere controllare attraverso una grande coalizione le fortissime tensioni interne che esattamente due anni fa avevano fatto temere il peggio.
Le politiche economiche sono migliorate. Perfino le aree di evidente patologia mostrano segni di attenuazione del male. La Somalia, esperimento di economia senza stato e di valuta stabile senza banca centrale (stabile proprio perché priva di banca centrale, dicono un po’ troppo ammirati alcuni economisti libertari), regge piuttosto bene grazie ai suoi oscuri traffici. L’inflazione nel Congo ex Zaire è scesa al 100 per cento annuo e in Zimbabwe è avviata la stabilizzazione. Paesi più solidi, come la Nigeria, hanno realizzato nei mesi scorsi coraggiose operazioni di pulizia nel loro sistema bancario. Nel bel mezzo della crisi bancaria che ha colpito America ed Europa, l’Africa è stata del resto risparmiata. Alcune delle banche inglesi rimaste illese nella crisi devono la loro sopravvivenza all’ampia diversificazione in Africa. Le grandi banche sudafricane sono sane.
L’Africa subsahariana ha chiuso il 2009, annus horribilis, con una crescita dell’uno per cento. Il Fondo Monetario, impegnatissimo nell’est europeo, si è limitato a versare pochi spiccioli di sostegno e ha addirittura invitato i paesi più solidi a mantenere politiche espansive. E’ la prima volta, a memoria d’uomo. Per quanto guidato da un francese (la Francia è da sempre molto attenta all’Africa) il Fondo sta invitando molti paesi a provare ad arrangiarsi da soli e a presentarsi sui mercati internazionali a chiedere soldi. Dopo l’Angola, quindi, vedremo altri emittenti sui mercati obbligazionari.
Dal 2010 la crescita sarà del 5 per cento e accelererà ulteriormente nel 2011. Il ciclo positivo delle materie prime è ovviamente alla base dell’espansione, ma l’aspetto ancora più positivo è che in molti casi si tratterà non solo di un aumento dei corsi, ma anche dell’entrata in esercizio di nuovi grandiosi giacimenti di greggio. L’Africa avrà dunque da vendere di più e a un prezzo più alto.
A grandi linee si può dire che tutta l’Africa subsahariana darà soddisfazioni agli investitori, ma in gradi diversi. Il Sud Africa, un piccolo Brasile, trarrà ovvi benefici dalla ripresa. Il Sud Africa, tuttavia, è la blue chip del continente e come tutte le blue chip, strastudiate dagli analisti e strabattute dagli istituzionali, può facilmente sottoperformare rispetto alla media del mercato. I Grandi Laghi, dal canto loro, cresceranno in modo vivace, ma senza sorprese.
Le sorprese più interessanti verranno dal Golfo di Guinea, lungo tutta la fascia che va dal Ghana all’Angola. Qui è in corso da qualche anno una grande operazione geopolitica, figlia dell’11 settembre. L’operazione consiste nel disegno americano di ridurre la dipendenza dal greggio del Golfo Persico e da un Venezuela sempre più ostile spingendo al massimo l’esplorazione nel Golfo di Guinea. Questa è del resto una delle ultime aree che restano accessibili alle compagnie petrolifere americane in una fase storica in cui sono sempre di più le compagnie dei singoli stati nazionali ad avere il monopolio della distribuzione e spesso anche dell’estrazione.
Il Golfo di Guinea produce greggio da decenni, ma succede ora che i massicci investimenti degli anni scorsi per esplorare aree marine nuove stanno dando frutti molto interessanti. Mentre Nigeria e Gabon si confermano grandi produttori, l’Angola si mostra in grado di potere
agevolmente aumentare, e di molto, la già ampia produzione. Dal canto suo il Ghana, già dotato di oro, si appresta a diventare un importante produttore.
In questa particolare fase di ripresa ciclica mondiale, i paesi dell’Africa subsahariana si collocano tra quelli che aumenteranno i tassi già in questo primo semestre. Questo vale in particolare per Nigeria e Ghana. L’obiettivo è quello di fare scendere l’inflazione e di scongiurare in anticipo fenomeni di surriscaldamento e bolle. I tassi nominali e reali alti rendono allettante l’afflusso di capitali esteri, che avrà come conseguenza la rivalutazione di naira e cedi (e per inciso rand, anche se la Reserve Bank dovesse tagliare i tassi). Si tratta quindi, per i paesi del Golfo, di uno di quegli allineamenti favorevoli grazie ai quali l’investitore estero finanziato in dollari può guadagnare sul cambio e godere al tempo stesso di un carry da sogno (il cedi ha rendimenti a breve vicini al 20 per cento).
Politicamente, i paesi del Golfo sono, ognuno a modo proprio, piuttosto stabili. Omar Bongo ha guidato il Gabon ininterrottamente per 42 anni, dal 1968 alla morte sette mesi fa ed è stato sempre il più affidabile fornitore di petrolio per la Francia. Teodoro Mbasogo guida da solo la Guinea Equatoriale dal 1979 (ed è meglio non opporglisi). In Angola, una classe dirigente stabile, un tempo marxista, se ne sta arroccata su una collina superdifesa di Luanda e si arricchisce. La Nigeria, supercorrotta ma dotata di straordinaria vitalità e capacità imprenditoriale, è stabile nella sua instabilità e dotata di ammortizzatori, pesi e contrappesi che riescono a tenerla insieme. Il Camerun, il paese delle 200 etnie, è un paese vivace, ben gestito e stabile. Il Ghana, infine, è un paese democratico e serio.
