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Analisi dei principali tassi di cambio


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Ottava sul mercato dei cambi molto significativa dove gli scambi sottili visto l’imminente finesettimana di pasqua e soprattutto un deciso ritorno della propensione al rischio, hanno favorito un ritorno netto delle valute propriamente speculative sfavorendo di contro il dollaro americano e lo yen note per essere safe haven currency cioè da utilizzare nei momenti di incertezza. ….


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Andando con ordine, le paure provenienti dai debiti sovrani che avevano appesantito il comparto bancario e l’euro in netto calo sugli aumentati timori di una ristrutturazione del debito della Grecia, nonostante le smentite del Governo di Atene, del Fondo Monetario Internazionale e della BCE (tramite un comunicato in cui si affermava che la ristrutturazione del debito greco non è necessaria, né auspicabile, e sarebbe disastrosa per mercati, banche e fondi pensione), ha tuttavia portato un pò di panico facendo scivolare la valuta unica sui livelli di inizio aprile a 1.4155 contro dollaro e 116.48 nei confronti dello yen (rispettivamente da sopra area 1.4400 e 120.00).
Clima ostile non solo nei confronti dell’euro ma generalmente contro tutte le valute ad alto rendimento anche a causa della mossa cinese di alzare il coefficiente delle riserve obbligatorie delle banche di altri 50 punti base (quarto rialzo del 2011) nel tentativo di contrastare l’eccessiva liquidità e la crescente inflazione. Questo aveva ulteriormente favorito il greenback grazie all’effetto riequilibratore sugli squilibri dell’economia cinese (tra domanda interna e domanda esterna) e quindi sugli squilibri internazionali correlati (avanzo di parte corrente della bilancia dei pagamenti cinese contro disavanzo USA).
Però ci ha pensato Standard&Poor’s ha riportare il mercato sui livelli di inizio settimana e a spostare l’attenzione degli operatori dai problemi legati alla situazione debitoria dell Grecia a quelli del debito USA: infatti nella giornata di martedì l’agenzia di rating ha peggiorato il suo giudizio sul debito americano abbassando l’outlook da «stabile» a «negativo», anche se resta confermata l’attuale valutazione che conferisce agli Usa una «tripla A», il punteggio massimo per il debito sovrano. L’agenzia di rating ha giustificato la propria decisione precisando che i legislatori americani a oltre due anni dall’inizio dell’ultima crisi non hanno ancora trovato un accordo su come contrastare il recente deterioramento fiscale o correggere le pressioni fiscali di lungo periodo: il timore degli analisti di S&P è dunque che l’impasse politica possa impedire di dare concreta attuazione a piani di riduzione del debito pubblico, non più procrastinabili dato che il deficit è passato dal 2-5% nel 2003-2008 all’11% del 2009, e deve ancora invertire la rotta. Gli Stati Uniti in realtà stanno provando a muoversi in questo senso, ma non si è ancora raggiunto un accordo: in una reecente discussione alla camera, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha presentato un progetto di riduzione del debito pari a 4 mila miliardi di dollari in 12 anni mentre il presidente della commissione budget della camera, il repubblicano Paul Ryan, ha proposto un piano alternativo da 4.400 miliardi di dollari in 10 anni.
Neanche le dichiarazioni di alcuni esponenti di spicco della Fed hanno dato tregua alle vendite sul biglietto verde: in settimana il presidente della Fed di St. Louis James Bullard ha detto che l’inflazione e le aspettative di inflazione si sono mosse al rialzo, mentre la crescita economica nel primo trimestre potrebbe essere più debole delle attese, ma resterà per il resto del 2011 “ragionevolmente forte”; sulla stessa linea si è dichiarato Fisher (Fed di Dallas) che ha ribadito la sua preoccupazione circa il fatto che i rischi di inflazione stanno diventato sempre più pressanti.
Contestualmente all’interno della Fed si sta facendo fitta la discussione, in vista del meeting della prossima settimana, sul fatto di confermare o meno il piano di acquisti bond da 600 miliardi di dollari in giugno, mentre difficilmente passeranno nel breve a una stretta monetaria.
La conseguente reazione sul mercato dei cambi non si è fatta attendere con il dollaro in deprezzamento, ai minimi da tre anni sul paniere delle principali valute mondiali, con il ‘dollar index’ sotto quota 74, non molto lontano dal minimo storico di 70,698 del 2008: la divisa americana ha perso terreno su tutte le altre principali valute, con la sterlina che sale ai massimi da novembre 2009, il dollaro australiano ai livelli del 1982 e il franco svizzero a quelli del 1971.
Il ritorno dell’euro è stato favorito anche dal buon esito dell’asta spagnola sui titoli a lunga scadenza, dall’ottimo dato proveniente dall’indice PMI composito che è rimbalzato a 57.8 pts nella prima stima di aprile dopo il calo a 57.6 del mese precedente (il recupero è dovuto ad un maggior ottimismo nel settore manifatturiero a 57.7 da 57.5) e nonostante i non eccelsi dati tedeschi sui prezzi alla produzione (saliti a marzo dello 0,4% su mese, meno dello 0,8% previsto dagli analisti, e dello 0,7% registrato il mese precedente; il tasso tendenziale rimane comunque molto alto, registrando un +6,2% dal +6,4% di febbraio e a fronte di stime di +6,6%).
Balzo della moneta unica registrato anche contro lo yen in area 119.00, sfavorito dai dati sulla bilancia commerciale di marzo che hanno evidenziato come le esportazioni siano calate per la prima volta in più di un anno (-2,2% y/y – da evidenziare tuttavia che i dati incorporano parte degli effetti del terremoto).
Per concludere da segnalare il rally delle materie prime con oro e argento che hanno fatto segnare i massimi storici rispettivamente a USD1.508,50 e a USD46,05 per oncia. Anche il WTI e il Brent si sono riportati sui livelli della settimana precedente rispettivamente a 112.40$ e 124.80$ al barile.
Oltre al dollaro debole si fanno sentire gli effetti delle tensioni nel mondo arabo, dei timori sulla sostenibilità del debito europeo e delle preoccupazioni legate allo stato dei conti pubblici Usa.


