E’ giovedì ed è il giorno prima della fine del mondo. Ieri sera il presidente ha annunciato in televisione che un raggio mortale sfuggito per errore da una fabbrica clandestina in una costellazione lontana abitata da una civiltà superiore raggiungerà il nostro pianeta……
entro la mezzanotte di domani sera e lo vaporizzerà.
Domanda. A quanto chiuderà questa sera l’SP 500? Qualcuno, imperturbabile, dirà senz’altro che bisogna sempre e comunque, anche in circostanze così drammatiche, basarsi sugli utili degli ultimi 12 mesi. Chiunque si avventuri a speculare sul futuro si inventa delle storie a proprio uso e consumo, l’unica certezza è su quello che è già accaduto e l’investitore serio e coerente non si deve mai allontanare dalla retta via.
Molti altri argomenteranno invece che, scontando il flusso di utili futuri vaporizzati,

l’SP dovrebbe questa sera perforare la media mobile, fare segnare un nuovo minimo storico e chiudere a zero. Chi mai comprerebbe in circostanze simili, se non Nassim Taleb e i suoi seguaci cultori del cigno
nero?
Vero, nessuno comprerebbe. Ma, altrettanto vero, chi mai si prenderebbe la briga, avendo davanti poche ore di vita residua, di sprecare minuti preziosi per liquidare il portafoglio, vendere l’auto, la casa e i gioielli? Eventuali prezzi sarebbero quindi il frutto dell’incontro dissennato tra compratori scommettitori che hanno tempo da perdere e venditori particolarmente stressati che non hanno niente di meglio da fare. Non sarebbero, in ogni caso, prezzi molto significativi.
Al contrario, i prezzi del 9 marzo 2009 (676.53 la chiusura e 666 il minimo del giorno), sono considerati oggi da molti investitori non solo significativi, ma assolutamente, misticamente e magicamente veri di una verità sapienziale. Prezzi indicati profeticamente in antichi testi sacri d’oriente e confermati da messaggi scolpiti su piramidi Maya da extraterrestri evolutissimi di passaggio. Gli unici prezzi giusti nella storia umana, stabiliti fin dalla notte dei tempi da un comitato di anziani saggi che indossavano lunghe tuniche bianche.
L’esserci allontanati del 60 per cento da quei livelli è vissuto da molti come empio e sacrilego. I mercati sono indicati come cari, impazziti, in piena bolla e in uno stato di grave disordine morale perché sono saliti troppo e troppo in fretta. Nessuno che si prenda la briga di andare a vedere se i prezzi di quel giorno erano davvero così giusti o se invece non erano prezzi da giorno prima della fine del mondo. Nel mondo

premoderno, da Platone in poi, il vero, il giusto e il bello coincidevano. Gi acidi della modernità hanno creduto bene di corrodere questa visione, di cui rimane in vita un solo scampolo, la teoria dei mercati efficienti. Secondo questa teoria il prezzo effettivo è il prezzo corretto. Vero e giusto tornano a coincidere.
Chi crede ancora in questa teoria, dopo tutto quello che è successo, se dice che era giusto il prezzo del 9 marzo deve anche dire, con lo stesso tono della voce e lo stesso grado di convinzione, che è giusto anche il prezzo di oggi. Punto, fine della discussione.
Chi si è liberato da questa credenza può invece affermare che i prezzi sono sempre un po’ giusti e un po’ balordi. Noi ci spingiamo a dire che i prezzi del 9 marzo, come si conviene ai prezzi che scontano la fine del mondo per l’indomani, erano molto più balordi (pur nelle differenti circostanze, naturalmente) di quelli di oggi. Il 60 per cento di distanza tra il 9 marzo e il 5 novembre ci sembra più un problema del 9 marzo che non del 5 novembre.
Chi guarda i mercati con l’occhio dell’agrimensore che misura le distanze e scuote la testa quando le vede più ampie del solito dovrebbe avere qualcosa da ridire anche sulla discesa vertiginosa da 1562 a 666 in 15 mesi. O forse nei ribassi tutto è lecito, mentre i rialzi vanno vissuti nel digiuno e nell’astinenza? Certo, gli scettici hanno anche altri argomenti, ma la storia del 60 per cento è di gran lunga la più diffusa e trasversale. La si può sentire al bar, ma la tira fuori anche Roubini.
Oggi Jim Rogers si è arrabbiato con Roubini e per la prima volta da molti anni siamo d’accordo su qualcosa con Rogers. Si noti che Rogers è normalmente un fazioso provocatore, adoratore dell’estremo e del paradossale.

