I mercati hanno i loro buoni motivi per soffrire, ma nella confusione tendono a temere tutto e il contrario di tutto. Temono la deflazione e al tempo stesso l’iperinflazione. Hanno paura del crollo del dollaro rispetto all’euro e di quello dell’euro rispetto al dollaro. E così via, in palese violazione del principio di
non …

contraddizione.
L’ultimo, nella serie dei timori duplicati, riguarda il piano Geithner. Lo si percepisce come vaghissimo e con rapidi salti logici il vago diventa l’inconsistente e l’inconsistente diventa l’inesistente. Ergo, il piano non c’è, il bull market rally allestito per festeggiarlo viene revocato all’ultimo minuto e un giorno che doveva essere da più cinque si chiude a meno cinque.
Il piano Geithner, però, usa il trilione come unità di misura. Uno qui, uno là, più gli spiccioli, più, dovessero servire, altri soldi futuri in quantità indefinita. Con un salto logico l’indefinito diventa infinito (come l’apeiron di Anassimandro) e conferma, nella testa inquieta dei mercati, che i disavanzi pubblici sono ormai fuori controllo e che la carta governativa e il dollaro sono in prospettiva carta straccia.
Il nulla del piano Geithner trascende dunque nell’infinito, come in certa mistica ebraica estrema per la quale l’assoluto è infinito nulla.
In effetti il piano Geithner è paradossale, perché il suo costo è zero se letto in un modo e due trilioni e rotti se letto in un altro. E’ zero perché è costruito sui 350 miliardi della seconda tranche del Tarp. Sono soldi già a bilancio, stanziati tre mesi fa e ben noti ai mercati. Non c’è centesimo in più, il che evita a Geithner di elemosinare in Congresso come dovette fare a suo tempo Paulson. Cento di questi 350 serviranno a sottoscrivere azioni convertibili di banche. Altri 100 serviranno per rilevare asset tossici (il Public-Private Investment Fund, nella definizione provvisoria di Geithner) e si trasformeranno in 500 o 1000 grazie al contributo di Fed, Fdic e patrioti privati (si può pensare a Buffett, Pimco, Ross o anche fondi hedge che vogliano passare dallo status di locusta a quello di benemerita istituzione).
Altri 80 miliardi faranno da equity per la Talf, cui la Fed presterà altri 800 miliardi. A oggi la Talf ha 20 di equity e 200 di debito verso la Fed. Alla fine si arriva a un trilione tondo. Oltre al credito al consumo, la Talf comprerà anche mutui di immobiliare commerciale.
Su questo piano si possono fare moltissime osservazioni, anche assai critiche. Non si può però affermare che sia inesistente o rinviato a un lontano futuro. C’è quanto meno una delle sue componenti, la Talf, che sarà operativa entro due settimane con il suo trilione. Qui non parliamo di centrali eoliche di cui va decisa l’ubicazione, che vanno appaltate con concorso, progettate e installate chissà quando. Parliamo di soldi gestiti dalla Fed, che è un’istituzione efficiente che in questi tre mesi passati ha preparato tutte le procedure ed è pronta a comprare nuovi titoli che le banche stanno confezionando mettendo insieme credito al consumo e mutui commerciali.
Quelli della Talf, insomma, sono soldi veri investiti in asset tripla A nuovi di zecca. La Fed stampa moneta per comprarli, ma ha in cambio asset e organizza le cose con l’intenzione di rivendere il tutto quanto prima senza perdere un dollaro. Su tutto quello che ha comprato in quest’anno passato, del resto, la Fed non sta perdendo nulla, se si fa eccezione per gli asset rivenienti da Bear Stearns.

