Dice Wilbur Ross che l’oro è una commodity psicologica. Per tutti gli altri metalli, in effetti, contano tecnicalità come la quantità prodotta annualmente, la domanda industriale, le scorte, la fungibilità (tra alluminio e acciaio, ad esempio). L’oro invece, dal 1971 libero dal peso di portarsi dietro l’offerta di moneta del mondo attraverso la ……
parità con il dollaro, fluttua leggero e impalpabile (nonostante il suo altissimo peso specifico) nel simbolico e nello psichico. Tutto l’oro estratto dagli
uomini dal neolitico a oggi, con il suo prezzo immenso di sangue, con la furia cieca dei conquistadores alla ricerca di Eldorado, con i drammi dei cercatori del selvaggio West fino ai minatori sieropositivi che popolano le gallerie a vari chilometri sottoterra nel Sud Africa di oggi, tutto questo oro, 158mila tonnellate di cui ne rimangono 145mila, potrebbe essere contenuto nel cortile di Abaxbank. Se sembra impossibile, mettete per terra in fila (in orizzontale) 50 scatole di scarpe, create 50 file (e siamo già a 2500 scatole) e impilate 50 scatole sopra ogni ogni scatola così disposta (e arriviamo a 125mila).
Una tonnellata metrica di oro è infatti poco più grande di una scatola da scarpe e ha 37 centimetri di lato. Le 200 tonnellate comperate dall’India e messe in vendita dal Fondo Monetario, quelle 200 tonnellate che hanno fatto impazzire il mercato, portato il prezzo da 1000 a 1100 e fatto parlare per l’ennesima volta della fase terminale del dollaro, sono un cubo di due metri di lato. Questo cubo è stato pagato 7 miliardi di dollari, che sono tantissimi per due metri di roba, ma sono comunque solo il 2.5 per cento delle riserve valutarie dell’India e sarebbero lo 0.3 per cento delle riserve se a comprare fosse stata la Cina.
Tra i cultori dell’oro, in ogni caso, l’entusiasmo è alle stelle. Hanno ragione? Dal 1971 fino a qualche mese fa è esistito un solo tipo di appassionato d’oro, lo chiameremo Homo Aureus Occidentalis. Si tratta di una specie che è venuta temprandosi in condizioni difficili. Nei primi dieci anni ha dovuto sopravvivere ai confinidella legalità, ostacolata in tutti i modi dai governi di tutto il mondo. Questi governi, dopo avere sposato l’oro per secoli, l’hanno rinnegato furiosamente e bandito dal consorzio civile per imporre la loro moneta, il fiat money, la carta battezzata moneta .
I primi 10 anni di semiclandestinità, benché difficili, sono stati almeno ricchi di soddisfazioni economiche. Nel caos della stagflazione, dell’Impero del Male sovietico nel suo punto di massima espansione geopolitica e dei governi occidentali che cercavano di comperare consenso creando moneta e debito pubblico, il prezzo dell’oro salì da 35 a 800 dollari.
Furono i vent’anni successivi a essere davvero drammatici. Oltre all’emarginazione, gli appassionati dell’oro dovettero sopportare una lunghissima ed estenuante discesa del prezzo da 800 a 250 dollari proprio mentre i mercati azionari davano vita a uno dei più grandi rialzi di tutti i tempi. I governi, dal canto loro, per tutto questo tempo furono esclusivamente venditori. Cercarono di liberarsi dell’oro che avevano accumulato nei secoli vendendolo a prezzi sempre più bassi e tutti insieme, pestandosi i piedi a vicenda pur di liberarsi di questo ingombro destinato ai loro occhi alla damnatio memoriae.
L’Homo Aureus uscì decimato da questa esperienza e rischiò l’estinzione. I sopravvissuti subirono nella selezione mutazioni genetiche in cui il tratto di base del compratore d’oro nei secoli, la paura, divenne in certi casi paranoia, avversione al mondo, catastrofismo permanente. Accanto a istituzioni serie come il World Gold Council e l’industria orafa fiorirono (e fioriscono tuttora) personaggi pittoreschi, imbonitori, venditori d’elisir nelle fiere dell’Ottocento. Nel 2000-2002 fu toccato il punto di maggiore discredito. Nemmeno una catastrofe vera come l’11 settembre fu in grado di provocare un ritorno d’interesse.
