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Il Rosso e il Nero: COLPI DI CODA: La Germania si riconcilia con l’Europa


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Verso la fine del 1917, poche settimane dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi, le forze monarchiche e conservatrici russe formarono l’Armata Bianca, un esercito che raggiunse a un certo punto i due milioni di uomini. Benché guidate da ufficiali di professione, queste forze partirono subito da una posizione di svantaggio, perché i bolscevichi, dopo il colpo di stato, avevano avuto l’accortezza di occupare immediatamente tutti i nodi vitali della macchina del potere, delle comunicazioni e dell’informazione…


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L’Armata Bianca si spese con generosità e fu ricca di personalità interessanti e conradiane, ma finì sconfitta e dispersa già verso la fine del 1919. Il potere bolscevico uscì rafforzato dalla guerra civile.

Simmetricamente, ma con molto meno romanticismo, nell’agosto del 1991, un piccolo gruppo di ministri e di alti ufficiali del Kgb organizzò un colpo di stato, che durò tre giorni, con l’intenzione di invertire il corso della storia e restaurare il potere sovietico nella sua forma pre-gorbacioviana. Nei mesi precedenti i baltici avevano proclamato l’indipendenza e i segnali di sfaldamento terminale dell’Unione Sovietica erano ormai evidenti. I putschisti, che avevano ordinato 300mila manette e si preparavano a usarle, furono battuti dalla piazza guidata da Eltsin e finirono arrestati o suicidi.

14092011 1Lungi dall’invertire l’andamento della storia, ne accelerarono il corso. Quattro mesi dopo, alla mezzanotte del 31 dicembre, l’Unione Sovietica cessò di esistere.

La storia offre molti esempi di colpi di coda, di ultimi sussulti di chi fiuta nell’aria la sconfitta e si butta fuori tempo massimo nella mischia, nella logica dell’adesso o mai più. Puntualmente, i colpi di coda finiscono con il rafforzare e radicalizzare quello che volevano combattere.

Non si conoscono ancora bene le motivazioni delle dimissioni di Stark dalla Bce, ma non è difficile inquadrarle in un contesto più ampio, quello del logoramento emotivo e intellettuale di una serie di uomini Bundesbank che hanno concepito il loro ruolo europeo come una specie di missione impossibile, romanticamente votata alla sconfitta. Dal colto Issing, che lavorava ascoltando Wagner, al dottrinario e professorale Weber, fino a Stark, è stato un susseguirsi di personalità sicuramente votate al patriottismo della Costituzione (l’ideologia ufficiale della Bundesrepublik) e all’Europa, ma permeate del pessimismo di chi sente di dovere trasmettere, nel poco tempo che resta, la luce della civiltà monetaria ai barbari, che un giorno inevitabilmente la offuscheranno per sempre.

Tre personalità, Issing, Weber e Stark, da non mettere sullo stesso piano di Thilo Sarrazin, che si è spinto l’anno scorso oltre la linea di confine quando ha scritto un libro da un milione di copie sull’autodistruzione della Germania (ci saranno fra pochi decenni 30 milioni di turchi tra Colonia e Berlino, era il tema, e solo 20 milioni di tedeschi) e quando ha straparlato, facendosi allontanare dalla Bundesbank, a proposito del gene ebraico. Diverse anche, però, dalle personalità dei grandi governatori degli anni Ottanta e Novanta, il socialdemocratico Poehl e il democristiano Tietmeyer, che allora sembravano falchi ma che furono in realtà pragmatici, politici e flessibili, al punto da tollerare per anni livelli d’inflazione doppi o tripli rispetto a quelli di oggi.

14092011 2Quello che è successo è che i governi tedeschi, che volevano uomini di buon senso a guidare il marco, hanno preferito banchieri inflessibili e dottrinari quando hanno temuto l’annacquamento del marco nell’euro. Questo atteggiamento iperdifensivo si è accentuato quando questi banchieri hanno capito che Eurolandia sta da tempo avvicinandosi, sempre più rapidamente, a un bivio. La dissoluzione da una parte, l’integrazione fiscale dall’altra. Non è stata l’integrazione fiscale di per sé a spaventare i falchi, che non sono filosoficamente antieuropei, ma la sensazione che questa verrà gestita in un contesto monetario relativamente compiacente e poco ortodosso.

