GIORNALE3

Il Rosso e il Nero: CROSTA MANTELLO E NUCLEO – Geologia dei mercati


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Viviamo sulla crosta di un pianeta a tre strati. La crosta è rocciosa, ma se scaviamo in profondità, dopo qualche decina di chilometri (5 dove è più sottile, 70 dove è più spessa) la roccia finisce e lascia il posto al mantello. A parte il professor Axel Lidenbrock, che nel Voyage au centre de la Terre decifra un crittogramma da un antico manoscritto islandese e……

vi trova indicata la via per gli abissi, nessuno si è mai spinto così in profondità. Là dove Jules Verne immaginava grandiose foreste pietrificate e funghi giganti sulla riva di oceani illuminati popolati da mostri preistorici oggi si ipotizzano silicati viscosi resi sempre più duttili, e infine liquidi, dalla temperatura crescente. Sotto il magma ribollente e infernale del mantello si trova infine un terzo mondo, un nucleo di ferro caldissimo ma reso solido e compatto dalla pressione.

Questi tre strati li ritroviamo in questo momento se guardiamo al mondo dei mercati e all’economia globale.

C’è un primo strato superficiale, la crosta rocciosa, costituito dai mercati stessi. Dal 9 aprile 2009 le borse, i crediti e l’insieme degli asset finanziari si sono solidificati attraverso un rialzo costante, lineare e regolare che è diventato alla fine la base per un pensiero unico di mercato improntato all’ottimismo.

21012010 1Sopra la crosta l’ambiente è piacevole ed è a misura di uomo di mercato. Come sulla crosta geologica poggiano oceani blu e verdi foreste che creano ossigeno e rendono vivibile e piacevole la vita, così la regolarità del rialzo, l’assenza di fastidiosa volatilità e la mancanza di nuovi incidenti di percorso (ad esempio quelli che con molto pudore vengono definiti eventi di credito) hanno reso confortevole la vita di gestori e gestiti, gratificandoli di una ventina di trilioni in più di ricchezza finanziaria rispetto a dieci mesi fa.

Sotto la crosta ribolle però il mantello della vita reale e dei suoi cattivi umori. Gli elettori del Massachusetts, che in quanto irlandesi, italiani, neri e intellettuali liberal sono la rappresentazione perfetta del New Deal rooseveltiano e delle sue reincarnazioni kennediane e obamiane, votano un senatore repubblicano, tolgono ai democratici la maggioranza di blocco al Senato, rendono molto più difficile la riforma sanitaria e rendono improvvisamente instabile e fluido un quadro politico nazionale che appariva stabilissimo.

Gli elettori islandesi, dal canto loro, sfogano la loro rabbia ripudiando la sistemazione della vertenza tra le banche fallite e i depositanti olandesi e inglesi e in un solo colpo mettono in crisi il governo di sinistra eletto pochi mesi prima a furor di popolo e rendono di nuovo altamente incerto il futuro politico ed economico del loro paese.

Su un terzo fronte, un’Europa che non si capisce bene che cosa voglia oltre ad abbandonare l’Islanda lancia oscure minacce alla Grecia e volta le spalle ai Balcani.
21012010 2La differenza rispetto a un anno fa è impressionante. Allora solidarietà, unità, coraggio, speranza quasi mistica di rinascita intorno alla figura di Obama. Promesse di aiuto alla Grecia, soldi all’est europeo e all’Islanda, grandi G20 all’insegna della volontà comune e una Cina che si incarica di fare di tutto, ma veramente di tutto, per dare il suo contributo positivo.

Oggi fallisce Copenhagen, i soldi non ci sono più per nessuno, l’America si prepara a una nuova stagione di divisioni, la frustrazione dilaga tra le decine di milioni di nuovi disoccupati e tra i quasi altrettanti pseudoccupati. Un Obama fortemente indebolito deve scegliere se buttarsi al centro come fece Clinton dopo il fallimento della sua riforma sanitaria o se buttarsi a sinistra come fece Roosevelt nella seconda fase del New Deal. Tutti e due, Clinton e Roosevelt, rivinsero le elezioni e anche Obama potrebbe farcela, ma per qualche tempo regneranno incertezza e confusione. La Cina, intanto, frena ogni giorno di più, mentre l’Europa e il Giappone segnano il passo.

Il paradosso è solo apparente. E’ quasi una regola che gli umani diano il meglio di sé in circostanze drammatiche. Spirito di fratellanza e disponibilità al sacrificio e all’eroismo scompaiono però rapidamente non appena la vita si normalizza. Meglio così, naturalmente. Beato, diceva Bertolt Brecht, il popolo che non ha bisogno di eroi.

La stanchezza, la frustrazione, il rancore e il riemergere di antiche fratture possono quindi essere un segno positivo. La fine della recessione e l’inizio della ripresa restituiscono il gusto di litigare e la stanchezza affiora perché dell’adrenalina da emergenza non c’è più bisogno.

