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Il Rosso e il Nero: IL SARTO DI PANAMA – Il dollaro debole e un po’ imbroglione cuce il vestito della ripresa

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Una storiella sentita da piccoli, rimasta impressa come capita solo quando si è piccoli. Un signore di bell’aspetto va dal sarto a provare l’abito su misura quasi pronto. Le spalle della giacca hanno un evidente difetto. Una sciocchezza, dice il sarto, lei stia leggermente inclinato da questa parte e la giacca le scenderà perfettamente, non……

vale la pena fare una modifica.

Purtroppo, inclinandosi, il signore fa salire una gamba dei pantaloni più in alto dell’altra. Storti leggermente il bacino, dice il sarto, e il gioco è fatto. Dopo una lunga serie di altri aggiustamenti di posizione, l’abito cala perfettamente. Il cliente lo tiene su, paga e si avvia per strada verso casa. Il cliente torce il corpo con fatica come gli ha detto di fare il sarto e il suo incedere zoppicante è molto sgraziato, ma in cuor suo è lieto perché si sente elegantissimo. Un passante lo vede e commenta con la moglie. “Ma guarda quello, conciato com’è, dove avrà trovato un sarto così bravo da fargli un vestito perfetto?”
15102009 1Il mondo della seconda Bretton Woods era un mondo sgraziato e deforme (o diversamente formato, per i corretti) che indossava un abito perfetto e si sentiva per questo benissimo. Era il mondo seguito alla crisi asiatica del 19-97 e allo scoppio della bolla Internet del 2000. Tre figure per nulla armoniose, America, Cina ed Europa, se ne andavano in giro attorcigliate tra loro dentro un abito valutario elegantissimo che le copriva tutte e tre e le facevaapparire un’unica figura agile e slanciata.
La Cina, si sa, era brutta perché risparmiava e lavorava troppo, l’America era brutta perché faceva il contrario e l’Europa era brutta perché cammina-va curva e con il volto tirato e sofferente per via dell’euro in continuo rafforzamento.
Alla fine però tutti avevano quello che volevano. L’America voleva consumare e consumava, l’Asia voleva produrre ed accumulare ricchezza e know how e questo faceva mentre l’Europa voleva esportare e avere i conti con gli altri due in equilibrio e questo alla fine portava a casa.
Dopo la lunga e drammatica parentesi della crisi il mondo torna a una versione dimezzata della seconda Bretton Woods. Una data spartiacque è stata il 2 ottobre. Dal luglio 2008 al 2 ottobre 2009 il dollaro ha funzionato come termometro della crisi rafforzandosi a ogni cattiva notizia e indebolendosi a ogni nuovo elemento positivo. Il 2 ottobre, per la prima volta da più di un anno, ha reagito a un importante dato deludente, un aumento imprevisto di nuovi disoccupati in America, scendendo (e non salendo come avrebbe fatto fino al giorno prima).
In dollaro, quindi, ora scende quando c’è un dato positivo (perché i trader aprono con più tranquillità posizioni di carry finanziatein dollari) ma scende anche in presenza di dati negativi. Scende perché il Tesoro americano (che gestisce la politica valutaria) non ha nessuna voglia di rischiare una perdita di slancio nella ripresa dell’economia. Scende perché l’amministrazione Obama (e Larry Summers come architetto designato a costruire questa ripresa) vuole presentarsi alle elezione del novembre 15102009 22010 con alle spalle qualche mese di ripresa dell’occupazione e deve muoversi ora, senza perdere un minuto, per arrivare in tempo. Scende perché la Fed aspetterà con molta pazienza (Mishkin dice per molti anni) prima di implementare la sua exit strategy, ma non vuole aspettare un’eternità e preferirebbe evitare di dovere procedere in direzione opposta, riallargando il quantitative easing in caso di ricaduta del ciclo.
Il dollaro non scende perché rende zero. Rendeva zero anche sei mesi fa e se è per questo rendono zero o poco più di zero anche l’euro e lo yen. Né scende perché la Cina e l’Opec non vogliono più i dollari. Non li volevano neanche sei mesi fa, ma hanno continuato a tenerli per non rivalutare. Scende, il dollaro, per i motivi di policy citati sopra e per una seconda ragione, altrettanto importante, e cioè che stiamo rientrando nella normalità. La normalità della seconda Bretton Woods. Ripercorriamo la sequenza degli eventi seguiti al 2 ottobre. Il dollaro, inaspettatamente, scende. L’oro, ma soprattutto il petrolio e le materie prime salgono per recuperare la debolezza del dollaro. I petroliferi e i minerari salgono a Wall Street e si tirano dietro l’acciaio, che si tira dietro i ciclici. Dopo pochi giorni una borsa che da settimane aspettava lo spunto per una correzione (e questo spunto se lo vede consegnato su un piatto d’argento sotto la forma di un importante dato negativo) si ritrova su nuovi massimi. Le borse asiatiche ed europee, che si ispirano a Wall Street e di norma non guardano ai cambi, segnano anch’esse nuovi massimi di periodo.
