HANetf : L’ordine internazionale “basato su regole”, che un tempo imponeva una certa moderazione nei comportamenti degli Stati, sembra ormai venuto meno.
Jake Coulson, Investment Analyst di HANetf
Già negli ultimi anni il clima di instabilità geopolitica venuto a crearsi aveva spinto i governi a livello globale a rivedere al rialzo i target di spesa per la sicurezza e, lo scorso anno, gli alleati NATO si erano impegnati a destinare il 5% del PIL alla difesa entro il 2035.
A quasi un mese dai primi attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran, il conflitto si è ampliato fino a trasformarsi in uno scontro regionale che coinvolge numerosi Stati del Golfo. È difficile prevedere quanto a lungo proseguiranno le ostilità visti anche gli attacchi delle ultime settimane che hanno colpito hub turistici come Dubai, storicamente classificati come stabili, apolitici e sicuri. In questo contesto, le tecnologie anti-missile e anti-drone saranno verosimilmente al centro delle priorità dei governi, considerando la natura degli attacchi recenti. Le aziende del settore difesa potrebbero quindi beneficiare di questo scenario e alcune stanno già puntando sul sotto-settore: Thales, ad esempio, ha avviato una collaborazione con gli Emirati Arabi Uniti su sistemi radar e di sorveglianza aerea. Analogamente, Rheinmetall ha in passato sviluppato partnership con entità della difesa emiratine su sistemi di difesa aerea a corto raggio progettati specificamente per contrastare i droni.
Gli attacchi in Medio Oriente hanno inoltre colpito una delle principali aree globali di produzione di petrolio e gas, scatenando una naturale impennata dei prezzi energetici. L’Iran è di per sé un importante produttore ed esportatore di petrolio, mentre circa un quinto della domanda globale di petrolio e delle forniture di gas naturale liquefatto (GNL) transita dai Paesi del Golfo attraverso lo strategico e instabile Stretto di Hormuz. Saudi Aramco ha sospeso le attività della più grande raffineria al mondo in Arabia Saudita, mentre il Qatar (responsabile di circa il 20% dell’offerta globale di GNL) ha interrotto la produzione di gas liquefatto. I prezzi del gas sono così aumentati di oltre il 50%, segnando il maggiore incremento dall’invasione russa dell’Ucraina nel marzo 2022. In questo contesto, gli Stati Uniti, già oggi il principale fornitore globale di petrolio greggio e GNL, potrebbero essere chiamati ad aumentare la produzione per soddisfare la domanda globale. In un contesto di incertezza sulla durata della crisi in Medio Oriente, gli acquirenti potrebbero riconsiderare i propri rapporti con le forniture qualora la stabilità regionale restasse compromessa. Questo scenario potrebbe favorire il segmento midstream dell’energia negli Stati Uniti, che potrebbe dover espandere la propria capacità per rispondere a una domanda globale in evoluzione.
Al tempo stesso, le interruzioni mettono in evidenza il valore strategico di fonti energetiche meno esposte ai colli di bottiglia geopolitici, come l’energia nucleare, che richiede volumi relativamente ridotti di combustibile e consente lo stoccaggio per anni, offre un livello di sicurezza energetica che petrolio e gas spesso non garantiscono. A differenza delle catene di approvvigionamento dei combustibili fossili, che dipendono da trasporti continui attraverso rotte vulnerabili, i reattori nucleari possono operare per lunghi periodi con forniture limitate di combustibile. Questa dinamica potrebbe riportare l’attenzione sull’uranio e sulle aziende che lo estraggono. Man mano che i governi cercano di diversificare i sistemi energetici e ridurre la dipendenza da rotte di approvvigionamento instabili, il nucleare viene sempre più considerato una fonte domestica stabile di energia di base. In questo contesto, i produttori di uranio (così come il prezzo dell’uranio fisico) potrebbero beneficiare di una crescente consapevolezza del ruolo del nucleare non solo nella decarbonizzazione, ma anche nel rafforzamento della sicurezza energetica di lungo periodo.
In questo contesto sempre più caotico, è probabile che anche l’oro torni al centro dell’attenzione degli investitori, sebbene nelle ultime settimane i prezzi del metallo giallo abbiano mostrato una certa volatilità, potenzialmente riflesso di un dollaro statunitense più forte o di liquidazioni di breve periodo, ma tutto ciò non ne compromette necessariamente l’attrattività nel lungo termine. Qualora l’instabilità in Medio Oriente dovesse persistere, l’oro potrebbe continuare ad attirare interesse da parte degli investitori alla ricerca di asset tradizionalmente associati alla “fuga verso la sicurezza”.
Allo stesso tempo, la riemersione delle tensioni tariffarie all’inizio dell’anno ha aggiunto un ulteriore livello di incertezza alle prospettive economiche globali. Le frizioni commerciali potrebbero infatti interrompere le catene di approvvigionamento, aumentare i costi e pesare sulle aspettative di crescita: tutti fattori in grado di rafforzare la domanda per asset percepiti come più resilienti nei contesti turbolenti. In questo scenario, l’oro potrebbe risultare ben posizionato per beneficiare della convergenza tra rischio geopolitico, tensioni commerciali e più ampie preoccupazioni sulla stabilità economica.
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Fonte: ETFWorld.it









