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Rosso e Nero:Mirabilis machina


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“Tocca a noi, che abbiamo i nostri anni. Sopire, troncare, padre molto reverendo. Troncare, sopire”. Morbido e feroce, il potere spagnolesco del conte zio si confronta al vertice con il padre provinciale dei cappuccini, rappresentante di quella fiera chiesa borromaica che proprio perché si sente forte accetta che a volte gli angoli vengano smussati……

Troncato e sopito, il mercato azionario è morbido nei movimenti lenti, piccoli e omogenei, con posizione del corpo alta, come quelli di un praticante di Tai Chi del terzo stile, la forma media elaborata da Wu Yuxiang nei Tredici Metodi.

Quello che appare languidamente e taoisticamente naturalistico e décontracté è in 17122009 1realtà una costruzione elaborata, una macchina barocca o futurista frutto di ingegneria sofisticata. La macchina è dotata di pesi e contrappesi che si attivano immediatamente per attutire le scosse.

Una cattiva notizia, Dubai o la Grecia o magari Dubai e Grecia insieme, attiva subito la ruota dentata del dollaro che scende. La corona del dollaro, torcendosi, attiva il pignone del petrolio e delle materie prime, facendole salire. Una cinghia trasmette il movimento positivo ai titoli dell’energia, dei materiali, dell’acciaio e per estensione a tutto il comparto ciclico e per questa via riduce al minimo la reazione negativa dell’indice alla cattiva notizia. L’SP 500, alla fine di tutto, passa da 1100 a 1090. Niente. Una buona notizia, e in questo periodo ce ne sono continuamente e anche sorprendenti, fa invece scattare i freni potenti dei Treasury (che scendendo di prezzo sopiscono tutto) e del dollaro, che salendo fa scendere il petrolio, le materie prime e i ciclici tutti. L’SP 500, alla fine, festeggia austero passando da 1100 a 1110. Niente.

Si dirà che questi pesi e contrappesi ci sono sempre stati. Vero, ma raramente hanno funzionato così bene e a volte non hanno funzionato affatto. All’inizio di luglio, ad esempio, il mercato ha corretto molto velocemente e concitatamente da 940 a 870 senza nessuna ragione e suscitando qua e là timori (o speranze) di un ritorno ai minimi di 666. Oggi, al contrario, succedono molte cose e il mercato si muove solo impercettibilmente verso l’alto.

Quanto alle aspettative, la dispersione è sempre più piccola. Dopo sei mesi di dichiarazioni squillanti e pensose sui disastri del carry trade, sulle bolle fuori controllo 17122009 2sul petrolio e sull’azionario e sul crollo inevitabile dei bond lunghi se ci si volta indietro si vedono

Il petrolio che costava 70 dollari all’inizio di giugno e che sei mesi e mezzo di bolla dopo ne costa 72 La borsa che nel suo bull market travolgente passa da 1060 in settembre a 111- 0 oggi, con un rialzo del 4.7 per cento che in periodi di bolla vera avrebbe richiesto tre giorni, non tre mesi.

Il Trasury decennale, cioè a dire la cartaccia prossima ventura, che rende oggi meno che in maggio, essendo nel frattempo salito di prezzo.

E’ possibile, anzi probabile, che dietro questa serenità olimpica ci sia, come abbiamo visto, un ingranaggio sofisticato controllato dai policy maker. Il petrolio a 70 dollari (salvo qualche spazio verso 80 quando il dollaro è particolarmente debole) sa molto di accordo politico tra produttori e consumatori. Un prezzo perfetto, dicono da mesi i kuwaitiani, meraviglioso, hanno confermato la settimana scorsa i sauditi, mentre un Berlusconi da sempre nonchalant rispetto agli arcana imperii ha parlato tre mesi fa esplicitamente di prezzo concordato proprio sui 70 dollari. La cosa ha del resto perfettamente senso per tutti, almeno fino a quando non saremo usciti completamente dall’emergenza.

I bond stabili e ben sottoscritti sono dal canto loro il frutto della collaborazione tra Cina e Stati Uniti. Debitore e creditore hanno l’interesse condiviso a tenere sotto controllo la situazione.

Quanto alla borsa, l’ingranaggio che abbiamo visto la tiene sotto attenta tutela. E’ del resto storicamente normale che all’avvio di un ciclo economico positivo una parte importante del rialzo venga consumata velocemente. Uno studio di Horatius, una casa belga, mostra che i rimbalzi dai minimi seguiti ai grandi bear market degli ultimi 40 anni sono durati sempre (non in media, sempre, almeno finora) 200 giorni (e ora siamo lì) per essere poi sempre seguiti da movimenti laterali con bassa volatilità nei successivi 350 giorni.