Alla fine si ottengono due risultati straordinariamente importanti. Si riacciuffa per i capelli la borsa e, tramite la borsa, il sentiment di consumatori e imprese. Facciamo un po’ di storia controfattuale. Che cosa sarebbe successo se il dollaro, il 2 ottobre, si fosse rafforzato? Le materie prime, già deboli nei giorni precedenti, sarebbero 15102009 3scese ulteriormente, deprimendo metà listino a Wall Street. L’armata dei doubledippers avrebbe rialzato la testa profetizzando sventure. Il consumatore al margine, incerto se cambiare la macchina, guardando la borsa avrebbe rinviato l’acquisto. Il consiglio di amministrazione al margine, incerto se cancellare o meno il piano per rinnovare i computer aziendali arrugginiti, l’avrebbe cancellato. Se insistiamo sul margine è perché al margine i mercati finanziari, pur essendo di loro un motorino, possono riuscire a fare pendere la bilancia da una parte o dall’altra e a trascinarsi dietro il corpaccione pesante dell’economia reale.
Non si fanno danni a Europa, Asia, Opec ed emergenti. In teoria un paese che svaluta ruba crescita a tutti gli altri e il gioco è a somma zero. Nella realtà non è così da 75 anni. Quando nel marzo del 1933 Roosevelt svalutò il dollaro contro l’oro gli Stati Uniti, costringendo il Regno Unito e più tardi la Francia a fare altrettanto, reflazionarono il mondo con un gioco a somma positiva. Quando Keynes infilò nella prima Bretton Woods la possibilità per gli Stati Uniti di barare al gioco un poco ogni anno con una svalutazione di fatto contro l’oro, il mondo intero, negli anni Cinquanta e primi Sessanta, ne trasse vantaggio colmando più velocemente il suo output gap. Nella seconda Bretton Woods il gioco è ancora più trasparente. Il dollaro debole costringe tutti a politiche più espansive e, così facendo, porta crescita nel mondo. L’Europa è costretta a rivalutare, ma accetta di buon grado perché, da esportatrice, preferisce avere un mondo che cresce e compra i suoi prodotti (per quanto resi cari dall’euro forte) piuttosto che avere un euro basso, competitivo sulla carta ma privo di mercati di sbocco perché non c’è crescita.
In momenti come questo, il dollaro debole è il combustibile della macchina benefica del moto perpetuo della crescita globale. L’enorme capacità inutilizzata, umana e industriale, fa sì che il paese che svaluta, gli Stati Uniti, non abbia da temere l’inflazione che in condizioni normali accompagna una svalutazione. Salirà il prezzo interno della benzina, ma di poco, e basta. Del resto, per un americano (e per chiunque) è meglio avere un lavoro e pagare un po’ di più la benzina o è meglio avere la benzina a buon mercato da disoccupato?
Si diceva sopra che il ritorno al paradigma della seconda Bretton Woods sarà comunque in tono minore rispetto ai fasti del 1998-2007. L’abbiamo chiamato il dimezzamento della seconda Bretton Woods. Questa è per metà una previsione e per metà una speranza e spieghiamo subito il perché.
E’ una previsione, ed è anzi già un dato di fatto, perché gli squilibri tra America e resto del mondo sono già più che dimezzati. L’America finalmente risparmia qualcosa (senza esagerare, con gli ultimi dati siamo al 3 per cento del reddito) e l’Asia, con qualche sforzo, consuma di più. Le partite correnti americane erano in rosso per quasi il 7 per cento del Pil, ora sono sotto il 3 e lì, presumibilmente resteranno.
E’ anche un auspicio. Tra il 1998 e il 2007 il sarto della seconda Bretton Woods ha prodotto vestiti sempre più belli per coprire corpi sempre più deformati.
In questa nuova fase è ragionevole sperare (ma anche pensare) che sia il fisiatra a lavorare per riabilitare i corpi deformati, alleggerendo così il compito del sarto.
Va bene, si potrà dire, ma anche accettando questo discorso ci sarà pure un limite per le valutazioni di borsa, o siamo entrati davvero nel mondo fatato delle macchine del moto perpetuo? E’ una domanda sensata, che a un certo punto sarà giusto porsi. Non adesso, però, non nei giorni in cui gli utili di molte grandi società, dalle banche alla tecnologia, escono di gran lunga sopra le attese e tutto fa pensare che, almeno per i prossimi due tre mesi, i circoli virtuosi continueranno a funzionare. Gli appassionati di Graham Greene ricorderanno il venditore di aspirapolvere di Our Man in Havana (1958) così come quelli di John le Carré ricorderanno il sarto di Panama (The Tailor of Panama, 1996). Due personaggi molto simili, non cattivi ma deboli, cialtroni e un po’ imbroglioni che danno vita a storie a lieto fine. Come il dollaro.

Analisi Weekly

a cura di: Abax Bank
Autore: Alessandro Fugnoli

Abax Bank


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