Oggi invece era un esempio di buon senso. Che cosa ci viene a dire Roubini delle bolle, ha gridato, che significa che il petrolio è in bolla perché è raddoppiato in sei mesi quando quota la metà di un anno fa? E lo stesso per lo zucchero, il grano, il rame, le borse e tutto quanto. Per Rogers questo è un rialzo, non una bolla.
Molti animali non riescono a vedere e valutare un ambiente fermo. Vedono solo i movimenti. Per questo ogni possibile preda, se non fa più in tempo a fuggire, si blocca istintivamente e resta immobile. Anche gli umani, nota Dan Ariely, comparano facilmente i prezzi tra loro ma fanno un’enorme fatica a capire se un prezzo è interessante e giustificato in sé o meno. Questa disposizione al confronto, più che alla valutazione, gioca in questo momento contro i mercati (come abbiamo visto fin qui), ma in certi momenti anche a favore. Il mercato vorrebbe tanto ridurre quel 60 per cento di distanza dal 9 marzo, ma ogni volta che qualche dato macro gliene dà il pretesto deve fermarsi subito perché i dati riprendono a migliorare.
La settimana scorsa avevamo scritto che i dati macro di ottobre sarebbero risultati migliori di quelli
di settembre (che seguivano la fine del periodo di incentivi per le auto e per le case). Il flusso di dati in tutto il mondo sta confermando questa ipotesi. Certo, in America i dati della produzione vanno meglio di quelli sui consumi e questo fa dire ad alcuni che la ripresa non potrà andare avanti a lungo. A una multinazionale che produce bevande, software o panini con le polpette è però indifferente che le vendite avvengano nel negozio vicino alla sede in America o in quello vicino alla fabbrica in Asia, l’importante è vendere.
Faremo meglio ad abituarci a un’America che va meglio come produzione che come consumi. E’
esattamente quello che tutti volevamo, ovvero un’America che riprende a produrre per il resto del mondo e non fa solo produrre il mondo per sé stessa. Succede però che i dati sui disoccupati, sui consumi, sulla fiducia dei consumatori e sulle vendite domestiche sono molto più frequenti e rumorosi di quelli sulle esportazioni e sulle scorte. E’ il destino di questa ripresa americana, essere invisibile. Niente occupati e molto malessere da una parte. Dall’altra, però, più rapida diminuzione delle scorte (una cosa che suona astrusa e astratta e impalpabile e che però esiste e pesa positivamente – e meritatamente – sul Pil) e miglioramento delle esportazioni nette.
Al momento non ci sembra che ci sia nessun motivo per essere preoccupati delle bolle, del carry trade, dell’inflazione e del debito pubblico. Più avanti verrà il momento per queste paure, ma adesso e per almeno altri sei mesi non vediamo il senso del fasciarsi la testa. Ci preoccupa piuttosto la tenuta della crescita dalla primavera in avanti. Sarà allora che i mercati potranno correggere in modo più profondo. Feldstein parla di una progressiva perdita di velocità nel corso dell’anno prossimo, con il rischio di un trimestre in rosso (e del riemergere, aggiungiamo, di paure profonde nei mercati).
La nostra scommessa è che questo scenario di base verrà corretto almeno in parte dall’azione, ancora non scontata dai mercati, del Congresso e della Fed. Gli incentivi sulle case verranno sicuramente riaperti e allargati, quelli sulle auto, nel caso, saranno anch’essi rilanciati. La Fed, dal canto suo, si prepara a un ulteriore allargamento del suo bilancio. Non inganni l’annunciata diminuzione di acquisti di mutui cartolarizzati annunciata dal Fomc. A fronte degli annunciati 25 miliardi di acquisti in meno (uno zuccherino concesso ai falchi in cambio del mantenimento della frase sui tassi eccezionalmente bassi per un periodo esteso), ci sarà nei prossimi mesi un’espansione della base monetaria che Morgan Stanley calcola in più di 200 miliardi.
Per chi avesse perso il filo, ricordiamo che lo stato patrimoniale della Fed è raddoppiato in due mesi alla fine del 2008 e si è mantenuto fin qui stabile quest’anno. Da qui in avanti riprenderà a crescere, anche se questa volta del 10 per cento e non del 100 come l’anno scorso. Nei mesi scorsi, infatti, la Fed (che non emette titoli) ha chiesto al Tesoro di emetterne a suo nome in modo da asciugare una parte della liquidità creata. Queste emissioni, in gran parte, verranno terminate perché il Tesoro sta avvicinandosi al limite di indebitamento stabilito dal Congresso. Il risultato netto, al di là degli aspetti tecnici, è che siamo ancora talmente lontani dall’exit strategy che ci stiamo di fatto ancora muovendo nella direzione opposta. Lungi dall’iniziare a frenare, la Fed sta ancora spingendo sull’acceleratore.
Nei mercati, all’oro che brilla preferiamo la borsa su debolezza. Si sente ripetere in questi giorni che novembre sarà negativo e che a dicembre ci sarà una piccola fiammata quasi controvoglia. A noi sembra che restare leggermente sotto i massimi in novembre sarà sufficiente a placare la voglia di ribasso così diffusa. Fine anno ci farà rivedere i massimi e in più gennaio, con dati societari ancora molto buoni (quanto meno rispetto alle attese), farà meno fatica a essere positivo che negativo. Le correzioni vere arriveranno più avanti, ma all’interno di un 2010 che sarà ancora positivo.
Analisi Weekly
a cura di: Abax Bank
Autore: Alessandro Fugnoli
Abax Bank
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