Sulle altre due voci del piano Geithner si può osservare che, sul capitale delle banche, ci si muove sulla scia del piano Paulson. Questo significa diluzione degli azionisti (stavolta più pesante perché si usano azioni ordinarie) ma conferma che anche l’amministrazione Obama cercherà in tutti i modi di evitare nazionalizzazioni.
Quanto agli asset tossici, qui sì che c’è indubitabilmente vaghezza. La vaghezza non è però dovuta al fatto che Geithner è svogliato e in questi due mesi ha pensato ad altro. E’ dovuta al fatto che si punta a compiere un miracolo e i miracoli, si sa, sono difficili. Il miracolo consiste nel non chiedere soldi al Congresso da una parte (almeno per adesso) e, dall’altra, nel perseguire meccanismi di pricing degli asset tossici che siano vantaggiosi per i venditori e, al tempo stesso, per i compratori (nella duplice veste di contribuenti e privati patrioti). Paulson ci aveva rinunciato e il mercato gli si rivoltò contro.
Adesso è comprensibile che Geithner si muova con la massima prudenza.
Se si volesse risolvere la questione degli asset tossici infischiandosene della correttezza (e anche delle polemiche politiche) basterebbe strapagarli (stampando soldi o aumentando il disavanzo) o nazionalizzare le banche.
Cercare di evitare di essere brutali è positivo e nobile. Tutto però ha un limite. Se si vuole evitare di amputare la gamba in cancrena bisogna curarla comunque in fretta.
Come dice Feldstein, le misure prese finora non riempiono la voragine aperta dalla crisi. D’altra parte, aggiungiamo, ne riempiono una parte e questa parte nel tempo crescerà, perché altre misure verranno prese nelle prossime settimane (sui mutui) e nei prossimi mesi (Tarp 2).
Quanto alle legittime preoccupazioni sui disavanzi fuori controllo, tutte le misure prese finora dagli Stati Uniti portano a un aumento del loro stock di debito su Pil del 15 per cento, portandoli al livello di Francia e Germania (entrambe sopra il 60 per cento di Maastricht e ormai vicine al 70). E’ un livello gestibilissimo se la crisi finisce quest’anno. Ci sarà da preoccuparsi, eventualmente, a partire da metà 2010. Se per quell’epoca la crisi non sarà terminata e se non sarà stato tracciato un percorso di rientro del deficit negli anni successivi i bond governativi lunghi saranno da vendere. E’ vero che il Giappone ha un indebitamento molto elevato e rendimenti dei titoli di stato molto bassi, ma il principio di precauzione vuole che non si rischi tanto per rischiare.
Nel breve la situazione appare fluida. La discreta tenuta del mercato azionario nelle ultime due settimane è stata dovuta, oltre che all’attesa per i provvedimenti di policy, a qualche segno di miglioramento nella domanda di materie prime che ha fatto pensare a una svolta nel quadro macro, quanto meno a un rallentamento nella velocità di caduta.
Sulle materie prime non c’è da farsi troppe illusioni. In novembre e dicembre nessuno ha ordinato nulla e la produzione ha utilizzato le scorte. In gennaio, a scorte esaurite, si è tornato a ordinare, ma questo non significa di per sé che ci sia una svolta nell’andamento della produzione. D’altra parte le case automobilistiche americane segnalano una stabilizzazione nella domanda. Le auto sono una componente importante dei consumi e i consumi sono due terzi del Pil, ma è ancora decisamente presto per trarre conclusioni. Fino a prova contraria il primo trimestre si profila orribile.
Manterremmo un profilo prudente sull’azionario, banche incluse. Il ritorno d’interesse sui governativi lunghi può essere ancora cavalcato. Non c’è da correre dietro alle materie prime, per le quali il rally è probabilmente già concluso. Venderemmo il dollaro se uscisse in rafforzamento dal trading range in cui è bloccato da molto tempo.
Concludiamo con una nota a margine. Per gran parte di questo decennio la geopolitica ha gettato un’ombra pesante sui mercati. Il terrorismo, l’Iraq, la questione palestinese, l’India e il Pakistan, l’Afghanistan, l’Iran e, in ultimo la Georgia. Per anni Marc Faber ha presentato la tesi ben documentata della correlazione storica tra rialzi dei corsi delle materie prime e acuirsi delle tensioni geopolitiche e delle guerre.

Poi è arrivata la crisi. Oscar Giannino, in un saggio molto denso pubblicato su Libero Mercato, ha proposto una tesi di segno opposto. Collegandosi alla scuola dei metastorici alla Giovanni Arrighi o alla Immanuel Wallerstein, ha indicato nel declino terminale degli Stati Uniti come superpotenza economica e imperiale un fattore di instabilità strutturale. L’indebolirsi della potenza inglese portò alla fine alla prima guerra mondiale e al 1929. L’indebolirsi dell’America come guardiano del mondo porterà a lungo andare all’esplodere delle rivalità tra quanti vorranno prenderne il posto o comunque approfittare a livello locale per fare i loro comodi. Conflitti e crisi economiche si profilano nel nostro futuro.
ono analisi, quelle di Faber e di Giannino, estremamente suggestive e degne di approfondimento. Fa tanto più impressione, in questa luce, che il mondo sembri attraversare in questo momento una fase di propensione all’appeasement, se non alla pace, assolutamente generalizzata. La Russia non sa più cosa fare per esibire la sua disponibilità a una collaborazione con gli Stati Uniti. In Afghanistan Karzai (con dietro gli Stati Uniti) si dichiara pronto a un dialogo con i Talebani. L’Irak ha votato in pace premiando forze moderate, mentre le tensioni interne calano ogni giorno che passa. A Gaza Israele ridimensiona Hamas senza strafare. A Gaza l’Iran accetta il ridimensionamento di Hamas senza reagire attraverzo Hezbollah. L’Iran si prepara al voto mettendo la sordina alle sue voci più radicali e preparandosi a una qualche forma di negoziato con gli Stati Uniti. Chavez parla di meno ed è meno attivo nell’esportare il suo modello in America Latina.
L’impoverimento di tutti, la fatica a finanziare le guerre e un senso di stanchezza e di paura generalizzato stanno inducendo tutti a smorzare i toni. Nella storia è accaduto spesso che i conflitti finissero semplicemente per stanchezza o per mancanza di soldi.
Non c’è comunque da illudersi più di tanto. Anche i poveri, nella storia degli uomini, si sono fatte le guerre. Basta un macete, in molte regioni dell’Africa, per organizzare stermini di massa. Realisticamente quella che viviamo è una parentesi e le tensioni non tarderanno a riacutizzarsi. Ricordiamo però ogni tanto, in questa fase in cui la crisi morde forte, che è molto positivo che stia prevalendo (finora) un atteggiamento di fondo di collaborazione e non la tendenza a scaricare su un nemico esistente o inventato i propri problemi.
Analisi Weekly
a cura di: Abax Bank
Autore: Alessandro Fugnoli
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