TUTTI A SCUOLA AD HARARE
La Reserve Bank of Zimbabwe all’avanguardia nella lotta alla deflazione…
Yes, we can. Reflazionare si può. L’inflazione in Zimbabwe ha raggiunto il 231 milioni per cento e sta prendendo velocità. I prezzi raddoppiano ogni 24 ore e ora che c’è il colera e manca l’acqua e la guerra civile si avvicina potremo arrivare ai livelli ungheresi del 1946, quando furono stampate banconote da un quintilione di fiorini
A un mondo che si preoccupa ogni giorno di più della trappola deflazionistica in cui sta per cadere lo
Zimbabwe offre una risposta semplice e antica. Spendere e stampare. Ad Harare, quando il Tesoro deve effettuare dai pagamenti, la Reserve Bank gli invia immediatamente pacchi di carta colorata che vengono subito distribuiti ai soldati e ai dipendenti pubblici. Questi, avendo una propensione al consumo pari al 100 per cento del reddito, si affrettano a rimettere in circolo la carta colorata e si precipitano a fare la spesa. L’economia gira, frustata da un denaro che perde valore ogni secondo che passa. Qualcuno dirà che il Pil dello Zimbabwe è oggi un quarto di quello del 1990.
Effettivemente il modello di sviluppo del paese è migliorabile, ma la sua politica monetaria offre spunti di riflessione. Per indurre la gente a spendere non basta lanciare denaro dall’elicottero come proposto a suo tempo da Bernanke in un suggestivo esperimento mentale. Quel denaro, infatti, potrebbe anche venire nascosto sotto il materasso o usato per pagare i debiti.
Per essere speso, il denaro deve avere una scadenza temporale oppure essere speso direttamente dal governo (lo Zimbabwe, per essere sicuro, fa tutte e due le cose).
Il denaro ha scadenza temporale o quando è divorato vivo dall’inflazione oppure quando prende la forma dei ticket restaurant, che chi salta i pasti corre a spendere al supermercato prima che scadano. E’ un ultra high powered money, una specie di M zero assoluto. Robert Mundell, tra gli altri, propone di assegnare un voucher con scadenza pari a mille dollari a ogni donna, uomo o bambino (sarebbero 300 miliardi di dollari per 300 milioni di americani). Il voucher sarebbe utilizzabile presso qualunque punto vendita di un impresa che paga le tasse e verrebbe da questa girato al Tesoro come parte delle imposte dovute.
L’altro sistema, si diceva, è che i soldi vengano spesi direttamente dai governi. Il pacchetto fiscale americano per il 2008-2009 sale ogni giorno di importo. La settimana scorsa le attese erano di 700 miliardi, ora siamo al trilione e oltre. Gli economisti repubblicani alla Greg Mankiw propongono di abbassare le tasse, ma in momenti come questo le tasse tagliate sono come l’helicopter money e rischiano di essere risparmiate, non spese.
Ci sono mille modi per spendere. Una volta si usava il riarmo, ma oggi si potrebbe finanziare una grande battaglia contro il cancro, colonizzare Marte, sviluppare le energie alternative oppure, umilmente, tappare le buche nelle strade. Roosevelt, tra le altre cose, stipendiò per alcuni anni gli artisti. Tra questi c’era Jackson Pollock. Un suo quadro venduto oggi vale da solo un multiplo della spesa sostenuta allora per il Public Works of Art Project.
Questi discorsi sulla reflazione potrebbero rabbuiare i detentori di titoli di debito pubblico a tasso fisso e lunga scadenza (e altissima qualità). Questi fortunati, che si trovano in portafoglio l’unico asset che si è apprezzato (e molto) negli ultimi dodici mesi potrebbero essere tentati, dopo l’ultimo violento rialzo di questi giorni, di prendere profitto e comprare titoli di società che producono macchinari per la stampa del denaro.
In realtà, una parte importante di ogni programma di reflazione è proprio il bull flattening della curva dei rendimenti. In una recessione ordinaria la curva diventa più ripida, perché il breve tende a zero mentre il lungo resta alto perché pensa alla ripresa che verrà. In una recessione grave con retrogusto deflazionistico, invece, una volta sceso a zero il tasso a breve inizia la discesa dei tassi a lungo termine. Quasta discesa del lungo o la produce il mercato o, nel caso, la provoca la banca centrale con acquisti in prima persona. Bernanke, come è noto, ha dichiarato nei giorni scorsi che la Fed è pronta a farlo.
Al di là dell’ipercomprato di queste ore, combattere contro la banca centrale e vendere (o shortare) decennali e trentennali è poco saggio. Il momento per chiudere queste posizioni non è (salvo per trading) quando la banca centrale dichiara la sua intenzione di appiattire la curva, ma molto, molto più avanti.
Bisogna infatti dare prima di tutto il tempo ai titoli a lungo di salire di prezzo (e qui c’è ancora un bel pezzo di strada da fare). Fatto questo, bisogna aspettare che qualche avido impaziente coraggioso, esasperato dall’idea di restare 30 anni (ma adesso si riscoprono perfino gli irredimibili lanciati dopo la
Prima Guerra Mondiale) con un tasso del 2 per cento (il livello d’arrivo del long bond americano per JP Morgan contro il 3.14 attuale) si giri su un corporate di alta qualità e bassa duration, facendone scendere il rendimento.
Poi, terza fase, bisogna attendere che il coraggioso si allunghi nella duration e scenda di livello nella qualità della carta. Questo processo può richiedere parecchi mesi e anche di più. Solo una volta completato il giro i rendimenti dei long bond governativi prenderanno a salire.
Questo discorso vale ovviamente in caso di deflazione, ma l’aspetto interessante è che vale anche nel caso più verosimile, quello di un’inflazione esangue, di prezzi che oscillano ad esempio tra meno 0.5 e più uno in ragione d’anno.
In Europa siamo ogni giorno bombardati di messaggi da parte della Bce e di Juncker sul fatto che da noi la deflazione non ci sarà. Indubbiamente in Europa la maggiore rigidità del mercato del lavoro toglie qualche spazio a una deflazione di origine salariale, ma non a un avvicinamento dei prezzi a zero.
Anche per i Bund, quindi, c’è ancora strada da fare.
Quanto al sud debole dell’Europa, finora l’ampliamento dello spread sui Bund è stato più che compensato dalla discesa del rendimento dei Bund. In pratica i corsi della parte lunga, pur con uno spread in costante crescita, sono riusciti faticosamente a salire di un paio di figure. L’aumento dello spread non è certo una bella notizia, ma in tempi come questi è inevitabile. Chi considera gravissima la posizione di Italia e Grecia deve però anche pensare a quei paesi emergenti in cui il costo non solo reale ma anche nominale del debito sta salendo velocemente. In altre parole noi non stamo bene, ma c’è chi sta ben peggio.
In un’Europa ideale i paesi deboli, in circostanze come queste, dovrebbero impegnarsi alla virtù in cambio di un impegno al vizio da parte dei paesi forti. Forse accadrà, in un’altra vita.
Analisi Weekly
a cura di: Abax Bank
Autore: Alessandro Fugnoli







