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Il Rosso e il Nero: IL CORPO – Uccidere è facile, il difficile viene dopo


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Disfarsi del corpo. Questo è il problema. Solo in certi videogame e cartoni animati la vittima si dissolve stantaneamente per vaporizzazione e tutto resta pulito e in ordine. Nella crime fiction letteraria e filmica di impianto realista e nella realtà (che lasciamo però da parte……

perché è sordida e terribile) il problema per l’assassino non è tanto quello di uccidere senza farsi vedere in giro, quanto quello di fare sparire ogni traccia. E’ lì che viene commesso l’errore fatale.

Il delitto può essere perfetto, ma il seppellimento affrettato viene sempre scoperto dal cane a spasso nel bosco. Bruciare il corpo o scomporlo in mille parti dà solo l’illusione di una soluzione. Ci sono sempre infatti, da qualche parte, una dottoressa Kay Scarpetta o un Gil Grissom che da un ossicino dimenticato nella fretta o da una 22102009 1larva di troppo tirano fuori tutta la storia. E’ per questo che l’assassino smaliziato, quello che si è preparato sui libri della Cornwell e si è studiato tutte le serie di CSI, sapendo che per lui non c’è scampo sceglie di non scegliere e mette il corpo nella cella frigorifera.

Anche i ministri del Tesoro, in molti casi con la complicità dei banchieri centrali che ne comprano i titoli, uccisa la crisi a colpi di debito pubblico si trovano ora nella difficile situazione di doversi disfare non tanto della vittima, quanto dell’arma del delitto. Ministri e banchieri hanno letto La Lettera Rubata di Edgar Allan Poe e pensano che il modo migliore per nascondere qualcosa sia il tenerla bene in vista, buttata lì con noncuranza sulla scrivania. La Lettera Rubata fu però pubblicata nel 1844 e abbiamo avuto tutti il tempo di leggerla. Tutti sappiamo quindi che l’arma del delitto è nel luogo più ovvio, nascosta nel freezer.

Economisti e mercati sono ora impegnati, come gli esperti dell’Fbi in Criminal Minds, a profilare i policy maker per anticiparne le prossime mosse. Ci sono molti punti di vista, ma prevale l’idea che l’arma del delitto, il debito pubblico, verrà presto prelevata dal freezer, fatta in pezzi e dissolta in pochi anni negli acidi dell’inflazione.

Come testimonia la storia di copertina dell’ultimo numero di Barron’s l’inflazione viene vissuta da molti come un pericolo chiaro e imminente. Il dollaro in caduta, il petrolio a 82 dollari, la corsa all’oro, i disavanzi che si espandono senza tregua e la bolla in formazione sulle borse rendono necessaria un’azione veloce sui tassi, che la Fed, secondo Barron’s, dovrebbe portare almeno al due per cento.
Senza essere criminologi, pensiamo che i policy maker non abbiano ancora maturato nessuna decisione, che non abbiano una grande fretta di prenderla e che non vedano grossi problemi a lasciare le cose come stanno. A tenere un corpo o un ampio stock di debito pubblico nella cella frigorifera si corre infatti un rischio piuttosto basso, quello che venga a mancare la corrente, il classico shock esogeno.

Axel Weber, presidente della Bundesbank, riassume bene questo punto di vista quando dice che il Pil tedesco tornerà ai massimi del 2007 già nel 2012, mentre per il debito, affinché torni al rapporto su Pil che aveva nel 2007 (già allora, si noti, ben sopra il mitico 60 per cento di Maastricht) occorreranno uno o due decenni.

Si sa che i giapponesi tengono nel congelatore un debito che in vent’anni è diventato sempre più grosso e ora è più di due volte il Pil. Non per questo hanno finora incontrato problemi a collocare la loro carta, che pure rende praticamente zero (anche se, a onor del vero, è in questo momento l’unica carta con un rendimento reale positivo, vista la deflazione attuale e quella più ampia che si prospetta).

Gli americani, pragmatici, impazienti e poco stoici, cercheranno probabilmente di smaltire una parte del debito con l’inflazione. Solo una parte, però, e non molto grande. Il grosso lo terranno nel congelatore, rassegnati all’idea che per via fiscale si 22102009 2farà poco o nulla, dal momento che i democratici continueranno a opporsi a tagli di spesa e i repubblicani continueranno a opporsi ad aumenti delle tasse. Lo smaltimento del debito attraverso l’inflazione, inoltre, non inizierà nel 2010 e forse nemmeno nel 2011.

Anche volendola, infatti, l’inflazione sarà molto difficile da produrre in presenza di otto milioni di nuovi disoccupati che tengono basse le retribuzioni di quelli che lavorano e con migliaia di impianti fermi e di palazzi per uffici vuoti. Tecnicamente si potrebbe, à la Zimbabwe, creare inflazione a volontà stampando carta a fronte di spesa pubblica immediata e certa, ma non è questo che fa la Fed. Gran parte della creazione di base monetaria di questi mesi (in realtà del 2008, perché da gennaio non ce n’è stata più) non entra in circolo tramite spesa pubblica né ci entrerà nell’orizzonte prevedibile, quanto meno nel 2010.