Questo atteggiamento è arrivato al capolinea, come del resto molti altri punti della dottrina tedesca sull’Europa.

Pensiamo in particolare all’idea che la pressione dei mercati e gli spread alti vanno bene, perché spingono i governi pigri e furbi a raddrizzare i loro conti. Questa idea è stata spinta fino al parossismo in queste settimane, quando i tedeschi hanno aperto consapevolmente le porte alla speculazione minacciando continuamente la Grecia e l’Italia.

14092011 3Il gioco ha funzionato. Grecia, Spagna e Italia si sono date da fare, confermando paradossalmente l’idea tedesca che ’unico modo per farci reagire è prenderci a bastonate. Il problema, però, è che il gioco ha funzionato troppo. La diga, una volta aperta la falla, è crollata e la speculazione è arrivata ad allagare anche la Francia e le sue banche.

In extremis la Germania è stata colta dal dubbio e si è interrogata. L’anticipo di un anno del pareggio di bilancio italiano e quel punto e mezzo di scostamento greco rispetto agli obiettivi di disavanzo concordati valgono davvero il prezzo che si sta pagando per averli corretti in questo modo, ovvero il rischio di implosione del sistema bancario europeo e, dietro l’angolo, una recessione globale?

La Germania, apprendista stregone che ha evocato il demone dei mercati e adesso non sa più come ricacciarlo nella bottiglia, è ora nel momento della resipiscenza e manda in Bce il socialdemocratico Asmussen, certamente portatore dei valori tedeschi, ma più pragmatico di Stark. Quanto alla Educati fin da giovani alla serietà della moneta. Studenti in visita al Museo del Denaro della Bundesbank.

Grecia, si passa dal Texas Hold’em (fammi fallire e salta tutto, fallisci pure che ci godo) alla civile e fruttuosa conversazione.

Nel ravvedimento ha certamente avuto un ruolo la Francia. L’Italia è abituata ad essere oggetto di abusi e maltrattamenti, la Francia molto meno. Vedere i mercati fare scempio delle banche francesi non può che indurre Sarkozy a esercitare pressioni sulla Merkel nella direzione della moderazione.

14092011 4La Merkel, a sua volta, mette il bavaglio ai liberali e alle loro sparate antigreche e costringe la collega finlandese Katainen a dichiarare la questione delle garanzie risolvibile in amicizia.
Da qui a fine mese le trappole saranno frequenti. Le trattative con la Grecia saranno serrate, il pacchetto greco dovrà essere approvato dal parlamento, la piazza di Atene dirà la sua, i governativi italiani saranno lavorati al fianco. La comunicazione dei policy maker avrà però un tono diverso e invece di spaventare i mercati cercherà di rassicurarli.

E’ possibile che non si siano prodotti danni irreparabili e che i mercati riacquistino un po’ di colore, se non altro per le ricoperture. La Grecia riceverà i soldi a fine mese, a ottobre riprofilerà i bond brevi e medi in circolazione e intanto si penserà a una ristrutturazione più radicale da attuare il meno disordinatamente possibile nella primavera-estate del 2012.

Questa crisi ha aspetti assurdi, soprattutto se si pensa che è iniziata, in agosto, in un momento in cui (come siamo poi venuti a sapere) l’economia globale stava riaccelerando. Le piazzate americane sul debito e quelle europee che ben conosciamo hanno distrutto una quantità ingente di ricchezza e avranno ripercussioni sui dati macro che vedremo nelle prossime settimane. Per fortuna (una fortuna che nessuno si merita) i danni si produrranno su una baseline che di suo sarebbe stata moderatamente positiva. Tanto basterà per evitare dati troppo pesanti e contenere quell’attesa febbrile e masochista di double dip catastrofico che dal 2008 si impadronisce delle nostre menti ogni volta che vediamo un meno 0.1 in un dato macro. Chi torna in questo momento da Marte, fresco e riposato, avrà forse lo stomaco per giocarsi un tradable rally. Siamo al quinto mese di ribasso e qualche settimana di rialzo non dovrebbe dare fastidio.