Ogni ciclo naturalmente fa storia a sé e per il 2010 appare perfettamente legittimo 17122009 3ipotizzare rialzi dal 5 al 15 per cento (mentre ci riesce difficile pen sare a una chiusura d’anno in negativo). D’altra parte il calo di volatilità già ben visibile diventerà ancora più marcato.

Dal punto di vista dei policy maker, che considerano la borsa un canale di trasmissione della politica monetaria, nella fase attuale sono da preferire quotazioni equilibrate in quasi impercettibile rafforzamento a strappi all’insù seguiti da correzioni. I mercati calmi consolidano la percezione di stabilità ritrovata tra le imprese e i consumatori e rafforzano la tendenza a fare programmi
a lungo termine, come aprire o riaprire uno stabilimento o comprare un’auto o una casa. Le correzioni dopo gli strappi genererebbero al contrario uno stato acuto di incertezza e indurrebbero a rinviare le decisioni d’investimento.

C’è poi un nuovo motivo che rende in questo momento superfluo (sempre dal punto di vista dei policy maker) un rialzo forte delle borse. Il motivo è che l’economia sta andando di suo molto bene e non ha al momento bisogno di altri supporti oltre a quelli che ha già. Il Pil americano sta crescendo in questo quarto trimestre a una velocità annualizzata superiore al 4 per cento che dovrebbe mantenersi su livelli alti nei prossimi sei mesi.

Certo, Jan Hatzius nota che metà della crescita è dovuta agli incentivi fiscali e l’altra metà al ciclo delle scorte che ora gioca in negativo, ma la cosa non ci pare così scandalosa.

A memoria d’uomo non si ricordano riprese che non abbiano tratto grande beneficio da queste robuste stampelle. La domanda finale, possiamo starne certi, arriverà. Non sarà spettacolare, ma arriverà.

In queste circostanze si potrà anche fare a meno, per qualche tempo, del dollaro debole. Sul dollaro vorremmo essere prudenti, perché siamo a fine anno, quando è normale che la volatilità aumenti. Quest’anno, in particolare, aumenta per più di un motivo.

Il primo motivo è tradizionale negli anni buoni. A fine anno si chiudono i libri e si smontano le posizioni. Negli anni buoni le posizioni sono spesso di carry e sono finanziate in dollari (usati per comprare tutto il resto). Smontando le posizioni, i dollari precedentemente venduti vengono ricomprati e quindi salgono.

Il secondo motivo è legato alla Grecia, ma non è tanto la Grecia in sé quanto lo spunto che offre a Eurolandia per invocare una tregua nella rivalutazione dell’euro.
La Grecia, infatti, non ha da sola un peso tale da trascinare giù tutta l’ Europa e ha la possibilità, se vuole aiutarsi, di essere aiutata. Chi ha espe rienza di paesi emergenti ha visto negli anni decine di processi di risanamento molto più duri di quelli richiesti oggi alla Grecia. Si dirà che quello che si fa in America Latina o in Africa senza troppi scrupoli diventa macelleria sociale se applicato alla tenera e pallida pelle della delicata Europa. Può darsi, ma i pallidissimi estoni e lettoni, nonché gli europeissimi ungheresi e romeni stanno applicandosi in cure da cavallo che nel caso dei baltici sono addirittura drammatiche. Certo, alla Grecia mancano i 40 anni di dura scuola sovietica e l’arte di arrangiarsi e di stringere la cinghia è stata coltivata di meno, ma si può sempre imparare.

Il terzo motivo per un possibile modesto rafforzamento del dollaro è che l’America sta andando meglio dell’Europa. Al punto che d’incanto, dopo alcuni mesi di onorato servizio, la correlazione tra dati positivi americani e dollaro più debole si è improvvisamente invertita.

La spiegazione (sempre che non si tratti di un fatto tecnico e temporaneo) è che prima un dato macro positivo rafforzava nei mercati la propensione al rischio, che si traduceva in nuove operazioni di carry finanziate in dollari.

Al tempo stesso, i policy maker americani non erano ancora così sicuri sulla tenuta della ripresa e vedevano di buon occhio un indebolimento del dollaro.

Oggi, per contro, oltre alla chiusura stagionale di una parte dei carry trade, c’è una maggiore fiducia americana sulla solidità della ripresa e un dollaro più forte, con un Pil sopra il 4 per cento, è temporaneamente accettabile. E’ già bastato un modesto rafforzamento, del resto, a ricacciare indietro il petrolio e a ridurre al silenzio, vedremo quanto a lungo, quelli che girano per le strade con i cartelli che ci dicono che le bolle sono tra noi e che la fine è vicina.

Analisi Weekly

a cura di: Abax Bank
Autore: Alessandro Fugnoli

Abax Bank


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