Fu paradossalmente Greenspan, che sia in gioventù sia in vecchiaia non ha mai smesso di proclamarsi prima fautore e poi nostalgico dell’oro, a ridargli lucentezza con una politica monetaria straordinariamente espansiva. Non con l’inflazione, attenzione, perché d’inflazione dal 2001 ce n’è stata poca. L’oro infatti è percepito da chi lo compra come un baluardo contro l’inflazione imminente, ma fiorisce in realtà , ai giorni nostri, quando si realizzano contemporaneamente tre condizioni, ovvero tassi d’interesse reali negativi o vicini a zero e (conseguenti) espansione monetaria ed economica.
Il recupero dell’oro dal 2001 al 2007 va letto in questa luce e, in questo contesto, appare pienamente legittimo. Gli homines aurei hanno vissuto questa prima fase di rinascita con comprensibile fierezza.
La seconda fase del recupero, dal 2007 a oggi, ha caratteristiche in parte diverse. A differenza di quasi tutte le altre materie prime, crollate insieme alla crescita globale (si pensi al petrolio sceso a un certo punto da 147 a 35 dollari), l’oro ha retto molto bene alla crisi, assumendo un’altra delle sue identità, quella di rifugio da un mondo confuso, incomprensibile e soprattutto sull’orlo della bancarotta.
Terminata la fase acuta della crisi, nel 2009 l’oro ha ripreso a camminare in sintonia con la gran parte degli asset finanziari e con le materie prime. Gli ideologi dell’oro, a partire da Marc Faber, hanno però mantenuto la loro identità minoritarista di uomini contro, di outsider, di avversari di un establishment plutocratico in cui banchieri privati e banchieri centrali reggono un sistema marcio creando bolle finanziarie profumate che ne coprano i miasmi.
Le correnti apocalittiche percorrono oggi più che mai la cultura dell’oro. Roubini è illuminista quando giudica infondate le paure d’inflazione degli homines aurei in un mondo che, di suo, è più portato alla deflazione. Il pensiero apocalittico si rivolge infatti alla pancia, non alla testa, e non deve fondarsi necessariamente sulla realtà, è sufficiente la verosimiglianza.
Oggi la realtà indica una evidente assenza di inflazione e i milioni di disoccupaticreati dalla crisi si incaricheranno per anni di mantenere bassa l’inflazione salariale.
L’espansione monetaria rende però l’inflazione verosimile, anche se non vera. All’espansione monetaria si aggiunge poi l’esplosione dei debiti pubblici di America, Europa e Giappone. Questa esplosione è l’altra faccia dell’implosione del debito privato, ma agli occhi del cultore dell’oro ha un volto ancora più inquietante (e quindi stimolante).
Il debito privato, infatti, può risolversi in un’ondata di default che può essere di suo solo deflazionistica. I privati non possono stampare i dollari, gli euro e gli yen che permetterebbero loro di ripagare i debiti. Gli stati invece possono. Tra il poter fare e il fare c’è una differenza, ma il pessimismo antropologico del cultore dell’oro lo porta ad annularla. Se l’uomo può peccare, peccherà. Se un governo può ripudiare il debito attraverso l’inflazione lo farà.
Questo dubbio resterà per tutto il prossimo decennio. Nello scenario migliore lo stock di debito pubblico verrà fermato nella sua crescita e verrà ridotto lentamente (ma solo a partire dal 2011) non in assoluto ma in percentuale sul Pil, a condizione che il Pil cresca bene. Nello scenario peggiore, la solita esogena di passaggio ultimerà la devastazione e l’oro (nei sogni dei suoi cultori) correrà libero nella prateria verso i 2000, i 5000, i 10mila dollari. Si sa, del resto, che le esogene non rispettano i graduali e ordinati piani di aggiustamento, capitano quando vogliono loro e quasi sempre nel momento meno opportuno.
I cultori dell’oro vivono quindi una fase magica.
Il loro paralogismo dice che se ci sarà crescita allora l’inflazione seguirà come la notte segue il giorno. Se al contrario la crescita non ci sarà, allora si stamperà ancora più moneta e l’inflazione, quando arriverà, sarà ancora più violenta.
