Settimana altalenante e di attesa quella registrata sui mercati dove l’avvicendarsi dei vari market movers che l’hanno caratterizzata, hanno sostanzialmente riportato i principali cross sui livelli della scorsa settimana prima del…
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pessimo dato occupazionale regsitrato negli Stati Uniti.
Andando per ordine, a mettere pressione il biglietto verde ci ha pensato il presidente della FED Ben Bernanke che in un’intervista televisiva ha detto che la banca centrale americana potrebbe comprare di più dei USD600,0 mld di titoli del Tesoro che si è impegnata a riacquistare, qualora l’economia non riuscisse nella ripresa o se il tasso di disoccupazione restasse troppo alto.
Ed è proprio per contrastare la disoccupazione che l’ammontare dell’allentamento quantitativo potrebbe essere ampliato. «Il tasso di disoccupazione – ha sottolineato il numero uno della Fed, é all’incirca lo stesso di metà 2009, quando l’economia ha ripreso a crescere. Quindi é un motivo di preoccupazione serio. E sembra che al ritmo attuale ci vorrebbero anni prima che il tasso di disoccupazione non torni a livelli più consoni». Bernanke ha poi criticato chi si oppone all’allentamento monetario attraverso l’acquisto di titoli di Stato, anche perchè sul fronte dei tassi la Fed ha esaurito le armi avendo praticamente azzerato i tassi da più di un anno, quindi per il momento è l’unica arma che la FED ha a disposizione per stimolare la ripresa.
Tuttavia un prim recupero del dollaro è giunto dall’accordo sulla proroga degli sgravi fiscali negli Usa.
Il presidente Obama ha presentato una proposta di compromesso fiscale con i repubblicani che elimina ogni rischio di restrizione fiscale nel 2011-12, con misure complessivamente pari a circa 920 miliardi di dollari. Se si troverà un accordo anche con i democratici e il pacchetto verrà approvato, gli Stati Uniti saranno l’unico paese industrializzato nel 2011 ad avere una politica fiscale e una politica monetaria ambedue espansive. Le novità di politica fiscale porteranno probabilmente a rivedere verso l’alto la crescita prevista per il 2011 da 2,5% verso il 2,8%. Tuttavia la decisione di attuare misure con effetti devastanti sul deficit del prossimo biennio (che resterebbe probabilmente vicino al 9% del PIL) senza toccare in alcun modo il nodo della sostenibilità di lungo termine dei conti federali potrebbe esporre gli Stati Uniti a problemi fiscali crescenti dal 2012 in poi.
Dal lato Euro, nonostante l’approvazione da parte dell’ECOFIN che ha dato il via libera al piano di aiuti all’Irlanda per 85 miliardi (degli 85 miliardi di euro 35 serviranno per le banche, il resto per coprire le necessità del bilancio), comprensivo dell’apporto del Fondo monetario internazionale, sono state ancora una volta le preoccupazioni sullo stato dei conti pubblici dei paesi periferici a sfavorire la moneta unica.
A inizio settimana ci ha pensato l’agenzia di rating Moody’s che ha tagliato il rating sul debito dell’Ungheria. L’agenzia di rating Moody’s ha, infatti, abbassato di due gradini il rating sovrano del paese da Baa1 a Baa3. La decisione, spiega l’agenzia di rating, é stata presa in ragione delle preoccupazioni sulla situazione dei conti pubblici a medio e lungo termine. L’Ungheria si è salvata dal fallimento nell’autunno 2008 grazie a un prestito di 20 miliardi di euro del Fondo monetario internazionale e della Ue. In cambio Budapest si è impegnata a ridurre il deficit al 3,8% del Pil (Prodotto interno lordo) quest’anno e sotto il 3% il prossimo. Il prestito è arrivato a scadenza ma il governo tenta di finanziarsi sui mercati evitando di ricorrere nuovamente al Fondo monetario internazionale.
Come se non bastasse, un’ulteriore stangata alla già tribolata situazione Irlandese è stata inflitta dall’altra agenzia di rating, Fitch, che ha tagliato il rating sul debito dell’Irlanda di tre “gradini” a BBB+ da A+ con outlook stabile (dopo il precedente taglio annunciato a ottobre e da Moody’s a luglio).
La decisione di Fitch di tagliare il giudizio sulla solvibilità del debito dell’Irlanda è dovuta agli ulteriori costi che Dublino deve sostenere per ristrutturare il sistema finanziario del Paese, a prospettive di crescita molto deboli, ad una più forte incertezza per il futuro e all’impossibilità del governo di accedere ai mercati a costi sostenibili per finanziarsi, spiega Fitch nella nota, sottolinenando che tutto questo porta il governo ad avere margini di manovra molto limitati in campo fiscale. Lo scorso ottobre Fitch aveva ribassato la nota di debito sovrano a lungo termine dell’Irlanda a A+ da Aa-.