21012010 3Fino a un certo punto, però. Ci sono scelte da fare e nulla è scontato. Gli elettori ucraini, pur mandando a casa (salvo sorprese) governo e presidente, scelgono uno schieramento che riprenderà a lavorare con il Fondo Monetario. Gli elettori islandesi vanno nella direzione opposta.

In presenza di un dopocrisi particolarmente travagliato e lungo sul piano sociale e politico sarà proprio sul terreno degli umori che si farà la differenza. La nostra scommessa è però che, salvo qualche strappo qua e là, il tessuto sociale faticosamente terrà per il tempo necessario a creare una ripresa tale da restituire il lavoro almeno a una parte di quanti l’hanno perduto.
La fiducia nasce dal fatto che sotto il mantello caotico e magmatico c’è un nucleo di ferro solido che tiene. E’ il nocciolo duro delle politiche economiche che, sia pure con qualche sbavatura, rimangono quasi tutte fermamente orientate alla crescita.

Fa piacere, tra tanta cacofonia politica, ascoltare il silenzio dei predicatori della necessità di un’exit strategy immediata (Rasserena, per inciso, anche il silenzio di quanti, due volte all’anno da trent’anni, annunciano la fine del dollaro. Conforta il silenzio dei teorici della fine di tutte le monete di carta e dell’avvento del regno dell’oro. Ed è molto musicale anche il silenzio dei teorici delle nuove bolle petrolifere e di quelli del crollo dei bond).

C’è ancora razionalità nelle politiche economiche. Il Fondo Monetario esorta tutti a non abbandonare le politiche fiscali e monetarie espansive e alla fine verrà seguito. Qualcuno ogni tanto si fa tentare dalle sirene che chiedono di tornare alla normalità, ma poi ha modo di pentirsene. La Germania ha terminato i piani di incentivo per le auto e ora scopre che fa fatica a crescere. Il governo giapponese ha provato a fare lo splendido e a teorizzare lo yen forte ma poi è tornato sui suoi passi. La Banca del Giappone punta i piedi sul quantitative easing ma alla fine ne farà dell’altro. Solo la Cina ha buone ragioni per frenare, ma a ben vedere non è nemmeno corretto parlare di frenata quando si solleva il piede dall’acceleratore di una macchina lanciata ad altissima velocità.

21012010 4Anche del gelo europeo verso la Grecia si può dare una lettura benevola. Al momento non ci sono veri rischi di contagio. Sgridare la Grecia non mette in moto attacchi a Irlanda o Spagna e produce per contro l’effetto graditissimo di indebolire l’euro. Un euro tendenzialmente debole ancora per qualche tempo permetterà all’Europa di riaccelerare. Nella seconda parte dell’anno, nel caso sia l’America a perdere slancio, l’euro potrà eventualmente recuperare.

Quanto agli Stati Uniti, è vero quello che annota il perfido David Greenlaw di Morgan Stanley. Se togliamo dal CPI il terzo abbondante costituito dal costo dell’affitto l’inflazione è in questo momento la più alta dal 1995. Greenlaw e Berner, ricordiamo, ipotizzano il decennale al 5.50 a fine anno e questa piccola esplosione inflazionistica porta sostegno alla loro tesi. Va però detto che la complicata e ben poco nota formula con cui si calcola l’owner’s equivalent rent lo manterrà ancora basso perché è basata in ultima istanza sull’andamento del prezzo sottostante delle case (che continua a scendere) e perché in più coglie con molto ritardo le variazioni di tendenza.

A questo va aggiunto che alcuni degli aumenti recenti, ad esempio le auto nuove e usate, sono rimbalzi temporanei e chiaramente eccessivi dopo la fine dei piani di incentivazione. In altre parole, dopo la fine di un periodo di crisi della domanda le imprese provano sempre ad alzare i prezzi, ma questi rialzi difficilmente tengono se la domanda non è più che brillante.

Per quanto riguarda la politica, Obama potrebbe anche reagire alle difficoltà spostandosi a sinistra per quanto riguarda le banche e Wall Street. Su tutto il resto potrebbe invece spostarsi al centro. In questo modo non verrebbe adottato un atteggiamento antibusiness indiscriminato e dannoso per l’economia, a patto che l’attacco alle banche non le indebolisca nella loro capacità e volontà di erogare credito.

Fino a oggi la crosta terrestre dei mercati si è mossa in sintonia con il nucleo solido della politica economica e non ha tenuto conto del mantello turbolento e incandescente della sfera sociale e politica. Da qui in avanti (abbiamo visto ieri mercoledì il primo esempio) vedremo però di tanto in tanto il magma farsi strada attraverso la crosta e produrre eruzioni vulcaniche. Fino a che il nucleo solido si muoverà nella direzione giusta (e al momento ancora nulla fa pensare il contrario) le eruzioni produrranno correzioni sopportabili, da considerare anzi occasioni di acquisto.

Analisi Weekly

a cura di: Kairos Partners SGR SpA.
Autore: Alessandro Fugnoli



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