Gli emergenti, che sono pieni di soldi, sono pronti a darci una mano, a patto che smettiamo di fare i cretini. La Cina, disgustata dall’America, stava aumentando la sua quota di euro e ora non ha voglia di vederci precipitare. Il solido Qatar si compra una bella quota di banche greche con gli spiccioli che ha in tasca. L’Angola che scoppia di petrolio si prende un pezzo di Portogallo alla volta. Il Brasile vuole dare una mano. Sono i nuovi rapporti di forza. Pensiamo a cosa sarebbe la povera Europa se dovessimo davvero sciogliere l’euro e tornare ai marchini e alle lirette.

Ognuno per sé, si intitolava un film di Werner Herzog, e Dio contro tutti.

Analisi Weekly

a cura di: Kairos Partners SGR SpA.


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Utili. L’anno prossimo, secondo molte stime, gli utili operativi dell’SP 500 eguaglieranno (e per qualcuno supereranno) il massimo storico del 2007. Forse c’è un eccesso di ottimismo in queste proiezioni. Si sottovaluta l’impatto fiscale crescente e si sopravvaluta la portata del rialzo delle materie prime, il cui prezzo ha molta importanza su un grande numero di titoli ciclici. L’idea di fondo comunque rimane, il decoupling degli utili dai problemi strutturali del mondo è un dato di fatto.

Differenze. Gli stessi utili venivano prezzati 1550 nel 2007 e sono prezzati 1100 oggi. Sono forse saliti i tassi? No di certo, dal 5 di allora siamo scesi a zero. Si tratta allora di una sottovalutazione temporanea? No, nemmeno questo è vero. A fine 2007 le stime per l’SP per fine 2008 erano comprese tra 1500 e 1800 (si finì in realtà a 900). Le stime per il 2011, per quei pochi che hanno il coraggio di farle, non vanno oltre 1300, massimo 1350. Restano sempre 500 punti di scarto. Perché?
Passato. Negli anni Novanta e nei Duemila fino al 2008 i problemi strutturali esistevano già, ma erano perfettamente asintomatici. Si parlava anche allora di squilibri insostenibili (troppo debito privato, troppo risparmio cinese e troppo consumo in America), ma le crisi del 1987, del 1997- 1998 e del 2001 non derivarono direttamente da questioni strutturali (se non localmente, in Thailandia, Indonesia e Corea per qualche mese tra il 1997 e l’anno successivo). I mercati (e alla fine anche i policy maker) avevano quindi imparato a rimuovere questi aspetti, come chi ha sentito troppe volte gridare al lupo e alla fine non ci crede più. Un ambiente privo di freni inibitori, dunque, terreno di coltura ideale per le bolle.

Futuro. Pochi pensano sul serio che un giorno avranno un infarto prima di averlo, anche se i loro parametri sono allarmanti. Dopo l’infarto, l’idea che potrà ricapitare (e magari essere fatale) resta fissa in testa anche se si sta a dieta, si fanno le lunghe passeggiate consigliate dal medico e si correggono gradualmente i parametri. C’è una perfetta simmetria. Prima si peggiora continuando a non preoccuparsi, dopo ci si continua a preoccupare anche se si migliora.

Ronde. I bond vigilantes degli anni Ottanta erano ferocemente attenti all’inflazione. La generazione attuale è ferocemente attenta al merito di credito. Il risultato è lo stesso, nessuna tregua per i governi individuati volta a volta come carenti o colpevoli. Allora ci vollero 15 anni per debellare l’inflazione, ora occorrerà altrettanto, se non di più, per il debito pubblico. I credit vigilantes lo sanno, ma non faranno sconti sui disavanzi, da portare sotto il tre per cento in tre-quattro anni al massimo.
Sottovalutazione. Probabilmente a Summers non dispiacerebbe avere borse leggermente sopra le righe, il che è comunque positivo perché dimostra sensibilità verso i mercati. Strutturalmente, tuttavia, i rischi di crisi fiscali e bancarie indurranno le borse a rimanere cronicamente sottovalutate, per lo meno rispetto a quello cui ci eravamo abituati nei due decenni passati.