L’incertezza sui mercati di questa settimana è stata causata anche dai timori che la Banca centrale cinese possa aumentare i tassi d’interesse nel weekend per disinnescare un surriscaldamento dell’economia.
Pechino potrebbe varare una nuova stretta del costo del denaro nei prossimi giorni per rimarcare l’impegno del governo a imbrigliare l’inflazione.
Un rialzo dei tassi sarebbe la concreta traduzione di quanto annunciato da Pechino nei giorni scorsi, vale a dire l’abbandono di una posizione “adeguatamente espansiva” nella politica monetaria in favore di una più “prudente” conduzione. Secondo il quotidiano ufficiale China Securities Journal i tempi sono maturi per un incremento dei tassi perché indicatori come l’indice dei prezzi al consumo probabilmente evidenzieranno un aumento delle pressioni inflazionistiche quando verranno diffusi all’inizio della prossima settimana.
«Con riferimento alla consuetudine della banca centrale di alzare i tassi d’interesse appena prima della pubblicazione dell’indice dei prezzi al consumo, questo fine settimana offrirà una finestra per un possibile mutamento della politica (monetaria)», scrive il quotidiano senza citare fonti.
E infatti nella giornata di venerdì una prima mossa è arrivata dalla decisione della Banca centrale cinese che ha alzato di 50 punti base (0,5%) del tasso sulla riserva obbligatoria per le banche. È il sesto rialzo di questa portata per il 2010. L’aumento che diventerà effettivo dal 20 dicembre é l’ultima mossa, in ordine di tempo, che la Cina intraprende per frenare l’inflazione, salita a un massimo biennale lo scorso ottobre.
Per concludere da segnalare la corsa inarrestabile dell’oro, che ha toccato il nuovo top storico sopra quota 1430$ all’oncia spinto dagli acquisti dei fondi che lo scelgono come valore difensivo in vista di nuovi interventi della Fed a sostegno dell’economia. Ben comprato anche l’argento che ha aggiornato il massimo degli ultimi 30 anni sopra i 30$ l’oncia. In netto rialzo anche il petrolio che ha superato la barriera dei 90 dollari al barile, salendo sui massimi degli ultimi 26 mesi.
Principali tassi di cambio:
| Euro – Dollaro | ||||||||||||||||||||||
Il dollaro ha tentato di recuperare le perdite contro euro subite nella settimana precedente, ma in sostanza tale recupero è stato poco significativo riportandosi sui livelli pre-non farm payrolls in area 1.3240. La resistenza in area 1.3430 non è stata minimamente scalfita provocando di converso un accelerazione ribassita che ha spinto il cross fino al supporto in area 1.3150 che, tuttavia, non è stato toccato (minimo della settimana a 1.3160). Una rottura di tale livello potrebbe suggerire che ci possa essere una sufficiente spinta ribassista che faciliterebbe il downtrend (su grafico H4) in area 1.2970 – 1.2940, prossima area di test. Se il cross dovesse stabilizzarsi sopra area 1.33, è altamente probabile un nuovo test della resistenza posta in area 1.3430-1.3450 | ||||||||||||||||||||||
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| Dollaro – Yen | ||||||||||||||||||||||
In questa settimana gli unici movimenti di nota sono pervenuti dallo Yen che dopo aver toccato il massimo da tre settimane contro il dollaro a 82,30 grazie al deludente dato sull’occupazione Usa e dopo che Bernanke non ha escluso un riacquisto di bond oltre il quantitativo prestabilito, si è spinto fino a ritornare in area 84.30 ma fermandosi, sul finire di settimana, al di sotto dellla prima soglia critica posta a 84.06 che si trova poco sotto la principale resistenza posta a 84.40 che, se dovesse essere rotta, darebbe un ulteriore accelarazione rialzista al cross. In tal caso i target rialzisti sono posti a 84.70 e successivamente 85.20. Dall’altro lato, un nuova rottura del supporto in area 83.40 rafforzerebbe la moneta del sol levante facendola riotrnare in area 83.00 -82.75. Il cross è compreso nella fascia fra 82.50 e 84.40. Solo la rottura di tali livelli confermerà la direzionalità del cambio che tuttavia rimane a favore del dollaro. | ||||||||||||||||||||||
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Fonte: Cfx Intermediazioni.com