Questa crisi, alla fine, avrà prodotto 50 milioni di nuovi disoccupati, di cui 15 tra Europa e Stati Uniti. Di questi 15 è probabile che una parte, forse un terzo, non verrà mai più riassorbita nel mercato del lavoro. Sarà, questa, una delle cicatrici più deturpanti. Avrà, oltre a questo, un secondo effetto strutturale negativo, quello di alzare il Nairu, ovvero il tasso di disoccupazione sotto il quale parte l’inflazione. Se fino al 2007 l’inflazione salariale partiva con pochi disoccupati (il 4 per cento negli Stati Uniti), da ora in avanti partirà anche, mettiamo, con il 6 per cento. Oggi però siamo al 9.5, nei prossimi mesi supereremo il 10 e finché non saremo ridiscesi almeno sotto il 9 è ben difficile che si inizi a mettere mano ai tassi. Quanto all’inflazione, ce ne sarà poca fino a che non si scenderà al 6 per cento a meno che la Fed, andando contro ogni cosa che dice e che fa, non si metta a finanziare nuova ulteriore spesa pubblica.

In quanto tempo si riuscirà a tornare al 6 per cento di disoccupati? Anni e anni, non nella prima metà degli anni Dieci. Lo diciamo pur pensando che la crescita, nei prossimi anni, sarà buona, anche se non molto alta. La crescita tendenziale (o potenziale) negli Stati Uniti è del 3 per cento all’anno. Con il 3 per cento il sistema è in equilibrio, non crea e non distrugge posti di lavoro. Probabilmente è questa la crescita che vedremo nel 2010 e 2011.

Se sarà effettivamente così il tasso di disoccupazione scenderà di poco. Molti altri, la maggioranza, pensano che la crescita sarà più bassa (trascurano, probabilmente, la crescita che avranno le esportazioni americane) ma in questo caso l’assorbimento dei disoccupati sarà ancora più lento e l’inflazione ancora più lontana. E’ strano che siano proprio molti di quelli che ipotizzano una crescita bassa a temere di più, con pessimismo cosmico, un rialzo dell’inflazione. Ci sembra allora più coerente Stiglitz quando prevede recessione a perdita d’occhio e deflazione.

22102009 3D’accordo, si può dire, forse l’inflazione dei beni di consumo resterà bassa, ma l’inflazione dei bond e, ancora di più, della borsa è ormai evidente.

Dissentiamo, per vari motivi. Il primo è che le borse quotano le grandi e le medie imprese. In questa crisi, molto più che in altre crisi, le grandi imprese se la sono cavata bene. Il loro debito è stato rifinanziato dalle banche. In mancanza delle banche si è fatto avanti lo stato, con garanzie implicite per i campioni nazionali. Da alcuni mesi, dove anche dovesse mancare l’aiuto delle banche o dello stato, è il largo pubblico a correre, come diceva Flaiano, in soccorso dei vincitori sottoscrivendone con voluttà le obbligazioni di ogni forma e colore. Jan Hatzius ha documentato molto bene come i dati macro di cui ci nutriamo tutti i giorni abbiano un bias verso le grandi imprese. Se l’Ism fosse rilevato tra le piccole imprese sarebbe ancora oggi sotto 50. Anche senza spaccare i dati in quattro, del resto, è evidente a tutti che le piccole imprese, quelle che non riescono a emettere bond e a cui le banche negano aiuto per restare nei parametri di Basilea Due, soffrono molto. E però le borse che cosa devono fare, devono stare basse perché vanno male società che non sono quotate o devono prendere atto che quelle quotate vanno bene e talvolta perfino molto bene?

Si parla poi di asset inflation perché nelle ultime settimane le borse sono sembrate salire a ruota libera. In realtà, a ben vedere, i rialzi sono sempre stati motivati da sorprese positive rispetto a ipotesi già di per sé positive. Siamo d’accordo con quanti dicono, l’ultimo è Miniack, che la fase di espansione dei multipli è finita e che da qui in avanti ci dovremo guadagnare i rialzi con il sudore degli utili. La liquidità, infatti, servirà a supportare i livelli raggiunti, ma difficilmente i policy maker vorranno per il futuro rialzi basati solo su questo fattore. Nei loro panni vorremmo borse ai livelli massimi della decenza, ma non oltre.

Il fatto è però che gli utili daranno a nostro avviso sorprese positive anche l’anno prossimo. Una crescita vicina al 3 per cento e utili sopra le attese creeranno lo spazio per un 2010 ancora positivo.

Analisi Weekly

a cura di: Abax Bank
Autore: Alessandro Fugnoli

Abax Bank


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