Probabilmente è poco noto che mentre molti paesi dell’est europeo hanno dovuto fare una lunga anticamera prima di essere accettati nell’euro, Costa d’Avorio, Gabon, Camerun e altri dodici paesi, quasi tutti nel Golfo di Guinea, sono tra i soci fondatori (occulti) di Eurolandia. La loro vera banca centrale è in un ufficio a Parigi, nell’impressionante palazzo tardobrutalista che quasi galleggia sulla Senna a Bercy e che ospita il ministero delle Finanze. Nei patti costitutivi dell’euro sta infatti scritto che la Francia si fa garante del cambio fisso tra euro e franco CFA (CFA in origine stava per Colonies Françaises d’Afrique, poi gli hanno trovato un nome più accettabile) senza oneri per gli altri paesi europei. Il cambio tra franco francese e franco CFA era altrettanto fisso prima dell’euro. Fu toccato solo quattro volte e in una fu il franco francese a svalutare contro quello africano. Oggi il franco
CFA è probabilmente sopravalutato in termini reali, ma il rialzo dei corsi delle materie prime correggerà questo squilibrio.
Che una parte dell’Africa stia nell’euro è a buon diritto se si pensa che l’intera regione subsahariana rispetta i criteri di Maastricht molto di più di tutta Eurolandia, Germania virtuosa inclusa. I disavanzi pubblici della regione sono stati pari a un invidiabile 4.8 per cento del Pil nel 2009 e scenderanno al 2.4 nel 2010. Il disavanzo delle partite correnti della regione (che è in via di sviluppo ed è quindi fisiologico e giusto che sia in disavanzo) sarà quest’anno del 2.1 per cento del Pil.
Quest’anno, quindi, in molti penseranno all’Africa. La liquidità è ampia, la propensione al rischio è ritornata e molti mercati emergenti classici appaiono già ben valutati. Gli investitori finanziari, tuttavia, sono come i turisti, che in circostanze normali portano benefici economici e fecondi scambi culturali, ma che quando diventano troppi portano inflazione e degrado.
La tipica patologia che gli investitori esteri aggraveranno in Africa (esclusa l’Africa CFA) sarà la Malattia Olandese. Il primo caso di questa sindrome fu diagnosticato in Olanda negli anni Sessanta. La scoperta di grandi giacimenti di gas naturale nel Mare del Nord provocò inizialmente grande entusiasmo. Si scoprì però ben presto che questa ricchezza portava inflazione e rafforzava il fiorino al punto da rendere non competitivi gli altri settori produttivi, destinati a rapida asfissia. Con intelligenza e saggezza l’Olanda decise di rallentare l’estrazione di gas e di limitarsi a produrre per l’interno, senza esportare nulla. Lo mise in una legge costituzionale tuttora in vigore e guarì rapidamente.
Oggi soffre di Malattia Olandese la Russia. In anni recenti e più felici ne ha sofferto il Regno Unito. Ne soffriva molto il Venezuela, ma dimezzando il valore del bolivar ora starà meglio. Non ne soffrono i sauditi e gli emirati, perché tengono il cambio agganciato al dollaro e quindi debole. La Norvegia, saggia come l’Olanda, congela una parte dei suoi introiti petroliferi in un fondo sovrano. Vedremo se l’Africa avrà la forza di non trasformare in maledizione la sua immensa ricchezza.
Usciamo ora dall’Africa e diamo un’occhiata ai mercati in generale. L’andamento dell’economia globale è complessivamente buono, ma asimmetrico. La prima asimmetria è tra Asia e Stati Uniti che vanno bene (l’Asia fin troppo) e l’Europa e il Giappone che stanno andando molto più piano. La seconda è tra grandi imprese che vanno bene e piccole che ancora licenziano. La terza è tra manifatturiero che va bene, grazie alla ricostituzione delle scorte, e servizi piuttosto piatti.
Le borse sono alla vigilia di una reporting season che avrà due ragioni per essere positiva. Da una parte la continuazione del taglio dei costi (i posti di lavoro non crescono da nessuna parte e stanno ancora calando in molti paesi) e dall’altra un aumento, per la prima volta da un anno, dei ricavi. C’è un consenso abbastanza diffuso per un SP 500 a 1250 a fine anno. In teoria sarebbero 11 punti al mese e a 1145 ne abbiamo fatti già 30. Con gli utili buoni (attenzione alle banche, però) difficilmente ci saranno correzioni in gennaio.
Il dollaro galleggia tra la ripresa del carry trading (che lo indebolisce) e la debolezza dell’economia europea (che lo sostiene). Sulla Grecia si fa la voce grossa perché è l’unico modo per convincerla a fare la cosa giusta. I paragoni con l’Argentina di Desmond Lachman (ex Fondo Monetario) sembrano più dettati da un rifiuto ideologico dell’idea stessa di aiuto esterno che da un’analisi sul campo. E’ vero che la società greca è rissosa come quella argentina e più propensa a rovesciare il tavolo che a rimboccarsi le maniche in stile baltico, ma è anche vero che l’Argentina, a un anno dal default, non avrebbe potuto salvarsi nemmeno volendolo, mentre la Grecia può ancora farlo (e scommettiamo che lo farà).
Analisi Weekly
a cura di: Kairos Partners SGR SpA.
Autore: Alessandro Fugnoli
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