Principali tassi di cambio:

Euro – Dollaro

L’euro ha raggiunto un nuovo massimo a 1,4649 EUR/USD, raggiunto a partire da un minimo di settimana a 1,4153 a causa dei timori sullo stato dei debiti di Grecia e Portogallo. Il cambio non è riuscito a superare 1,4650 a causa del lieve calo, comunque atteso, dell’IFO e ha ceduto successivamente sul pessimo indice di fiducia del Belgio, che si è più che dimezzato a fronte di attese di un calo modesto. I livelli correnti di eur/usd a 1.4500-1.4600 scontano già un altro rialzo BCE di 25 pb entro due/tre mesi. Le aspettative di crescita influenzano infatti il ritmo dei rialzi BCE, al momento la principale variabile che influenza il cambio. Considerando ciò, è da ritenere che l’upside possa restare contenuto entro l’area 1.4600. Ieri infatti il tasso implicito nei futures su dicembre 2011 è sceso di 8 pb da 2,11% a 2,03%. La prossima settimana si apre con il FOMC di mercoledì sera. Una Fed che si proponesse come meno prudente e propensa ad anticipare il momento in cui iniziare a rimuovere lo stimolo monetario in eccesso potrebbe impedire ulteriori rialzi dell’euro al di sopra di 1.4600.

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-1
Rialzista
Neutrale
Ribassista

TREND
Supporti

1.4490

1.4365

1.415

Resistenze

1.4600

1.472

1.4865


Dollaro – Yen

Nonostante i danni causati dal terremoto che di fatto hanno bloccato la ripresa dell’economia nipponica che si stava lentamente avviando, ad inizio di settimana lo yen ha continuato a raffozzarsi seppur in maniera lieve contro il dollaro portandosi fin sotto gli 82 figura (livello dove è posto un importante supporto) grazie all’abbassamento dell’outlook sul debito USA da parte di S&P e alle dichiarazioni di Lockhart che in settimana ha dichiarato di aspettarsi una crescita modesta nel 1° trimestre, a causa dei crescenti costi energetici e del conseguente ridursi del potere d’acquisto. Ha aggiunto inoltre che sopra i 150 US$/barile si entrerebbe in zona recessione. Il conseguente ritorno al rischio sui mercati ha di fatto favorito il dollaro che è riuscito a riaffacciarsi a quota 82 e figura anche se l’attuale clima sul mercato che spinge gli investitori ad andare short sul biglietto verde ha bloccato il cambio nella fascia compresa tra 82.00 – 83.00 . La debolezza di yen è stata favorita anche dalla manovra straordinaria del governo giapponese che ha varato un piano di 4 mila milardi di yen non finanziata però da emissione di nuovo debito a sotegno della ricostruzione post-terremoto. Il cambio dovrebbe riuscire a evitare di scendere sotto 81 USD/JPY, a meno che il FOMC mercoledì non proponga una Fed ancora molto “prudente”. La prossima settimana lo yen dovrebbe quindi cedere almeno parte di quanto ha guadagnato in questi giorni.

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2
Rialzista
Neutrale
Ribassista

TREND
Supporti

81.50

81.0

80.55

Resistenze

83.00

83.77

84.7


L’utente prende atto che le informazioni contenute in questo report hanno mera natura informativa e vengono elaborate dall’analisi dei dati di negoziazione, dei dati di mercato e dalle statistiche.

Fonte: Cfx Intermediazioni.com

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