In questo contesto chi ha già comprato oro non solo se lo terrà ben stretto e non lo venderà, ma ne comprerà dell’altro in caso di discesa. Basta vedere quanto dichiarano quotidianamente Faber e gli altri cultori. L’oro, giova ricordarlo, non è come tutte le altre materie prime che hanno molta produzione e poco stock. Al contrario, l’oro ha molto stock e poca produzione. In un anno si estraggono circa 2500 tonnellate. L’87 per cento se ne va per usi industriali e gioielleria. Restano ogni anno 325 scatole da scarpe nuove ad aggiungersi al cortile di Abaxbank che ne contiene già 145mila. Quasi niente, poco più dei due metri cubi comprati dall’India. Per questo bastano pochi acquisti per muovere il prezzo. In un mercato di compratori è entrato poi, dalla fine del 2006, un nuovo soggetto, l’Homo Aureus Orientalis. A differenza dell’occidentale, privato, l’orientale è istituzionale e non compra per fare trading ma per tenere. Iniziando a comprare oro, Russia, Cina e India raccolgono la bandiera lasciata cadere dall’occidente, quella dell’ortodossia monetaria assoluta.
Non bisogna esagerare, però. La diversificazione in oro rappresenta una piccola parte dei nuovi dollari che arrivano nelle casse dei paesi emergenti. Non vengono venduti i dollari storici. Nei primi sei mesi del 2009, per la prima volta da decenni, le banche centrali sono diventate compratrici nette di oro, ma per quantità modestissime, 53 tonnellate. Per il resto, come nel caso India – Fondo Monetario, se lo sono girato tra di loro.
Per un paese come la Cina è probabilmente più importante costituire riserve strategiche di metalli industriali e di petrolio. Anche a fini militari è più strategico il petrolio.
Per immagazzinare petrolio e metalli industriali occorrono però massicci investimenti in infrastrutture, che a loro volta richiedono qualche anno. Nel frattempo si compra l’oro, per il quale basta e avanza una stanzetta nel sottosuolo di una banca centrale.
Come si vede, la potenza congiunta degli uomini d’oro d’occidente e d’oriente sarà tale da garantire quanto meno un robusto supporto alle quotazioni raggiunte. Il momento della verità arriverà più avanti, quando l’exit strategy delle banche centrali ripristinerà tassi reali positivi sulla parte breve della curva.
Sarà a dire il vero un momento della verità non solo per l’oro, ma per tutti gli asset finanziari, tanto obbligazionari quanto azionari. L’oro, del resto, benché sia vissuto dai suoi cultori come fieramente alternativo, negativamente correlato e ancora di salvataggio contro la deriva del mondo, del mondo segue in realtà in questa fase i destini.
Chi compra oro pensa talvolta di fare un dispetto alle benche centrali mostrando tutto il suo disprezzo per la moneta cartacea e per il mondo così com’è. In realtà in questo momento fa quasi un favore ai policy maker perché partecipa al generale processo di reflazione degli asset, esattamente come chi compra azioni perché ha evidentemente fiducia nel mondo che è e che sarà.
Quello dell’oro è dunque un mercato culturalmente alternativo e antagonista, ma in realtà parallelo e omologato. Per certi aspetti è lo sfogatoio dei pessimisti che viene però eterodiretto costruttivamente nella reflazione generale. Diverso sarebbe naturalmente il discorso se l’oro fosse comprato mentre le azioni e i bond sono venduti, ma così non è.
Quanto all’orientamento dei policy maker rispetto alla reflazione degli asset, basta leggere i 7 punti di policy contenuti nel documento del Fondo Monetario presentato al G 20 dei giorni scorsi. Sono già estremamente concisi, ma li riassumiamo ulteriormente. Tenete tranquillamente il piede premuto a fondo sull’acceleratore, dice il Fondo, a costo di esagerare. Fate qualcosa fin da subito, se potete, per mostrare che vi occuperete (più avanti) del debito pubblico, ma sulla politica monetaria prendetevi tranquillamente tutto il tempo che vi serve. Non preoccupatevi dei titoli più o meno tossici che avete comprato dalle banche, li venderete tra qualche anno.
Luce verde per il mantenimento dei tassi a zero, quindi, e un largo sorriso ai mercati finanziari che ritrovano la fiducia. Probabilmente non si arriva a desiderare un bull market rampante, ma il rialzo che abbiamo visto finora è approvato in pieno.
Diceva Beccaria che il ricorso estremo alla pena di morte andava bandito dalle nazioni civili. Dall’altra parte aggiungeva che chi commette un crimine deve percepire la certezza della pena, umana ma inesorabile, cui andrà incontro.
Oggi non occorre l’atto estremo di un rialzo in accelerazione delle borse per rimettere in moto gli spiriti animali dell’economia reale. E’ sufficiente un apprezzamento piccolo e costante e, soprattutto, la certezza per gli short dell’inesorabilità della pena cui andranno incontro.
Analisi Weekly
a cura di: Abax Bank
Autore: Alessandro Fugnoli
Abax Bank
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