Cina. Stiamo diventando sempre più dipendenti dalla crescita cinese e questo è già un problema in sé. Le questioni strutturali cinesi sono quindi a pieno titolo anche questioni nostre. La dirigenza politica, in questi anni, ha tirato molto la corda rispetto alle disuguaglianze sociali, al prezzo delle case che a Shanghai e Pechino è diventato inaccessibile e agli 8200 veicoli d’investimento immobiliare che gli enti locali hanno creato per vendere loro terra ed edificabilità, in un connubio (per non dire coincidenza fisica), tra politici e imprenditori, che fa sembrare oratoriali conflitti vissuti come scandalosi alle nostre latitudini.

Victor Shih. Non ci sono statistiche ufficiali sugli 8200 veicoli. Il mondo intero si sta servendo di un calcolo fatto da un assistente della Northwestern University, un politologo sino-americano di nome Victor Shih che sul suo (molto interessante) blog ha stimato in 11 trilioni di renminbi, il 30 per cento del Pil, il debito totale di queste opache entità. Dalla Cina sono arrivate mezze smentite e dichiarazioni ufficiose che il problema c’è ma è sotto controllo. Pochissime cifre, però, e tutte vecchie.

Subprime. Qualcosa nell’aria fa pensare che la questione ha raggiunto il punto di ebollizione. Un membro del comitato monetario della banca centrale dichiara al Financial Times che il problema immobiliare è molto, molto più fondamentale e più grande di quello che ha portato alla crisi finanziaria in America e in Inghilterra. Si unisca questo allo sciopero negli stabilimenti Honda del Guangdong.

Allarme rosso. Noi in Occidente vediamo questi problemi da un punto di vista economico e finanziario. Nel quartiere murato dove vive la dirigenza cinese queste cose sono viste come un serio, molto serio problema politico. Tienanmen insegna che nel Dna del partito comunista cinese ci può essere uno stupefacente pragmatismo sulle libertà economiche ma quando si tratta di mantenimento del controllo politico e sociale si sfiora la paranoia.
Priorità assoluta. Dopo la crisi dell’euro si è pensato che la Cina avrebbe allentato la morsa sul settore immobiliare, volano insostituibile per la crescita. Una lettura economicista, probabilmente. La dirigenza del partito si è resa invece conto del fatto che il modello seguito finora è viziato e porta a un aumento troppo veloce dei prezzi delle case. La scelta di abbattere le quotazioni immobiliari di almeno un terzo a Pechino e Shanghai e di un 10-20 per cento nel resto del paese è molto lacerante perché danneggia componenti importanti del partito, ma è stata presa e non si tornerà indietro.

Banche. Non sarà certamente sfuggito al gruppo dirigente che una caduta veloce dei prezzi avrà ripercussioni sulle banche che hanno fatto credito ai veicoli. Nelle settimane passate, del resto, le banche sono state invitate a
sostenere uno stress test basato su questi numeri. Grazie agli aumenti di capitale che sono state energicamente invitate a fare in primavera (la borsa è stata tenuta su apposta) si stima che l’urto possa essere retto. Nel caso si ricorrerà al vecchio metodo e si attingerà alle immense riserve valutarie, pari alla metà del Pil, per ricapitalizzare ulteriormente le banche.

Materie prime. La determinazione ad andare avanti nella politica del ridimensionamento dei prezzi delle case è stata letta come una notizia molto negativa sui mercati delle commodities. Al programma compensativo di sviluppo di edilizia pubblica popolare è stato dato poco credito perché in passato annunci analoghi non hanno avuto molto seguito. Se è però corretta la lettura politica della questione, questa volta si farà sul serio. Non si possono tenere troppo a lungo nei dormitori pubblici centinaia di migliaia di persone in ogni grande città. Naturalmente c’è anche una ragione economica. Un governo che ha fatto della crescita una questione di sopravvivenza deve comunque compensare i disincentivi all’edilizia privata.

Lungo termine. Si sente spesso dire che il governo cinese, dopo avere riempito il paese di dighe, autostrade, ferrovie ad alta velocità e aeroporti potrebbe presto trovarsi a corto di idee per la crescita e con una capacità produttiva in eccesso preoccupante. In realtà le case popolari e gli ospedali saranno la nuova frontiera per i prossimi anni. Un metro quadrato di casa popolare non divora meno cemento, ferro o rame di una casa da edilizia privata. Quanto ai 600 milioni di tonnellate di acciaio che la Cina è in grado di produrre (il mondo intero ne fabbricava 700 nel 1980) ci sarà certo una contenuta compressione dei margini per i produttori ma non bisogna dimenticare la scelta strategica di spingere sull’auto privata. Goldman Sachs parla di una crescita annua a due cifre dell’auto nei prossimi tre anni. Nel 2020, che è dietro l’angolo, la produzione di sole auto leggere raggiungerà un livello che fa sgranare gli occhi, ovvero 30 milioni di unità, tre volte la produzione americana di oggi.

A tutto gas. A proposito di materie prime si parla poco di una rivoluzione silenziosa in pieno corso. Dopo tante false partenze su etanolo, idrogeno, fusione fredda, vento e sole ecco finalmente uno shock da offerta positivo su una scala che diventa ogni giorno più larga. Il gas naturale non convenzionale (triturazione di rocce con perforazione orizzontale) sta cambiando non solo il futuro ma anche il presente dell’America e ha grandi prospettive anche in Cina e perfino in
qualche angolo della nostra Europa, oltre alla solita Australia che ha già tutto. Se Obama può fare la faccia feroce con BP e cacciare dalle acque profonde del Golfo del Messico tutti i produttori, americani inclusi, è perché il gas (e anche il carbone) sono oggi così abbondanti da supplire perfettamente alla minore estrazione di greggio. I mercati, comprensibilmente preoccupati per il problema strutturale del debito pubblico, non hanno ancora metabolizzato pienamente le implicazioni di lungo termine di questo shock positivo. In un mondo disperatamente a caccia di crescita la garanzia di energia abbondante, a buon mercato e geopoliticamente sicura può essere un fattore decisivo.

Marea nera. Macondo è la Chernobyl del petrolio, quanto meno quello estratto in acque profonde, e sta generando in America reazioni molto simili. Come allora il nucleare fu fermato solo in Europa occidentale, così le acque profonde continueranno a essere oggetto d’interesse in Brasile e nel Golfo di Guinea. In questi giorni il petrolio è sceso, trascinando i titoli del settore e deprimendo per questa via le borse, perché i mercati si sono fissati con l’idea del rallentamento ciclico. In realtà, almeno sulle scadenze lontane, l’interdizione dell’estrazione nel Golfo del Messico dovrebbe sostenere le quotazioni del greggio, sia pure marginalmente, e rallentare la discesa dei prezzi di gas e carbone, molto compressi anche da un forte short.

Mercati. Nell’ultimo mese i dati macro sono stati sistematicamente ignorati. La contemplazione del debito pubblico ha ipnotizzato e depresso borse e crediti, impedendo una ripresa a V dei corsi dopo la correzione. Ora si va verso un maggiore equilibrio. Confusi e storditi, molti investitori hanno chiuso le loro posizioni e si sono messi a guardare. La liquidità è scesa e la microvolatilità è salita, con bruschi salti nelle quotazioni da un’ora all’altra e chiusure a Wall Street che rovesciano in dieci minuti l’impostazione delle 24 ore precedenti. Il mercato è prezzato per un rallentamento del ciclo globale già iniziato. In realtà i segni di indebolimento sono modesti e i portafogli scarichi, condizione ideale per un cauto recupero dei corsi.

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